20 Febbraio 2006, Palermo - Aula magna, Facoltà di Lettere

Viale delle Scienze, Università di Palermo

OLTRE  KYOTO:

 per un modello energetico alternativo

in Italia e in Sicilia

Relazioni del convegno:

- Cipolla Nicola

- Ancona Pietro

- Bellomo Walter

- Di Cristofalo

- Lo Balbo

- LoBello Pino

- Lunetta M.

- Mangano Alberto

- Messina

- Naggi Gianni

- Naso

- Barbera

- Contorni

- Federico

- Rappa Rosario

- Silvestrini Gianni

- Tripi Italo

Intervento finale di:

Rita Borsellino

 

 

 

 

OLTRE KYOTO

Per un modello energetico alternativo in Italia e in Sicilia

 

Intervento introduttivo di:  Nicola Cipolla

 

 

Nell’attuale fase del dibattito politico e sociale in Sicilia è stato felicemente, a  mio avviso, introdotto il concetto della necessità di operare una ferma e decisa discontinuità rispetto all’andamento della vita politica nazionale e specie siciliana incentrata su un’Assemblea Regionale e su un metodo di governo che è stato definito consociativo e clientelare e che è responsabile della crisi  morale, economica e sociale in cui versa il nostro paese e soprattutto la nostra regione.

Il merito di questa svolta  è innanzitutto della straordinaria, e inattesa, per quanto riguarda la Sicilia, partecipazione popolare alle due primarie dell’Unione. L’afflusso alla prima consultazione, quella nazionale, è stato decisivo per determinare prima la candidatura e poi lo straordinario successo di Rita Borsellino alle primarie regionali che hanno riconfermato la volontà di cambiamento del popolo siciliano.  A partire da questa esigenza di discontinuità con il passato si sta sviluppando un’iniziativa ed una ricerca che sta mobilitando forze politiche, culturali e soprattutto, ed è questa la novità del congresso regionale della CGIL, le organizzazioni dei lavoratori in prima persona.

La consegna della tessera sindacale a Rita Borsellino, firmata dalle tre organizzazioni CGIL , CISL  e UIL, ha un grande significato per tutti ma soprattutto per chi, come me, ha vissuto da dirigente sindacale della CGIL, nei lontani anni dopo Portella della Ginestra e dopo la fine dei governi di unità nazionale sorti dal movimento di liberazione, anche la rottura dell’unità sindacale con la creazione prima della CISL e successivamente anche della UIL.

Malgrado questa rottura, in momenti alti della lotta delle classi lavoratrici nel nostro paese come l’autunno caldo (’68 – ’69) ci sono stati tentativi di riunificazione, che partivano da un’esigenza di base specie nel settore metalmeccanico. Anche senza voler enfatizzare e con la consapevolezza delle difficoltà e delle differenze che ancora esistono questo fatto può segnare un inizio di un processo unitario che parte dal mondo del lavoro (la nostra è una repubblica fondata sul lavoro) di tutte le forze che vogliono un’ Italia e una Sicilia nuove e diverse adatte a raccogliere le sfide del XXI secolo.

Questa unità può realizzarsi in mezzo a mille difficoltà che sono davanti a noi ogni giorno sulla base della definizione di un programma  condiviso e sostenuto non solo dai partiti ma da tutta la società. La questione ambientale costituisce uno dei punti principali di questo programma. Una delle sfide fondamentali che l’umanità, l’Italia e la Sicilia devono affrontare creando una discontinuità epocale rispetto a modelli di sviluppo, che  principalmente nel campo dell’energia, che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli della vita del nostro pianeta, a partire dalla rivoluzione industriale che introdusse nella storia dell’umanità che fino ad allora aveva usato fonti di energia rinnovabili (il bestiame da lavoro, i mulini a vento, le vele,  le biomasse per fare il fuoco, etc.) l’utilizzazione a fini produttivi, di materie prime fossili, il carbone prima e poi nel ‘900 il petrolio, che la natura aveva sottratto dall’atmosfera del globo milioni e milioni di anni fa rendendo possibile la vita come oggi noi la conosciamo e viviamo. A questo si aggiunse l’uso dell’energia nucleare come sottoprodotto delle bombe di Hiroshima e Nagasaky e della lunga guerra fredda che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso.

Questo modello energetico ha creato anche un tipo di società di consumi governato da grandi multinazionali che nel secolo scorso ha portato a due guerre mondiali, alla guerra fredda ed ora a quella senza fine che sfocia in un conflitto anche di religione  contro i paesi islamici che hanno la fortuna o la sfortuna di detenere il 65% delle risorse petrolifere del mondo.

L’attuale crisi energetica del petrolio, che si traduce anche nell’aumento continuo del prezzo è dovuta, come abbiamo più volte affermato, da un lato dall’esaurirsi dei giacimenti scoperti all’inizio del secolo scorso in America ed alla fine dello stesso secolo nel Mare del Nord ed anche all’aumentata domanda petrolifera da parte degli Stati Uniti (che con il 5% della popolazione rappresentano il 26% dei consumi di  petrolio)  ed anche  dall’entrata in campo, per effetto delle rivoluzioni antimperialiste e nazionali  del secolo scorso, di grandi nazioni come la Cina e l’India che stanno uscendo dall’arretratezza di modi di produzione arcaici e stanno sviluppando le loro economie e  le loro industrie a ritmi travolgenti.

Ma se anche ci fossero risorse fossili molto più grandi di quelle che attualmente sono sfruttate o sfruttabili un limite invalicabile al loro sfruttamento viene dato dal disastro ambientale,  come è ormai riconosciuto non solo dagli scienziati e dai movimenti ambientalisti ma anche da forze politiche e istituzioni fondamentali che si sono poste il problema.

Abbiamo ricordato già nel passato convegno l’importanza degli accordi di Kyoto. Questi  intanto rappresentano il riconoscimento, da parte della stragrande maggioranza degli stati del mondo, che coinvolgono circa il 94% della popolazione mondiale:

n   che l’inquinamento atmosferico, che si sviluppa in modo irreversibile, è prodotto dalle attività umane e deriva dalle emissioni causate dalle energie fossili e in primo luogo dal carbone e dal petrolio.

n   che per evitare che questo inquinamento possa produrre danni irreversibili all’ambiente  e compromettere la vita del pianeta occorre programmare interventi a partire dai paesi che inquinano di più per la riduzione delle emissioni; sia attraverso misure di risparmio energetico sia, in via principale, attraverso un cambiamento del modello energetico basato sulle fonti rinnovabili e cioè sul sole (eolico, biomasse, idroelettrico e solare termico e fotovoltaico).

Queste affermazioni contrastano con le idee e la pratica del neoliberismo dominante portato avanti dagli USA e dai loro satelliti. Gli eventi atmosferici succedutisi nello scorso anno, con particolare riferimento agli uragani Katrina ed altri che hanno devastato anche le regioni meridionali degli Stati Uniti e dopo i rilevamenti scientifici che hanno  mostrato il disastro ecologico causato dallo scioglimento dei ghiacciai delle due calotte polari,  hanno determinato un ulteriore isolamento della politica del governo Bush che continua ad essere contraria agli accordi di Kyoto. La comunità dei paesi aderenti all’ONU ha  riconfermando invece l’importanza della loro applicazione, come è avvenuto a Montreal,  anche con l’apporto dell’ex presidente USA  Billy Clinton, sottolineando anche la necessità  di preparare nuovi più decisivi interventi, internazionalmente concordati,  a partire dal 2010.  Si apre così una nuova fase non solo di discussioni e trattative a livello di governi e di istituzioni internazionali ma di mobilitazioni e lotte a livello internazionale.

Il movimento No Global nelle  ultime manifestazioni di Barcellona  e di Caracas si sforza  di assumere la questione ambientale come uno degli assi portanti delle sue rivendicazioni. A questo fine noi italiani abbiamo dato un contributo con la costituzione, a cui il Cepes ha partecipato, di un movimento per un Contratto Mondiale per l’Energia il cui documento fondamentale oggi presentiamo a questa iniziativa e che rappresenta un punto avanzato nell’unificazione degli obiettivi del movimento ambientalista con quelli del movimento per la pace,  per i diritti sociali e contro il neoliberismo tradizionali del movimento  No Global.

I prossimi appuntamenti, a cominciare da quello di Atene, nel maggio prossimo, continueranno questo percorso per determinare quella discontinuità epocale per il passaggio al  modello energetico alternativo.

Agli accordi di Kyoto l’Unione Europea, che certamente in altri campi ha limiti, deficienze ed orientamenti neoliberisti, specie nel settore dello stato sociale, ha dato un apporto positivo. Alcune direttive europee, basate sull’esperienza dei paesi più avanzati in materia, hanno agevolato il diffondersi di queste pratiche sia per quanto riguarda settori particolari, come il caso dell’eolico, sia per quanto riguarda l’obbligo di elaborare Piani Energetici a livello nazionale e regionale.

La Germania, la Danimarca, la Spagna, la Grecia in particolare, hanno realizzato nel campo delle energie alternative e soprattutto nell’ eolico, impianti per decine di migliaia di Mw  che rappresentano ormai  percentuali notevoli rispetto alle  energie fossili. La Svezia sta approvando un piano energetico ambientale che per il 2020 prevede l’uscita totale dal nucleare e dal petrolio con l’utilizzazione dell’energia eolica, idroelettrica e delle biomasse derivanti dai boschi che coprono quella regione.

 In Italia, invece il governo Berlusconi ha ritardato la definizione dei vincoli di emissione previsti da Kyoto e  per cinque anni anche  l’emissione del decreto per rendere operativi gli impianti fotovoltaici da parte dei privati, inoltre,  i contributi per il biodiesel sono stati ridotti da 300 mila a 200 mila tonnellate e infine anche l’eolico è stato bloccato.

In quest’ultima fase il ministro Scaiola ha approfittato della crisi del gas russo, causata da un contrasto con il governo filoamericano dell’Ucraina, per rovesciare completamente gli accordi di Kyoto e reintrodurre nelle centrali elettriche, tra cui Termini Imerese,  l’uso del mefitico olio combustibile al posto del metano, che graverà sul prezzo dell’energia ai consumatori ed aumenterà l’esborso dell’Italia per le violazioni degli accordi di Kyoto. Spinge per lo sviluppo di centrali a carbone che non sono né pulite né  più convenienti dal punto di vista economico in dispregio della volontà delle popolazioni che però sono riuscite ad ottenere l’intervento del presidente laziale Marrazzo per il blocco delle opere a Civitavecchia. Infine ha stanziato fondi pubblici non per le energie rinnovabili ma per far partecipare l’Enel e l’Ansaldo al progetto francese per il nuovo nucleare. In questa situazione, poi,   l’antitrust ha condannato l’ENI a pagare una multa molto salata (290 milioni di euro) per abuso di posizione dominante e per non avere potenziato a questo scopo i gasdotti dell’Algeria e della Russia. Ma il colpevole non è solo l’Eni e il suo ex presidente Mincato. La  responsabilità principale è prima di tutto del governo e del processo di privatizzazione dell’ Eni (e dell’Enel) a cui il governo ha solo chiesto, a spese dei consumatori,  alti dividendi e conseguente aumento del valore delle azioni per tappare i buchi della politica finanziaria disastrosa del ministro Tremonti. Ciò ha portato anche alle contestazioni, non solo da parte del movimento ambientalista ma addirittura da parte della vice presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia,  che arriva a dire al Corriere della Sera: “Sarebbe stato meglio lasciare all’Eni il monopolio pubblico e la responsabilità di tutelare gli interessi dei consumatori e delle imprese”.

Di fronte a questo disastro causato anche dalla sostanziale identità di vedute del governo Berlusconi rispetto alla politica anti Kyoto di Bush, occorre a livello nazionale affermare una netta discontinuità.

La politica energetica innovativa che un governo nuovo deve proporsi all’inizio del XXI secolo è quella di passare dal carbone, dal petrolio e dal nucleare ad una politica di risparmio e di utilizzazione delle fonti alternative (vento, sole, acqua, biomasse). Il “rimedio” che si propone invece è quello di  un ulteriore privatizzazione delle reti Eni ed Enel con ingresso di privati (che sarebbero poi gli altri oligopoli concorrenti con l’Enel  come l’Edison-l’Edf).

Le reti nazionali ed internazionali della Snam e quelle elettriche della Terna, le centrali idroelettriche e quelle geotermiche sono beni comuni, il loro uso un monopolio naturale e devono essere  gestiti nell’interesse di tutto il popolo. Nella situazione attuale e in prospettiva costituiscono lo strumento essenziale per assicurare alle migliaia di imprese, di aziende agricole, di cittadini, di enti locali l’assorbimento delle eccedenze energetiche che potranno essere prodotte con il sole, il vento, le biomasse garantendo, attraverso l’uso programmato delle centrali  idroelettriche, l’equilibrio tra domanda ed offerta di energia nelle varie ore del giorno e nelle varie stagioni. Così come avviene nei  paesi europei che sono all’avanguardia nell’utilizzazione delle fonti alternative.

Perciò anche alla luce di questi ultimi avvenimenti bisogna approfondire e specificare gli obiettivi giusti del programma dell’Unione. Obiettivi e programma  che non possono essere certo bipartisan.

La Sicilia è un caso a parte. E’ l’unica regione senza un Piano Energetico Ambientale di cui si sono dotate, ormai da oltre un decennio, man mano tutte le regioni d’Italia a cominciare dalla Toscana e dalle Marche. Nella gestione clientelare e consociativa del governo Cuffaro l’approvazione di un Piano Energetico Ambientale avrebbe significato  la perdita della funzione di commissario per quanto riguarda l’emergenza acqua e  rifiuti, del controllo del sistema forestale e l’impegno di stanziamenti a favore delle energie rinnovabili. Il Piano Energetico Ambientale è invece legalità, regole, diritti contro le pratiche del favoritismo e delle infiltrazioni mafiose oggi dominanti.

Quale Piano per la Sicilia e come elaborarlo e gestirlo?

La definizione delle linee del piano e l’azione per la sua attuazione  costituiscono, negli anni che verranno, i punti di scontro di carattere economico, sociale e politico che interessano non solo l’ambiente ma tutta l’economia industriale, agricola, dei trasporti ed anche i livelli di occupazione, lo stato sociale (specie per quanto riguarda il trasferimento attraverso le energie rinnovabili di una parte delle rendite e dei profitti dell’industria monopolistica dell’energia alle piccole e medie imprese, ai Comuni, agli agricoltori singoli e associati).

Il Piano non può essere un documento puramente formale  o tecnico che ricalca la situazione esistente ma deve essere uno strumento per la realizzazione di rivendicazioni che le masse lavoratrici  e popolari conducono in questo campo.

In Sicilia uno dei primi compiti del nuovo governo, che rappresenti anche in questo campo un elemento di forte discontinuità con il passato, sarà quello di elaborare un Piano Energetico Ambientale attraverso la convocazione di una conferenza regionale a cui partecipino associazioni ambientaliste, sindacati,organizzazioni dei produttori industriali ed agricoli, università e centri di culturali e rappresentanze degli Enti  locali che poi, nella fase di attuazione del Piano, avranno un compito fondamentale come è avvenuto  in altre regioni come la Toscana e le Marche che hanno stipulato un vero e proprio patto per l’ambiente e l’energia con tutte le forze chiamate alla sua elaborazione,  gestione e controllo. Con la partecipazione di rappresentanti di forze presenti nella società siciliana deve essere costituito un organo per il controllo e l’attuazione  del Piano, che sostenga l’azione del governo. Annualmente occorrerà fare un bilancio dei risultati, delle difficoltà e delle esperienze per portare ad un’azione che deve trasformare l’economia e l’intera società siciliana.

Gli obiettivi del Piano infatti investono tutta l’economia e tutta la società siciliana.

In primo luogo il risparmio energetico e lo sviluppo delle forze energetiche alternative: solare termico e fotovoltaico e, nell’attuale fase, soprattutto eolico, unificando, a questo riguardo, l’elaborazione del Piano Energetico con il piano paesistico in modo da evitare quelle contrapposizioni che hanno portato ai tentativi, in parte riusciti, di blocco dell’eolico in  Sicilia.

Per le energie alternative non siamo all’anno zero, basta introdurre gli stessi meccanismi, le stesse esperienze, le stesse tecnologie di paesi più avanzati in questo campo: ad esempio la Grecia che ha il 60% delle abitazioni con impianti termici solari o la Germania che, pur avendo un rendimento energetico quasi dimezzato rispetto alla Sicilia per quanto riguarda il solare fotovoltaico, ha già impiantato oltre 1.000 Mw , superato le 100 mila abitazioni da anni e si avvia al milione.

L’intervento di Lunetta della Confederazione Italiana Agricoltori  pone in risalto le possibilità che l’azienda agricola in questa fase di crisi della PAC possa trasformarsi anche parzialmente in una impresa agroenergetica che completa il suo reddito annuale con i ricavi del biodiesel, del solare e dell’eolico come avviene già in Germania e in altri paesi.

Un Piano Energetico riguarda anche i trasporti per ridurre il consumo di carburanti e sviluppare l’uso di ferrovie, tranvie, metropolitane, autostrade del mare  e in una fase di transizione utilizzare il metano meno inquinante  e facilmente  ottenibile in Sicilia attraverso i gasdotti dell’Algeria e della Libia al posto del petrolio per quanto riguarda i servizi pubblici ed anche le auto private.

Il Piano riguarda anche il monitoraggio dell’inquinamento dei grandi complessi petrolchimici e interventi per la riduzione di questo e soprattutto uno sviluppo diverso per quanto riguarda la Fiat di Termini Imerese per nuovi veicoli meno inquinanti e  la STM di Catania per la produzione di pannelli fotovoltaici utilizzando i residui di lavorazione delle componenti di silicio come fa la Sharp in Giappone.

Naturalmente come avviene già in altre regioni d’Italia lo sviluppo dell’eolico e del solare può e deve far sorgere, anche in collaborazione con le più avanzate imprese spagnole, danesi e tedesche, industri e che producano attrezzature necessarie.

Un Piano Energetico Regionale deve contenere il piano di riciclaggio dei rifiuti  che rompa l’attuale andazzo che predilige le tecniche di termovalorizzazione e favorisce la gestione mafiosa delle discariche.

Il Piano Energetico Regionale deve riassumere anche il problema dell’acqua che in Sicilia ha una tradizione che risale al 1947 con l’Ente Siciliano di Elettricità e che oggi ha una potenzialità di invaso di 1 miliardo e 50 milioni di mc che viene usata sola in minima parte, meno della metà, lasciando le città, le campagne e le industrie nella sete e nell’abbandono e favorendo ogni forma di intervento mafioso e clientelare nella distribuzione dell’acqua. Un grande spreco che può essere risolto attraverso una inversione della tendenza rispetto alla privatizzazione secondo l’esempio della Puglia ed ora della Campania per realizzare attraverso un organismo indipendente e partecipato a carattere regionale e locale un paino di utilizzazione completa delle acque a fini civili, irrigui e  di produzione idroelettrica e le modalità della sua gestione.

Per quanto riguarda il finanziamento non applicare, secondo gli accordi di Kyoto, le direttive comunitarie e le proposte del movimento ambientalista significa per la Sicilia e per l’Italia rinunciare ai benefici che possono derivare dai Certificati Verdi secondo il principio “chi inquina paga”. Opere di rimboschimento, impianti eolici, impianti solari ed altro godono di incentivi e finanziamenti a livello comunitario e nazionale che finora sono stati sprecati vista l’arretratezza della politica del governo Cuffaro in questi campi.

Un Piano Energetico di questo tipo ha bisogno non solo del sostegno di un movimento di opinione o dell’apporto di illustri tecnici che non è mai mancato, ma ha bisogno delle grandi organizzazioni di massa dei lavoratori (l’ultimo congresso della CGIL e dei sindacati aderenti tra cui la Flai fanno bene sperare a questo proposito), degli agricoltori ed anche delle imprese industriali  (la neonata associazione delle imprese eoliche della Sicindustria ha avuto un ruolo notevole nel limitare i danni della manovra del governo Cuffaro intesa a soffocare sul nascere questa industria in Sicilia). Ed anche  delle forze politiche che devono assumere un ruolo nella nuova Assemblea Regionale di contestazione della vecchia politica e di proposta di una nuova politica di Piano Energetico Ambientale paesaggistico che purtroppo nelle passate legislature non è stata portata avanti.

La battaglia per ridurre il peso del petrolio e delle altre fonti non rinnovabili non è solo una battaglia ambientalista ma è anche e soprattutto una battaglia per la pace e di solidarietà con i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente. Su ogni realizzazione di un progetto di cambiamento energetico può essere a giusta ragione innalzata la bandiere della pace ed anche la bandiera della costruzione di una nuova società  più democratica e  più solidale. Il passaggio da una economia basata sulle fonti energetiche non rinnovabili ad un nuovo modello di energie rinnovabili cambierà anche il modello di società che negli ultimi 200 anni ha sviluppato oppressioni, dislivelli di reddito e aprirà nuove strade. La Sicilia deve dare il suo contributo a questo epocale trasformazione.