IL SINDACO DI PECHINO E  LO SMOG

Liberazione, 5/2/05

 

 

Lo smog è un “male comune” in questa stagione a tutte le città del mondo. Conseguenza diretta del sistema energetico basato sul carbone e sul petrolio che è alla base dello sviluppo industriale e dell’attuale fase della globalizzazione.

Lo smog è prodotto, com’è noto, dai particolati, cioè infinitesime particelle anche cancerogene  (M10 o M3,5) emesse dalle ciminiere e dai tubi di scappamento  che si insinuano prima nei bronchi e, quelle di più modesto diametro, nei polmoni delle persone causando nel lungo periodo un aumento delle malattie polmonari e cardiovascolari per tutti e, nel breve periodo, la morte immediata per le persone a rischio, come le statistiche sanitarie dimostrano quando vengono superati determinati livelli.

Nell’Europa neoliberista si reagisce allo smog chiudendo o aprendo la circolazione delle macchine nei centri cittadini con deroghe di tutti i tipi come quelle un po’ grottesche che nella settimana scorsa hanno riguardato gli automobilisti della capitale.

Lo smog colpisce anche in modo grave una grande città come Pechino (e le altre città cinesi) impegnate come è noto a superare in pochi decenni lo sviluppo industriale che si è realizzato nei paesi occidentali cosiddetti avanzati in due secoli: l’800 del carbone e il ‘900 del petrolio.

La soluzione vera è costituita dall’abbandono delle energie non rinnovabili e inquinanti e al ritorno, con le tecnologie nuove, alle energie rinnovabili (il sole, il vento, l’acqua che scorre,  le biomasse).

(Per fare un esempi: i  contadini cinesi hanno usato nella civiltà della risaia per migliaia di anni, praticamente fino ad oggi, il biogas proveniente dalle concimaie dove fermentano tutti i rifiuti organici della collettività per far bollire l’acqua per cuocere il riso e per il tè realizzando così migliaia di anni prima di Pasteur un metodo infallibile per rendere potabile un’acqua facilmente inquinabile).

Soluzioni difficili da realizzarsi in tempi brevi (anche se molti passi avanti specie nell’eolico sono stati fatti) specie perché osteggiate fieramente dalle forze politiche collegate ai grandi interessi economici. Resta emblematico il gesto di Reagan che, al momento dell’insediamento alla Casa Bianca, chiamò troupe televisive e giornalisti, per assistere alla rimozione dei pannelli solari che il Presidente uscente Carter aveva simbolicamente piazzato sul tetto della Casa Bianca.

Tra le risorse non rinnovabili solo una il metano, (CH4 la più semplice molecola di idrocarburi), per quanto anch’essa responsabile, in misura minore, delle emissioni di gas serra come le altre, ha un impatto quasi zero sui micidiali particolati che sono la causa principale dello smog.

Il sindaco di Pechino, come la stampa ha annunciato nei giorni scorsi, ha commissionato all’IVECO l’immediata fornitura di 200 autobus a metano da utilizzare nella prima zona senza mezzi pubblici a gasolio, in vista di ulteriori allargamenti che sono previsti con l’annunzio di un joint venture della stessa IVECO con omologhe società cinesi per la costruzione di una fabbrica  capace di fornire nella fase iniziale 12 mila di questi autobus l’anno. Un impianto più grande della FIAT di Termini Imerese .

Questi fatti impongono alcune considerazioni.

Non da ora il movimento ambientalista e la sinistra, a partire dai lontani anni ’80, hanno posto il problema di utilizzare il metano, nella fase di transizione verso un modello energetico basato sulle energie rinnovabili e non inquinanti, come fonte energetica meno inquinante e più disponibile per l’Italia rispetto al petrolio, al carbone e nel momento in cui la questione fu posta,  in contrapposizione alla progettata costruzione di centrali nucleari da parte dell’ENEL.

L’iniziativa è buona certamente per Pechino, per la Cina, e per la FIAT-IVECO. Ma perché nei grandi comuni italiani, nelle regioni, nel programma energetico nazionale, nella politica industriale della Fiat e del paese  non viene posto in essere un programma di passaggio graduale ma rapido per il trasporto pubblico e privato dalla benzina e dal gasolio al metano e per la trasformazione nello stesso senso delle centrali elettriche che bruciano gli ultimi e più inquinanti derivati della raffinazione del petrolio?

Nella confusione mediatica, suscitata dalle dichiarazioni di Berlusconi a favore del nucleare, (soluzione vietata dall’esito di un referendum popolare e in ogni caso disponibile praticamente dopo decine di anni di ricerche) è invece andata avanti la proposta, che  purtroppo ha avuto qualche udienza  anche in ambienti del centro-sinistra, del piano dell’ENEL di trasformare le grandi centrali ad olio combustibile in centrali, ancora più grandi, a carbone da andare a rastrellare nei più lontani mari e paesi alla ricerca di costi più bassi e quindi di utili maggiori per un ENEL che è ormai vocata ad esercitare solo il compito di aumentare i profitti aziendali. L’alto costo dell’energia per le famiglie e per le imprese in Italia è anche l’altra faccia della medaglia di un bilancio ENEL con utili stratosferici nella parte ufficiale e conosciuta.

Mentre invece l’uso del metano non è più costoso ma è certamente più utile per una serie di motivi.

In primo luogo l’Italia è collegata con i giacimenti più grandi del mondo che sono quelli russi e con quelli dell’Africa settentrionale (Algeria e Libia) da metanodotti che costituiscono l’infrastruttura di trasporto meno costosa e meno inquinante per il territorio (non c’è bisogno di porti, di ferrovie, di autostrade ed altre infrastrutture pesanti). L’Italia possiede anche, a partire dall’ENI di Mattei,  una notevole rete interna che raggiunge quasi tutto il territorio nazionale

Gli Stati Uniti, ad esempio, per portare a casa il metano algerino o russo devono ricorrere a processi di liquefazione che richiedono grosse strutture portuali, navi capaci di trasportare il metano liquefatto a temperature bassissime,  che assorbono oltre il 15% dell’energia trasportata.

In secondo luogo i fornitori esteri (non bisogna dimenticare che i pozzi italiani ancora forniscono un’aliquota notevole del fabbisogno) sono legati obbligatoriamente all’Europa dalla politica mediterranea, per quanto riguarda la Libia e l’Algeria, e dalla necessità di fronteggiare assieme il peso del colosso americano per quanto riguarda la Russia.

Diversa è invece la situazione dell’approvvigionamento del petrolio dall’area mediorientale sottoposta alle crisi che infaustamente la travagliano e alle stesse aree produttive di carbone.

In terzo luogo  il metano nel settore della produzione di energia elettrica ha un rendimento maggiore del 10-15% per TEP (tonnellata equivalente petrolio) rispetto ai suoi concorrenti che può diventare poi di 20-30 punti maggiore se alla produzione di energia elettrica si associa la cogenerazione di acqua e aria calda per uso civile o industriale. Ma questo richiede impianti di piccole dimensioni collocati nel territorio in modo da potere utilizzare per usi civili e produttivi  questo calore residuo che invece di costituire inquinamento diventa  risorsa  energetica aggiuntiva.

Ma proprio qui l’ENEL non vuole sentire ragioni. Il suo piano prevede, come già negli anni ’80 per il nucleare e il carbone, grandissimi impianti che creano enormi difficoltà all’ambiente, la proliferazione di reti di trasmissione e di centrali di trasformazione e inquinamenti di ogni tipo. C’è anche in questa posizione dell’ENEL il tentativo di sfuggire ad un controllo reciproco con l’ENI che è il maggiore produttore, importatore e distributore di metano in Italia. Cioè l’ENEL invece di  comprare olio combustibile che viaggia  su carrette innominabili, o partite di carbone in paesi più lontani possibili, si troverebbe ad acquistare, alla “luce del sole”  da un unico fornitore, il metano necessario per una rete di centrali disseminate nel territorio. Queste centrali potrebbero integrarsi in sede locale con altre risorse rinnovabili (parchi eolici, microcentrali idrauliche, pannelli solari fotovoltaici etc.) per rendere autonome zone grandi, medie o piccole del nostro paese sotto il controllo democratico delle popolazioni interessate.

In quarto luogo il metano può essere utilizzato in una fase di transizione per la produzione di idrogeno e può essere ricavato anche da impianti che utilizzano biomasse residuali o appositamente prodotte dall’agricoltura e dal rimboschimento.

Per dare una risposta a queste domande c’è bisogno di una revisione totale dei programmi e del ruolo che grandi entità industriali come l’ENI, l’ENEL e la stessa FIAT devono affrontare.

Il programma del centro-sinistra deve affrontare questo problema e non cercare di mercanteggiare l’appoggio di potenti gruppi di pressione costituiti all’interno di questi enti.

Nell’immediato occorrerebbe avanzare una proposta semplice basata su tre punti:

 

1.    obbligo dell’utilizzazione del metano in tutti i mezzi pubblici da immatricolare a partire da una certa data (ed eventualmente un premio per gli operatori pubblici e privati che volessero anticipare il processo di sostituzione);

2.    obbligo per le reti di distribuzione di carburanti di aprire nelle stazioni di servizio, magari secondo una gradualità temporale, la fornitura di gas metano e GPL per autotrazione;

3.    semplificare la procedura di concessione per gli impianti di produzione elettrica che prevedano la cogenerazione.

4.    naturalmente in questo quadro la FIAT può, sviluppando tecnologie e impianti in Italia, uscire dalla crisi produttiva in cui si trova rendendosi protagonista di un aspetto della trasformazione dei sistemi di trasporto pubblico e privato che possono coprire un periodo notevole di transizione verso l’adozione anche per il trasporto di energie rinnovabili (come il biogas).

Si tratta di misure semplici che possono essere attuate anche a livello locale, previste nei Piani Regionali Energetici ed Ambientali e soprattutto un’azione politica e  parlamentare che rovesci l’impostazione di governo e del piano ENEL e dia voce unitaria e propositiva a tutti i grandi movimenti che in quest’ultimo anno si sono sviluppati in tutta Itala e in particolare nel Mezzogiorno.

 

Nicola Cipolla