20 ANNI DOPO CHERNOBYL

 

 

Il ventesimo anniversario del disastro di Chernobyl ha costretto tutti a riflettere sui pericoli gravi di una tecnologia derivata dalle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaky (due delitti contro l’umanità di proporzioni non inferiore a quelle dei gulag staliniani e soprattutto dei campi di sterminio  nazisti). Le conseguenze del disastro di Chernobyl, sulla vita e sulla salute di migliaia di vittime dirette e di centinaia di migliaia di persone intossicate dalla radioattività della centrale, sono del tutto analoghe, infatti, a quelle subite dalla popolazione delle due città giapponesi, bombardate quando già la II guerra mondiale  era praticamente finita, al solo scopo di utilizzare il terrore atomico come arma di trattativa diplomatica nei confronti dell’alleato russo che tanto aveva contribuito alla sconfitta del nazismo.

 Nel dibattito suscitato dalla pretesa di reintrodurre l’energia atomica ad uso civile come alternativa, si dice ecologicamente più compatibile (!) al petrolio che sta subendo una terza crisi dopo quelle degli anni ’70 e ’80 dovute allora alle manovre di restrizione produttiva dell’OPEC come mezzo di pressione politica per salvare il popolo palestinese e l’Islam dall’aggressione espansionistica di Israele appoggiato dagli USA e da tutto il cosiddetto occidente.

L’attuale crisi petrolifera, che ha portato il prezzo del petrolio quasi, in termini reali, ai livelli delle due precedenti crisi, non è dovuta, però, com’è noto, a manovre restrittive dell’offerta dell’OPEC, che oltretutto ha diminuito la sua partecipazione alla produzione globale mondiale, ma a due fenomeni strutturali: da un lato l’aumento irrefrenabile dei consumi petroliferi da parte degli Stati Uniti e dall’altro, in termini quantitativi ancora per diversi anni meno rilevante dell’affacciarsi dei grandi paesi in via di industrializzazione  a cominciare dalla Cina e dall’India.

Ancora nel 2005 il consumo di petrolio di un cittadino americano era il doppio di quello di un cittadino dell’Unione Europea o  del Giappone e dieci volte in più di quello di un cittadino  cinese o indiano.

In questa situazione rispunta la proposta di puntare ancora una volta sul carbone, cosiddetto “pulito”, e soprattutto sul nucleare, non  si capisce se basato sulle tecnologie attuali  (tredici anni per costruire una nuova centrale) o su tecnologie più sicure ancora da sperimentare con l’orizzonte di circa venti, trenta anni.

La verità è che né l’una né l’altra ipotesi possono realizzarsi utilmente per venire incontro alle esigenze attuali e di prospettiva del panorama energetico dei paesi industrializzati per un motivo molto semplice: il mercato tanto invocato dagli economisti e dai politici neoliberisti ha detto NO da oltre trent’anni a questa parte dal nucleare. Negli Stati Uniti costretti nel 1977, dopo l’incidente di Three Miles Islands, a regolamentare in modo molto più restrittivo, dal punto di vista della sicurezza, nuovi impianti atomici non è stata più costruita nessuna centrale perché nessun capitalista ha ritenuto di potere economicamente trarre alcun profitto dagli enormi investimenti richiesto da centrali con queste nuove caratteristiche, di relativa maggiore scurezza.

Le affermazioni che ricorrono sulla pretesa economicità dell’energia nucleare rispetto ad altre fonti sono anch’esse false specie per quanto riguarda l’Italia. Noi importiamo, specie dalla Francia, energia di origine nucleare, che ci viene  venduta a prezzi bassissimi, nelle ore di minor consumo perché nelle ore di punta possiamo utilizzare la preziosissima energia idroelettrica delle centrali costruite oltre mezzo secolo fa e interamente ammortizzate (e che quindi hanno un costo di produzione bassissimo) ed ora quella prodotta dalle moderne centrali a metano  a ciclo combinato che hanno costi più bassi sia per quanto riguarda gli investimenti sia per la gestione e soprattutto, in vista degli accordi di Kyoto e delle reali esigenze ambientali del paese, un minore impatto sia per le emissioni di gas serra sia per il particolato M10 che è la causa principale dello smog.

Intanto notizie di stampa annunciano che entro la fine di aprile l’ENEL dovrebbe firmare il contratto conclusivo per l’acquisto del 66% della compagnia slovacca di elettricità in via di privatizzazione. Questo contratto impegna fortemente, per l’oggi e per il domani, le finanze dell’ENEL e comporta l’acquisizione di un nucleo di centrali ex sovietiche, tipo Chernobyl, che la Germania unificata ha già chiuso e smantellato al momento dell’annessione della DDR perché ritenute contrarie alle direttive comunitarie e tedesche e troppo costose come gestione e pericolose per la sicurezza pubblica.

Nella situazione attuale di vacanza governativa che si prolungherà fino alla nomina del nuovo governo il gruppo dirigente dell’Enel dovrebbe avere la sensibilità di rinviare la data della firma per attendere che sia il nuovo governo sia  il Parlamento nella pienezza dei rispettivi  poteri possano pronunciarsi su un contratto che viola lo spirito e la lettera del referendum contro il nucleare, è in contrasto con le stesse proposte moderate della coalizione vincente che prevedono, secondo le indicazioni di Prodi, solo un possibile impiego di risorse in vista di partecipare a ricerche.

In terzo luogo è palesemente in contrasto con le esigenze economiche  e  finanziarie del sistema elettrico italiano  che oggi soffre per la mancanza di investimenti nell’ammodernamento delle reti di distribuzione capaci di assorbire e distribuire  tutta la produzione elettrica prevista delle nuove e moderne centrali a ciclo combinato a gas e soprattutto favorire lo sviluppo delle energie alternative (vento, solare e biogas) in atto penalizzate proprio dalla gestione monopolistica della rete effettuata dall’ENEL dopo la privatizzazione attraverso la società TERNA.

Recentemente sia la commissione parlamentare sulle attività produttive, con una relazione approvata quasi all’unanimità, sia, nel caso dell’Eni, con l’intervento dell’antitrust, con una notevole multa, sia con l’intervento della commissione dell’Unione Europea è stato sottolineato il carattere monopolistico della gestione delle reti energetiche in Italia, tenute in condizioni disastrose per favorire questa condotta monopolistica.

In tutto questo dibattito che si svolge fuori dal dibattito cosiddetto politico-elettorale le forze che interpretano gli interessi delle strutture economiche energetiche dominanti su scala globale europea e in Italia con l’Eni,l’Enel la Edison etc.  alle risorse rinnovabili viene affidato un ruolo del tutto secondario e comunque  proiettato in un lontano incerto futuro. Invece i dati relativi alla produzione di energie alternative dimostrano una notevole accelerazione della loro disponibilità e sviluppo a partire dall’eolico che rappresenta già da oltre un decennio specie in Europa una realtà industriale matura capace non solo di assicurare l’abbattimento delle emissioni inquinanti e quindi il rispetto degli accordi di Kyoto  ma anche concorrenziale dal punto di vista economico con le altre forme di energia non rinnovabile a cominciare dal nucleare, dal carbone, dal petrolio  e persino dal gas.

Nel 2005 in Europa  la potenza eolica  installata ha raggiunto i 40.500 Mw  confermando il primato mondiale di questa  tecnologia e bruciando le stesse previsioni d allibro verde sull’Energia dell’Unione Europea che prevedevano il raggiungimento di questo obiettivo per il 2010.

40.000 Mw di potenza eolica producono ogni anno 24 milioni di Tep e determinano perciò un equivalente risparmio sia per quanto riguarda le emissioni atmosferiche sia per quanto riguarda la importazione di combustibili fossili ( petrolio, metano e carbone) che sarebbero necessari.

Lo sviluppo di questa tecnologia è però assicurato principalmente da due paesi: la Germania che ha superato 18.000 Mw e la Spagna che ha superato i 10.000 Mw. Questi due paesi compresa la Danimarca (in misura minore) sono quelli che più hanno sviluppato l’apparato produttivo industriale necessario per conseguire questo risultato con un incremento netto dell’occupazione. In Germania nell’eolico e nelle altre energie alternative sono occupati 160.000 lavoratori metalmeccanici. In questi due paesi inoltre sono  state predisposte misure che hanno portato ad intraprendere questa attività non solo singoli imprenditori industriali ma anche i Comuni, attraverso nuove forme di municipalizzazione, e le imprese agricole che hanno così ottenuto una forte integrazione dei loro bilanci in crisi sia per i tagli apportati dallo Stato sia per l’esaurirsi delle protezioni e delle sovvenzioni della PAC.

Il passaggio però alle energie rinnovabili colpisce fortemente i profitti e le rendite delle grandi organizzazioni monopolistiche del settore energetico. E’ evidente miliardi di euro di energia prodotti con fonti alternative escono dai bilanci di queste società e si diffondono beneficamente sui bilanci di imprese industriali del settore, dei Comuni, di Enti Locali, di aziende agricole e di piccoli operatori.

L’immissione massiccia di energie alternative costringe a rivoluzionare il sistema di distribuzione e trasporto dell’energia elettrica finora dominante e basato su grosse centrali che immettono in una rete ad alta e poi successivamente media e infine bassa tensione l’energia prodotta. Nel caso dell’energia alternativa invece una  miriade di produttori (specie con l’entrata in massa del solare fotovoltaico che praticamente, con il cosiddetto Contratto Energia può far diventare produttore di energia elettrica ogni singolo condominio, edificio di uso civile) immette, a partire dalle reti a bassa tensione e utilizzando all’inverso gli allacciamenti in atto, l’energia prodotta in esubero ai consumi dell’edificio, dell’abitazione o della piccola azienda.

Ciò comporta la necessità di riforme strutturali che distacchino proprietà e gestione delle reti  dall’influenza degli attuali grossi  produttori e garantiscano l’interesse pubblico allo sviluppo delle energie alternative per il raggiungimento sia dei fini degli accordi di Kyoto sia dei fini di uno sviluppo dell’economia e dell’occupazione che  veramente possa costituire la base per un rilancio  sostenibile  dello sviluppo economico. Nel caso del vento e del sole il Mezzogiorno d’Italia si troverebbe avvantaggiato per quanto riguarda le condizioni climatiche rispetto al resto del paese e quindi il passaggio dalle energie fossili alle energie alternative rappresenta un’occasione storica per lo sviluppo del sud d’Italia.

Il caso della Puglia

 

 

Nicola Cipolla