SI PUO' RIFORMARE LA COSTITUZIONE CON UN EMENDAMENTO ALLA FINANZIARIA?


La proposta del Ministro Visco di introdurre l'aliquota unica nella tassazione dei fabbricati, indipendentemente dal tipo di fabbricato e dalla quantità di fabbricati posseduti e dal reddito complessivo del contribuente è stata giustamente criticata da Paolo Ferrero su Liberazione dell'11 febbraio u.s.
Ai validi e giusti argomenti da lui portati vorrei aggiungere alcune considerazioni.
La prima è questa.
L'articolo 53 della Costituzione stabilisce in modo tacitiano che: "tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Sembra di leggere una formula del trattato di scienza delle finanze di Antonio Pesenti, trasformato in norma costituzionale sotto il controllo di grandi giuristi padri della Costituzione da Ambrosini a Calamandrei e con la stessa supervisione di grandi economisti presenti ed ascoltati dalla Costituente.


La proposta Visco in pratica reintroduce l'imposta sui fabbricati che assieme all'imposta sul reddito agrario e dominicale, di ricchezza mobile ed altre imposte furono abolite con l'introduzione dell'IRPEF (imposta globale, personale e progressiva). Ezio Vanoni si indusse a varare quella riforma non "motu propriu" ma per adeguare sotto la spinta dei sindacati e dell'opposizione di sinistra e della cultura economica democratica il sistema delle imposte dirette ereditato dal fascismo e dall'antecedente stato liberale ai principi contenuti nella Costituzione. Principi, bisogna subito dire, che sono contenuti nella gran parte delle Costituzioni formali e sostanziali degli Stati dell'Europa Occidentale e che traggono origine da una lunga battaglia condotta dai movimenti originati dal Manifesto dei comunisti e dai partiti socialisti e socialdemocratici per far pagare alla rendita ed ai percettori di redditi più alti il costo dello sviluppo delle politiche sociali specie per quanto riguarda la scuola, la sanità, il sistema previdenziale ed assistenziale. Vero è che l'IRPEF di Vanoni ad opera dei suoi successori nei governi centristi ed anche di centro-sinistra è stata solo formalmente conforme ai principi della Costituzione perché, specie nel campo delle rendite fondiarie, l'arretratezza dei catasti agrari, l'inesistenza di attendibili catasti urbani data l'enorme e favorita diffusione dell'abusivismo edilizio, specie nel settore delle seconde e terze case ha impedito una equa e contestuale tassazione delle rendite e dei redditi di lavoro e d'impresa. A ciò si aggiunga la politica del debito pubblico del regime democristiano e i favori resi all'asfittico mercato azionario italiano per riconoscere che in effetti una vera e propria tassazione di questi redditi, attraverso l'IRPEF, non c'è stata.


Quando finalmente, dato lo sviluppo delle tecniche informatiche e dei metodi di rilevamento territoriale, si sta arrivando ad una attualizzazione dei catasti urbani e rurali, ecco che spunta il tentativo di ritornare indietro all'epoca dello Stato liberale prefascista da parte del Ministro Visco.
Io credo che la prima questione da porre in tutte le sedi è quella di contestare la legittimità costituzionale della proposta del Ministro Visco. Il tentativo di modificare gli indirizzi cogenti degli articoli della prima parte della Costituzione non è solo limitato all'articolo 53 ma usa lo stesso metodo di camuffamento legislativo tentato per gli articoli 33 e 34 che riguardano il finanziamento della scuola privata per aggirare per via di emendamenti a leggi ordinarie indirizzi costituzionali fondamentali.


La seconda considerazione che vorrei fare è che questo ritorno indietro all'Italietta liberale viene inserito in una visione neoliberista tipica del professore Visco e di quella parte del PDS in cui lui si identifica.
Quando nelle ultime elezioni presidenziali americane il miliardario Ross Perot avanzò la proposta di adottare l'aliquota unica per tutti i redditi, il professore Visco, mentre tutta la sinistra (non solo di classe ma anche semplicemente democratica) naturalmente irrideva a questa proposta, fu l'unico sull'Unità a prendere sul serio questa ipotesi come base di discussione. Diventato Ministro ha cercato in tutti i modi di realizzare questo suo attacco alla progressività delle imposte per favorire i redditi medio-alti. Nell'ultima Finanziaria questo orientamento ideologico ha avuto una piena esplicazione infatti Visco si è affrettato a restituire il 60% dell'Eurotassa, il cui prelievo era stato concordato con la sinistra interna alla maggioranza (Rifondazione, Verdi, Sinistra del PDS) e con i sindacati in modo tale da sgravare totalmente i redditi più bassi e da gravare essenzialmente sui redditi da 60 milioni in su, aumentando il carattere progressivo dell'IRPEF.


Come le tabelle pubblicate dai giornali sulla restituzione dell'Eurotassa hanno ampiamente dimostrato hanno beneficiato della restituzione solo i redditi medio-alti. Invece di restituire l'Eurotassa sarebbe stato più utile aumentare gli stanziamenti per la scuola pubblica e per la sanità aumentando posti di lavoro e riducendo tickets insopportabili.
Nel frattempo a partire dal 1998 sono state rimodulate le aliquote sugli scaglioni più elevati dell'IRPEF, cioè sui redditi da 150 milioni in su, riducendole di ben 7 punti percentuali. Ad esempio il contribuente, parlamentare, imprenditore Silvio Berlusconi che ha denunziato un reddito di 13 miliardi ottiene uno sgravio di circa 1 miliardo delle imposte pagate. Infine c'è da osservare che la stessa giusta misura dell'abolizione della famigerata imposta sulla salute solo in minima parte è andata a favore dei lavoratori dipendenti e dei redditi più bassi ma i principali beneficiari di questa sono stati ancora una volta i redditi medio-alti, che pagavamo oltre 5 milioni l'anno di imposta sulla salute, e soprattutto le imprese che hanno visto cancellata dal costo del lavoro un contributo del 9% sul salario senza che ci sia stata nessuna compensazione reale per questa riduzione del costo del lavoro sui salari su cui in effetti gravava il contributo pagato dal padrone.


Bisogna cominciare a fare i conti in modo preciso e puntuale anche con nomi e cognomi perché questo tipo di politica fiscale, e non solo il mercato tende come già avvenuto negli anni dei Reagan negli Stati Uniti a fare sì che aumenti la forbice tra redditi medio-alti e redditi più bassi.
Terza considerazione. L'Italia partecipa all'Unione Europea. Nella grande maggioranza dei paesi dell'Europa sono risultate vincitrici le forze di sinistra e sono al governo i socialdemocratici e i Verdi tallonati da partiti di tipo comunista in Francia, Germania, Svezia, etc. e questi partiti si muovono in materia fiscale in modo diametralmente opposto alla linea portata avanti da Visco. Basta guardare le proposte di Lafontaine sull'imposta sul reddito che parte dalla riduzione delle aliquote più basse per aumentare le buste paga dei lavoratori e quindi aumentare anche i consumi di massa con conseguenze favorevoli sul ciclo economico.


Quarta considerazione. La realizzazione della moneta unica ha privato gli Stati della possibilità di adoperare lo strumento monetario come mezzo di intervento congiunturale e ciò aumenta l'importanza dello strumento fiscale. Una forsennata propaganda qualunquistica che fa presa specialmente sui ceti che hanno finora eluso o evaso all'obbligo fiscale identifica come nemico principale dei cittadini il livello della pressione fiscale. Ciò non è solo profondamente sbagliato sul piano della politica di sviluppo economico, ma serve soltanto ad attaccare e ridurre lo stato sociale. Dimenticando così che la spesa sociale è stata il vero volano per aumentare occupazione e reddito in tutti gli anni, a partire dalla II Guerra Mondiale, in cui le economie dei paesi più industrializzati compresa l'Italia si sono sviluppate. I paesi a più alto reddito sono quelli che facendo passare attraverso il bilancio dello Stato una più alta percentuale del PIL riescono ad avere scuole migliori, sanità efficiente, politiche ambientali e infrastrutture moderne e ad occupare milioni di lavoratori direttamente ed indirettamente nelle attività promosse dallo Stato.
Quindi bisogna ricominciare a fare una battaglia ideologica e programmatica, anche contro corrente, per ricondurre il dibattito sul problema fiscale nel senso di lotta di classe, di lotta per lo sviluppo economico e culturale e per l'aumento del benessere della popolazione in generale. Il problema non è tanto il livello della pressione fiscale in generale quanto le scelte di giustizia sociale che anche attraverso il riparto fiscale possono essere operate, l'aumento dei redditi più bassi che può essere determinato per incrementare i consumi, gli effetti economici che un sistema fiscale equilibrato può avere nell'orientamento anche industriale attraverso, ad esempio, come si sta cominciando a fare in misura ancora insufficiente per le ecotasse ed altre misure dello stesso genere tendenti a colpire i consumi inquinanti.


La proposta di Bertinotti a tutte le forze di opposizione alle politiche liberiste apre un dibattito a sinistra. Il dibattito deve essere concreto e centrato su questioni essenziali che però hanno un grande significato anche ideale. Quando Tronti dice: "che l'avversario è la privatizzazione cioè la perdita del senso della comunità e dello Stato" evoca un indirizzo di carattere generale che va sostanziato con analisi, programmi e proposte in modo che anche in Italia si costruisca un sentire comune che parte dalla sinistra di classe ma anche che si apre, come nel periodo costituente dei primi anni della Repubblica, "a culture avverse all'assolutizzazione del privato".

Nicola Cipolla