20 Febbraio 2006, Palermo - Aula magna, Facoltà di Lettere

Viale delle Scienze, Università di Palermo

OLTRE  KYOTO:

 per un modello energetico alternativo

in Italia e in Sicilia

Relazioni del convegno:

- Cipolla Nicola

- Ancona Pietro

- Bellomo Walter

- Di Cristofalo

- Lo Balbo

- LoBello Pino

- Lunetta M.

- Mangano Alberto

- Messina

- Naggi Gianni

- Naso

- Barbera

- Contorni

- Federico

- Rappa Rosario

- Silvestrini Gianni

- Tripi Italo

Intervento finale di:

Rita Borsellino

 

 

 

Intervento Naggi   (Forum Ambientalista)          (mattina)        

 

Vorrei partire dall’aspetto più importante che riprende alcuni elementi che Nicola Cipolla ha anticipato. Il contratto mondiale per l’energia è uno strumento che abbiamo pensato di sviluppare per coinvolgere i movimenti che in questi anni sono cresciuti contro le guerre su una tematica che provoca queste guerre e cioè la questione energetica.

Direi che l’aspetto centrale è quello dell’equità nel poter godere delle risorse necessarie, perché l’energia riteniamo sia qualche cosa di fondamentale, insieme all’acqua, per la natura umana.

Ci viene semplice dire che il concetto di fondo è quello di ritenere che usando meno qui, garantiamo di più là, intendendo per “qui” il mondo occidentale e industrializzato e molto consumistico, per “là” intendiamo gli altri 4/5 del mondo, dove questi problemi sono affrontati a livello differente, e cioè di penuria di risorse.

L’elemento centrale è quello di porsi il problema di come ridurre consistentemente l’uso dei combustibili fossili, di cui facciamo abbondantemente uso nel nostro sistema. Ma in che modo?

Soprattutto riducendo la necessità di energia che noi utilizziamo, accompagnato dallo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. E’ fondamentale questa gerarchia di questi due passaggi. Anche pensare di utilizzare molte energie rinnovabili, se non si affrontano prioritariamente la riduzione consistente del consumo e del fabbisogno di energia, non si risolve la questione. Perché l’utilizzo di superficie, l’utilizzo di impianti necessari per far fronte al fabbisogno energetico con le rinnovabili, è enorme. Non abbiamo una concentrazione come in una centrale a combustione di combustibili fossili che ci permette magari di avere 1000 Mw e occupare alcuni ettari di territorio. Per avere 1000 Mwatt occorre occupare grandi quantità di territorio. Arriveremmo al punto in cui non saremmo in grado di sopperire alle nostre necessità. È quindi fondamentale che si passi ad una riduzione consistente dell’utilizzo dell’energia nei nostri paesi, ma questo non deve significare impoverimento, significa coinvolgere la scienza e dare ruolo vero alla scienza, in particolare riguardo la ormai risaputa riduzione di risorse. Quello che noi chiediamo alla scienza è di darci il benessere di cui abbiamo bisogno, con la minore quantità possibile di risorse energetiche. Ed è l’elemento centrale per l’equità nel mondo, perché attualmente un cittadino del nord-America, mediamente ha bisogno di 8 tonnellate di petrolio all’anno. L’Europa è quasi a 5 t all’anno.

Si pensa che a media scadenza, intorno al 2050, si arrivi ad una necessità energetica per ogni abitante nel pianeta di 1 t. si capisce naturalmente che non è facile. Quindi lo stile di vita diventa fondamentale. È ciò che ci obbliga a fare guerre per procurarci il necessario. Noi possiamo fare manifestazioni contro la guerra e per la pace quando vogliamo, ma se non cambiamo modello di sviluppo, quando facciamo la manifestazione è tutto inutile. A volte andiamo alla manifestazione in macchina, ma ciò non vuol dire che bisogna andarci a piedi, ma che bisogna favorire il trasporto collettivo, un sistema di trasporto che consumi meno energia.

Quindi centrare questa proposta del contratto mondiale per l’energia è questo: mettere in discussione il pensiero economico classico che ha ritenuto fino ad ora che la crescita indefinita fosse possibile.

Questo è un processo che proponiamo alle popolazioni, agli amministratori, ai politici.

Insieme possiamo costruire una società più equa con un sistema energetico distribuito. Qui esce fuori un’altra questione, anche tecnicamente. Un sistema energetico che produce energia in grandi centrali, quindi in luoghi concentrati, e poi distribuisce su grandi linee, intanto è già un modello energetico di grande spreco. Quando si dice che noi abbiamo un modello energetico come un secchio bucato, è per vari motivi. Tranne le produzioni, le centrali convenzionali, prima delle ultime che stanno uscendo, in Italia abbiamo una percentuale di rendimento intorno al 30-38%, ciò vuol dire che quello che mettiamo dentro, già il 62% lo buttiamo via nel momento in cui produciamo energia. Le successive perdite le trasformazioni fanno si che ad occhio e croce si utilizza il 3% delle risorse che si sono messe lì dentro. Già questo è un modello che va superato, chiaramente non è facile, bisogna farlo nel tempo. Ma se il modello di produzione energetica è distribuito, a parte che è più controllabile democraticamente, posso produrre lì l’energia che mi serve con rendimenti anche del 90%, perché il calore che butto via nelle grandi centrali, di fatto lo posso utilizzare se è sul posto.

Ma c’è un altro elemento importantissimo, che è quello della domanda, cioè noi abbiamo continuamente risposto alla domanda accrescendo le offerte. Se andiamo a vedere l’urbanizzazione, l’edilizia, le case che noi utilizziamo, è qualche cosa che non ha alcun senso, messa a confronto ad esempio con l’edilizia tedesca. In paesi del nord e centro Europa, a volte nuove case vengono costruite senza sistemi di riscaldamento, per come sono costruiti. Noi che siamo in pieno sole, appena accenna un po’ di pioggia, dobbiamo accendere il riscaldamento. Poi quando fa caldo i generatori di fresco imperversano.

Questi sono i passaggi che noi proponiamo, assieme a un cambiamento importante del sistema dei trasporti.

C’è anche il discorso del modello agroalimentare, e qui è un problema un pò delicato perché si mescola un problema di etica con un problema più pratico.

Il nostro sistema di alimentazione è un sistema che di fatto produce i cereali necessari per la nostra alimentazione, e noi li usiamo prevalentemente per alimentare animali che poi uccidiamo per mangiare la carne. Questo vuol dire una necessità di coltivazione che è mediamente anche 10 volte più del necessario.

Tutti questi elementi hanno fondamentalmente due cose al centro. Una è superare l’utilizzo dei combustibili fossili, perché sono causa di guerra, sono motivo di alterazioni climatiche e sono in via di esaurimento, per sviluppare insieme ad una riduzione della necessità di energia, l’utilizzo delle fonti rinnovabili, facendo attenzione però che anche il nuovo non sfugge a dei pericoli.

Per esempio le biomasse, non vuol dire che possiamo permetterci di bruciare i boschi. Ma significa effettuare un serio rimboschimento.

Sul programma dell’Unione per quanto riguarda il tema dell’energia, direi che complessivamente ci sono una serie di cose che vano poi migliorate nella messa in pratica, però complessivamente non è un cattivo programma. Il programma dice infatti che bisogna ridurre i combustibili fossili, che bisogna aumentare l’efficienza. Come si diceva, invece di ridurre del 6,5% le emissioni, dal 90 sono aumentate del 13%, cioè stiamo andando nella direzione opposta. È importante che si consideri l’applicazione del protocollo di Kyoto come una occasione e no come una pesantezza. E non solo, ma si sottolinea il fatto dell’impegno di ridurre le emissioni con pratiche che per l’80% vengano portate avanti nel paese e quindi non acquistate - come diceva prima Nicola Cipolla - da altri paesi, perché il protocollo dà la possibilità di acquistare da altri la possibilità di emettere inquinanti. Qualcuno potrebbe dire, ma noi aiutiamo i paesi meno sviluppati a svilupparsi di più. Ma la cosa funzionerebbe solo se noi fossimo disponibili a dire apertamente che noi intendiamo condannare quei paesi al sottosviluppo, perché quando diranno di voler arrivare ai crediti di emissione, noi dovremmo dire no perché li abbiamo già acquistati, oltre naturalmente al fatto che bisogna spendere soldi per acquistarli, perché sul mercato si parla di 30-40 euro per ogni tonnellata di CO2 immessa nell’atmosfera.

Altra cosa importante è quella in cui si sottolinea che il sistema energetico italiano dovrebbe garantire la sicurezza di approvvigionamento di gas ed elettricità. Questa che sembrerebbe una banalità, in realtà non è così scontato, perché in questa crisi in cui quel po’ di gas in meno che ci arriva dalla Russia sembra che sia la fine della nostra economia. Le aziende (ENI, ecc.) in questo inverno hanno venduto ad altri paesi energia elettrica prodotta in Italia. Si dice che l’energia elettrica in Italia costa molto di più delle altre parti, ma poi come si spiega che no la produciamo e la vendiamo ad altri. Ma la questione è ancora più grave, perché nella produzione di energia elettrica c’è un mix di impianti dei quali, gli uni producono con minor costo e gli altri con maggior costo, e la nostra bolletta la paghiamo in base alla media di questa produzione. Quindi cosa fanno? Il gas che prendono a minor costo per aumentare il rendimento delle centrali ciclocombinate a minor costo, non lo mettono nel nostro mix per farci abbassare la bolletta, ma se lo vendono perché sul mercato europeo è competitivo. Quindi abbiamo un doppio danno, ci fa rimanere in casa con un grado in meno per far fronte alle necessità, e poi ci fanno pagare l’energia che ci forniscono a un prezzo più alto del dovuto, perché quella che costa meno se la vendono e ci guadagnano come aziende, visto che le abbiamo privatizzate per oltre il 70%. E l’ENI direttamente si vende pezzi di gas, tanto è vero che nel documento della commissione parlamentare delle attività produttive, in un passaggio è esplicito, che il nostro paese, per la sua posizione può diventare un punto di transito nevralgico per l’energia.

Quando si parla dei cosiddetti regassificatori, si dice che gli oleodotti non bastano, e tralasciano il fatto che bisogna fare viaggiare questo gas a oltre 160° sotto zero, il che non è una bazzecola, si dice che noi potremmo essere un crocevia di transito. Se è così bisognerà riflettere.

Sempre sul programma c’è un punto importante che è quello che riconosce la possibilità che attraverso l’aumento dell’efficienza energetica complessiva, si abbiano forti ricadute occupazionali.

È comunque importante partire dai comuni, le amministrazioni potrebbero partire in tal senso. I loro edifici dovrebbero renderli molto più efficienti.

Cipolla diceva che noi dovremmo garantirci il controllo pubblico delle reti. E questo nel programma c’è, ovvero le reti di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche.

Purtroppo c’è anche una parte negativa, che nel caso dell’elettricità l’ENEL debba cedere all’asta capacità di generazione preliminare, nel senso di potere di mercato.

Noi riteniamo invece che sia stato già un grave errore aver ceduto tutto quello che è già stato ceduto. Quello che manca nel nostro paese e che è mancata, è il controllo politico di queste società. In questi anni, anche quando ENI ed ENEL sono stati monopolio pubblico, lo Stato il più delle volte ha dato una delega totale a queste società di fare quello che volevano. Allora se manca un controllo politico, è ancor peggio se è privato, perché non deve passare da nessuna mediazione, fa quello che vuole. Quindi occorre puntare decisamente al controllo politico di queste società, o quanto meno di quello che rimane di queste società (circa il 30%).

In questi anni di privatizzazioni, il Ministero del Tesoro ha fatto 90 miliardi di euro. È chiaro che questi soldi hanno fatto comodo, ma guardando bene, nessuno si è accorto del benessere di questi miliardi, anzi sembra che le cose sono peggiorate notevolmente. E non solo, hai perso una tua proprietà, cosa che presto ti ricadrà addosso.

Chiudo dicendo che in 5 anni sarà difficile riuscire ad arrivare a produrre il 25% di energia da rinnovabili come previsto, però intanto è un impegno molto importante. Significa porsi almeno un obiettivo strategico.

Non dimentichiamoci l’importanza di rafforzare la ricerca, visto che è stato uno dei settori più abbandonati da questo governo, e già quello precedente non è che abbia fatto delle grandi cose. Ricerche da indirizzare ad esempio sull’idrogeno “verde”.

Ultimissima cosa descritta nel programma è la programmazione di un piano energetico ambientale razionale regionale concepito fra lo Stato e le Regioni, con la partecipazione degli enti locali. Questo è molto importante, perché l’ultimo piano ambientale nel nostro paese è stato nell’88.

Si ritiene sia importante che questo piano venga, assieme alle Regioni, gestito assieme a un Consiglio Superiore per l’Energia, supportato da un’Agenzia Nazionale per l’Energia e per l’Ambiente.