L'8 LUGLIO IN SICILIA

A ripercorrere, frugando nella memoria e nelle pagine dei giornali dell'epoca, le cronache di quei giorni infuocati di luglio 1960 viene immediatamente una constatazione che suscita una domanda.
La constatazione è che assieme a Genova e Reggio Emilia la Sicilia e Palermo in particolare costituirono uno dei punti in cui lo scontro di lavoratori e di popolo contro le provocazioni poliziesche del governo Tambroni raggiunse i livelli più alti di tensione e la partecipazione più vasta di popolo agli scontri ed alla lotta. Tra Licata, Catania e soprattutto Palermo la Sicilia pagò un contributo di sangue pari a quello di Reggio Emilia (5 morti) e un numero altissimo di feriti, anche di arma da fuoco, di contusi, di arrestati e poi immediatamente dopo i fatti di lavoratori processati e condannati.


Fatta questa constatazione bisogna cercare di rispondere ad una domanda: perché la Sicilia ha dato un contributo così rilevante e decisivo?
In Sicilia non c'erano città medaglie d'oro per la Resistenza come a Reggio Emilia o Genova, cioè in Sicilia non c'era stato quel grande movimento popolare di lotta contro il nazifascismo che aveva avuto inizio subito dopo l'8 settembre del 1943 e che aveva costituito la base per la ricostruzione della democrazia in quelle regioni d'Italia.
In Sicilia il fascismo era caduto nel luglio del '43 debellato dall'invasione anglo-americana dell'Isola. La costruzione di un movimento di massa democratico in Sicilia si era urtata subito con l'ostilità e la repressione di un blocco sociale e politico sostenuto dal governo militare alleato e basato sul separatismo, il latifondismo e la mafia.
La guerra di liberazione che in altre parti del paese si era sviluppata dopo l'8 settembre nella parte dell'Italia occupata dai tedeschi e dai fascisti, e la stessa costituzione del primo governo di unità nazionale a Napoli avevano fornito stimoli politici., ideologici ed anche concreti (attraverso i decreti Gullo ed altre azioni del Governo di Unità Nazionale) per intraprendere, anche prima della liberazione di Roma e del 25 aprile '45 (il vento del nord), quel movimento democratico di liberazione sociale e politica che nelle città e soprattutto nelle campagne ha rappresentato per la Sicilia e per una parte del Mezzogiorno l'equivalente della lotta di liberazione. Basta pensare al pesante bilancio di sindacalisti caduti, (54) e di stragi che caratterizzarono la lotta politica e democratica in Sicilia anche dopo il 25 aprile e che si inasprirono dopo Portella della Ginestra e la rottura dell'unità antifascista (il PCI aveva diretto queste lotte sulla base degli orientamenti togliattiani dell'autonomia siciliana in contrapposizione al separatismo e delle riforme si struttura, in primo luogo e non solo la Riforma Agraria).


Nell'estate del 1960 la Sicilia era una polveriera sociale e politica animata da grandi lotte di massa. Nelle campagne l'emigrazione e la crisi dei prezzi dei prodotti agricoli creava una situazione di disagio e di opposizione. Nelle grandi città la crisi delle industrie tradizionali, metalmeccaniche e chimiche, e l'espansione della speculazione edilizia creavano elementi di scontento e di rivolta soprattutto negli strati popolari. L'anno precedente si erano svolte le elezioni regionali che avevano segnato una grande affermazione della sinistra e soprattutto dell'Unione Cristiano Sociale di Milazzo che aveva raccolto nelle campagne il disagio dei contadini più agiati e dei piccoli proprietari che rompevano così il blocco agrario CONFIDA-COLDIRETTI e nelle città di Palermo e specialmente di Catania il sottoproletariato dei quartieri storici e popolari che aveva in passato votato per i monarchici e per la chiesa.


Ma il governo formato da socialisti e cristiano sociali e appoggiato dai comunisti era stato abbattuto dopo pochi mesi per il passaggio, attraverso un torbido intreccio di mafia e di servizi segreti, di alcuni elementi dell'Unione Cristiano Sociale al fronte avverso che si esprimeva attraverso un governo regionale presieduto dal barone Maiorana e basato sull'alleanza esplicita tra DC e MS. La Sicilia aveva così il suo Tambroni ante litteram e quindi anche per questo fatto la manovra romana acquisiva in Sicilia un particolare significato.
Lo stato di disagio delle masse si esprimeva in tanti modi.


A Licata il 5 luglio si organizza un grande sciopero generale, la situazione della città è insostenibile. La fabbrica della Montecatini, unica industria, è sul piede di mobilitazione, la ferrovia è stato soppressa, le campagne sono in crisi, la disoccupazione cresce e così pure l'emigrazione. Lo sciopero è proclamato da tutti i sindacati, come altre volte, ma questa volta l'atteggiamento dello Stato è diverso e l'intervento della polizia è violento e inusitato. La popolazione reagisce, un giovane Vincenzo Napoli è ucciso, altri dimostranti sono gravemente feriti. Dopo questo fatto la lotta si allarga e la popolazione continua per tutta la giornata a battersi contro la provocazione poliziesca.
A Palermo per il 27 giugno era stato proclamato, da CGIL, CISL e UIL, con la partecipazione di associazioni di commercianti ed artigiani, e perfino con l'adesione chiaramente strumentale della CISNAL, uno sciopero generale di tutte le categorie.


Il programma di questo sciopero era tra i più avanzati e praticamente rispecchiava la piattaforma elaborata dal PCI, dal PSI e dalla CGIL regionale e palermitana che aveva come suo dirigente ed animatore Pio La Torre. Gli obiettivi di questa lotta erano: l'abolizione delle gabbie salariali per tutti i lavoratori, l'intervento dell'IRI che era presente a Palermo con una sola piccola fabbrica, l'OMSSA, per il riordino di tutte le industrie metalmeccaniche in crisi e soprattutto del cantiere navale che la Piaggio "stava portando al fallimento" con licenziamenti già effettuati ed altri annunziati. In questo quadro si richiedeva l'istituzione a Palermo del quinto centro siderurgico (quello che poi si pensò di ubicare a Gioia Tauro). La municipalizzazione dei servizi pubblici a partire dai trasporti e con particolare riferimento alla nettezza urbana, che erano in mano a gestioni di tipo semi coloniale affidate dal fascismo a personaggi per esempio come il Conte Vaselli, fortemente compromesso col fascismo e con la mafia. Il risanamento dei vecchi quartieri dove circa cento mila persone vivevano ancora in mezzo alle macerie della II Guerra Mondiale in contrapposizione alla politica promossa dall'amministrazione Lima tendente a costruire quartieri periferici dove confinare questa popolazione per incentivare la speculazione edilizia e la cementificazione della Conca d'Oro. Ed altri obiettivi ognuno dei quali mobilitava settori della classe operaia, interi quartieri e tutta la città.


Lo sciopero riuscì in modo straordinario e produsse la più grande manifestazione dopo quella che alla vigilia delle elezioni del '47 aveva contribuito a determinare la vittoria elettorale del blocco del popolo.
Protagonisti di questa giornata furono i metalmeccanici e i lavoratori edili usciti dai cantieri della speculazione edilizia in tutte le zone della città. Tra questi ultimi vecchi e sperimentati dirigenti come il compagno Francesco Vella, dirigente della sezione Montegrappa che aveva partecipato a tutte le lotte sindacali e politiche di quegli anni e che era ben conosciuto dagli "sgherri" della polizia fascista che imperversavano ancora all'interno della polizia palermitana.


A fianco di questi c'era una nuova generazione di lavoratori formata in gran parte da braccianti, immigrati dalla provincia, o da sottoproletari che trovavano nell'edilizia il primo lavoro vero della loro vita, formata da giovani, i giovani delle magliette a strisce. Uno di questi era Andrea Gangitano diciannovenne che nel lavoro e nello sfruttamento dell'edilizia aveva trovato il sindacato e la Federazione Giovanile Comunista di cui era un militante ed attivista e che fu tra i primi a cadere l'8 luglio sotto il piombo della polizia di Tambroni.
Un apporto notevole diedero anche i lavoratori netturbini, la più sfruttata e disprezzata delle categorie di lavoratori, figli anch'essi dei quartieri più popolari ed espressione del sottoproletariato urbano.


I tentativi da parte della polizia di bloccare lo sciopero e le manifestazioni si svilupparono anche il 27 giugno in combattimenti di strada in cui la "celere" ebbe la peggio perché vide i propri mezzi bloccati dai bidoni della spazzatura messi di traverso mentre la folla reagiva agli attacchi utilizzando il materiale dei cantieri edili delle varie zone. Lo sciopero si concluse in modo vittorioso ed ebbe anche un seguito con fatti significativi di valore politico e sociale. Ai primi di luglio si svolse a Palermo l'Assemblea Regionale dei Quadri della COSIL, Confederazione Siciliana dei Lavoratori di ispirazione cristiano sociale, che decise di confluire nella CGIL come terza corrente (un fatto analogo si era verificato due anni prima per i Quadri della Coldiretti confluiti nell'Alleanza Coltivatori Siciliani).
Negli stessi giorni il Consiglio Comunale di Palermo, riunito d'urgenza, deliberò l'aumento salariale nella misura richiesta dai netturbini. In una seduta notturna in cui tutto il Comune era assediato non solo da netturbini ma da migliaia e migliaia di altri lavoratori fu sventato il tentativo in extremis del sindaco Lima per ridurre anche di poco la richiesta avanzata dal sindacato e il Consiglio Comunale approvò con una maggioranza trasversale di comunisti, socialisti, cristiano sociali e consiglieri aderenti alla CISL ed altri, la proposta avanzata dai comunisti conforme in tutto alla richiesta avanzata dal sindacato.


All'Assemblea Regionale Siciliana le rivendicazioni dello sciopero furono trasformate in una mozione firmata non solo da comunisti, socialisti e cristiano sociali ma anche da deputati regionali democristiani della corrente della CISL il che rimetteva in discussione anche la maggioranza politica del governo Maiorana e introduceva un nuovo elemento di contraddizione a sinistra all'interno della stessa DC che esprimeva così la propria ostilità a Maiorana e alla collaborazione con i fascisti.
Le notizie dei grandi movimenti che si andavano sviluppando nel resto del paese non potevano che spingere avanti questo movimento nel senso di un ulteriore allargamento della base sociale e di un'ulteriore radicalizzazione dello scontro.


Lo sciopero generale proclamato dalla sola CGIL su scala nazionale dopo i fatti di Reggio Emilia per l'8 luglio vide perciò confluire nelle piazze di Palermo, di Catania e della Sicilia tutti i lavoratori che avevano animato la giornata di lotta e di sciopero generale del 27 giugno con un elemento nuovo in più, cioè la partecipazione alle manifestazioni del popolo, anche donne e bambini, dei quartieri poveri della città. Per la prima volta dalla fine della guerra il sottoproletariato urbano di Palermo e di Catania partecipava ad una manifestazione di lavoratori promossa dalla sinistra sindacale e politica. Questo era un indice della situazione sociale e politica particolare che la Sicilia attraversava. Questi quartieri, infatti, avevano assicurato nelle elezioni regionali dell'anno precedente una netta maggioranza all'unione Cristiano sociale di Milazzo (suffragio che poi fu riconfermato in gran parte anche nelle elezioni amministrative dopo la caduta del secondo governo Milazzo).


Ma l'8 luglio gli ordini del governo centrale erano ancora più rigidi e provocatori del 27 giugno. Gli interventi furono più feroci e mirati. Come a Reggio Emilia si sparò ad altezza d'uomo e le violenze e le provocazioni furono continue e pressanti nel corso di tutto lo sciopero. A Catania dopo le cariche della polizia di fronte alla disperata difesa organizzata dai lavoratori e dal popolo contro gli assalti fu brutalmente assassinato Salvatore Novembre giovane lavoratore, feriti e percossi decine di manifestanti.
A Palermo accanto a Francesco Vella e Andrea Gangitano fu ferito a morte anche Giuseppe Malleo di sedici anni. I feriti sono centinaia, la gran parte dei quali non richiede neanche il pronto soccorso dell'ospedale perché anche lì carabinieri e "celerini" imperversano picchiando e arrestando i feriti. I fermati vengono selvaggiamente malmenati nei locali degli uffici di polizia. Così le cosiddette forze dell'ordine ubbidiscono agli orientamenti ed agli incitamenti del governo Tambroni.


Il contegno e la combattività dei lavoratori e del popolo palermitano furono eccezionali, più volte cacciati dal centro storico dalle cariche della polizia e più volte ritornarono. Certo ci furono elementi di provocazione da parte di gruppi organizzati nei quartieri in collegamento con gli organi di pubblica sicurezza secondo vecchie tradizioni dello Stato sabaudo e fascista mantenuto in piedi sotto i ministri dell'interno democristiani. Ci furono anche per la partecipazione di strati popolari, non abituati alla lotta di massa sindacale e democratica, momenti di ingenuità e di spontaneità che noi dirigenti politici e sindacali non riuscimmo ad orientare completamente.


Resta però ferma la responsabilità delle provocazioni e delle aggressioni poliziesche e il grande valore democratico di questa manifestazione e il contributo dato dalla Sicilia alla sconfitta del governo Tambroni. Per la prima volta nella storia recente del nostro paese contemporaneamente si schieravano in lotta i grandi e decisivi centri della classe operaia e della sinistra del nord e del centro dell'Italia e l'estrema periferia del sud: la Sicilia.
Il successo delle lotte e la responsabilità del governo furono poi patenti nelle straordinarie manifestazioni di cordoglio in occasione dei funerali delle vittime a cui parteciparono i massimi dirigenti del sindacato e del partito. In quella occasione, confinata la polizia lontano dalla manifestazione, il popolo di Palermo e di Catania poté esprimere con forza rinnovata la propria opposizione e condanna senza che un minimo incidente si verificasse. Debbo dire, a conclusione di questo ricordo e di questa analisi, che anche in Sicilia l'8 luglio segnò per la sinistra siciliana la fine di un'epoca.
Di lì a pochi giorni Tambroni si sarebbe dimesso, ma sarebbe cominciata un'altra fase della storia della nostra isola in cui con l'avvento a Roma del centro-sinistra e della rottura tra comunisti e socialisti prima, e poi, oltre un decennio, dopo con il compromesso storico e con il consociativismo si sarebbero trasformati tutti i termini della lotta politica e sociale che dal '44 al '60 avevano visto il PC siciliano, partito di governo e di lotta, e le sua alleanze protagonista della vita politica e sociale della regione.

Nicola Cipolla