LE CONTRADDIZIONI CAPITALISTICHE, TERRENO PER UNA NUOVA LOTTA AMBIENTALISTA
Liberazione, 22/7/05
TRE CONSIDERAZIONI NEL DIBATTITO IN CORSO SU CAPITALISMO E AMBIENTE
La prima. Noi siamo nei primi anni del XXI secolo, dopo due secoli di capitalismo industriale che ha utilizzato per il suo tumultuoso sviluppo le energie fossili: il carbone e la macchina a vapore nell’800, il petrolio (di Rockfeller e del fordismo e del consumismo) nel ‘900 nella cui fase finale si sviluppò a partire dai funghi di Hiroshima e Nagasaky anche lo sfruttamento dell’energia dell’uranio. Secoli neri in cui rovesciando un processo naturale che in milioni e forse miliardi di anni aveva sottratto all’atmosfera composti di carbonio ed altre materie, in modo da rendere vivibile l’atmosfera, come noi oggi la conosciamo, si sta determinando, ogni giorno di più su scala mai vista in passato, un progressivo e inarrestabile inquinamento dell’atmosfera.
Questo pericolo era stato denunciato, negli ultimi decenni del ‘900, dal movimento ambientalista, in mezzo a scetticismi ed opposizioni da parte delle forze interessate al vecchio modello. Però il progredire dell’inquinamento atmosferico e terrestre e della coscienza ecologica dei popoli ha costretto i governi, prima a negoziare il Trattato di Kyoto, nel 1997, e poi malgrado la resistenza del governo Bush, ad arrivare nel 2005 alla ratifica da parte di paesi che rappresentano il 94% della popolazione mondiale.
Il Trattato prevede, (Contro il neoliberismo dominante) interventi programmati a livello internazionale, nazionale e regionale che, pur essendo tardivi, insufficienti e di difficile applicazione, prevedono l’avvio di un processo di sostituzione delle energie non rinnovabili con le energie derivanti dal sole, (idraulico, eolico, biomasse e naturalmente solare termico e fotovoltaico).
Persino Bush, rimasto isolato, che pure aveva cercato di truccare le relazioni redatte dai suoi tecnici, sull’effetto serra, è stato costretto a riconoscere nell’ultimo incontro del G8, in mezzo al clamore delle bombe londinesi, l’esistenza di questo pericolo, pur continuando a manifestare l’impossibilità per l’economia americana di sostenere il peso pur modesto di Kyoto. Affermazione certamente arrogante ma che evidenzia ancora di più la debolezza e la crisi di un sistema economico incapace di affrontare una necessaria riforma. Con ciò dando ragione a coloro che nel campo della sinistra anticapitalista sostengono che oggi accanto alle contraddizioni, che hanno caratterizzato le lotte sociali, tra capitale e lavoro, tra ricchi e poveri (la tassazione progressiva su redditi e patrimoni prevista dal programma di Erfurt e imposta in un secolo di grandi lotte interne ed esterne all’Europa per finanziare le conquiste dello stato sociale: sanità, scuola, pensioni, etc.) esiste una terza contraddizione, che colpisce anch’essa il profitto capitalistico e contrappone gli interessi del sistema attuale con quelli dell’intera umanità (come nel loro piccolo le mobilitazioni contro le discariche nucleari, i rifiuti, le nuove centrali a carbone ed altre simili dimostrano).
La lotta ambientalista entra perciò in una nuova fase. Non più della propaganda del pericolo, ma dell’attuazione e del superamento dei trattati e delle norme elaborate ed attuate a livello di comunità europea, di stato nazionale, di piani energetici ambientali regionali.
La seconda considerazione riguarda il nesso tra sviluppo economico e mutamento del modello energetico. L’attuale fase di stagnazione e di crisi in cui versa l’economia capitalistica e in particolare nel nostro paese dimostra che il modello di sviluppo economico dei due secoli precedenti non riesce più neanche a determinare i famosi incrementi del PIL necessari per mantenere livelli di occupazione e di servizi sociali raggiunti nella seconda metà del XX secolo. Ciò vale per l’Europa e più per l’Italia. I ritmi di sviluppo degli USA e della Cina sono eccezioni che confermano questa regola. In quanto gli USA attraverso il doppio deficit del bilancio statale e della bilancia dei pagamenti finanziano il keynesismo militare della guerra permanente e una politica di consumi che non possono crescere indefinitamente, ma preparano, accanto all’aggravarsi della dipendenza economica e finanziaria dei prestiti esteri crisi economiche di dimensioni analoghe a quelle del ’29. E naturalmente rendono sempre più difficile il rientro dal dissesto ecologico di cui gli USA sono i primi responsabili con il 25% dei consumi di petrolio, il 30% delle emissioni di gas serra e con consumi pro capite di energia fossile doppi di quelli del Giappone e della UE e dieci volte quelli attuali della Cina. Quest’ultima e gli altri paesi asiatici del terzo mondo che sono in fase di sviluppo hanno certamente tassi di crescita da XX secolo perché stanno attuando, come rileva Immanuel Wallerstain, il passaggio di centinaia di milioni di lavoratori dal modo di produzione arretrato e semifeudale, basato essenzialmente sull’agricoltura (modo di produzione asiatico) ad un moderno modo di produzione capitalistico. Questo passaggio però unito all’irrefrenabile deriva ecologica americana aggrava ancora di più il pericolo ambientale globale del mondo. In questa situazione affidarsi ad un confronto ideologico tra keynesiani ed antikeynesiani, tra politica della domanda e politica dell’offerta (come è stato fatto di recente sulle pagine de Il Manifesto) ha lo stesso grado di attualità di un dibattito che si svolgesse nel secolo del fordismo a partire dai testi dei liberisti inglesi e degli economisti protezionisti tedeschi dell’800.
Il passaggio a un modello energetico basato sulle fonti rinnovabili avrà in questo secolo, e già comincia ad averle nel settore eolico e del solare a partire dai paesi più avanzati, lo stesso effetto sugli investimenti, sull’occupazione e sull’organizzazione dell’economia e dello stato che hanno avuto, nei due secoli precedenti il carbone e il petrolio. Lo sviluppo infatti delle energie alternative, pur previsto in quote minime dagli accordi di Kyoto e dai successivi regolamenti e provvedimenti comunitari, nazionali e regionali, intanto interrompe la catena che parte dalle concessioni di ricerca e di coltivazione, passa per gli oleodotti le petroliere, le raffinerie fino al distributore di benzina che raccoglie le monete che si trasformano poi in profitti e rendite per tutto il sistema di organizzazione economica e di comando politico che è anche alla base delle spese militari, dei servizi segreti, delle guerre per il petrolio, e delle resistenze che esse suscitano, e che insanguinano il mondo attuale.
L’utilizzo delle fonti alternative porta a costruire una rete che non solo produrrà e produce effetti ambientali positivi, può anche modificare il sistema di comando e di appropriazione tipico delle energie non rinnovabili. Al limite ogni Comune, ogni condominio, ogni casa, ogni azienda agricola produrrà energia per se e per gli altri. Si chiuderanno fabbriche e impianti produttivi e se ne creeranno degli altri (né la teoria economica della domanda né quella dell’offerta possono fornire lumi, semmai il processo di distruzione creativa e di creazione di nuove schiere di imprenditori può avere analogie con le ipotesi di Schumpeter).
Questo influenzerà l’occupazione, le relazioni tra gli uomini e i popoli, il modo di produrre merci e di finanziare i servizi sociali necessari e il modo di governare.
La terza considerazione riguarda il ruolo in questo processo della classe operaia e delle forze politiche che alla sua funzione liberatrice si ispirano. E qui il taglio dell’intervento di Cremaschi, nella sua doppia veste di esponente della FIOM e di autorevole partecipante al processo di Rifondazione Comunista, apre il cuore alla speranza. Il ruolo della classe operaia nei due secoli neri è stato determinante sia nella conquista delle istituzioni democratiche (suffragio universale a scrutinio proporzionale, diritto di associazione sindacale e politica e diritto di sciopero, conquista di diritti sociali per se all’interno della fabbrica diventati poi diritti sociali di cittadinanza) sia nella lotta per l’indipendenza e la liberazione dei popoli coloniali.
La classe operaia e la cultura politica che da essa deriva può avere un ruolo nella lotta ambientalista? La risposta è affermativa e si basa sull’apporto che la FIOM di Garavini e il sindacato scuola ispirato da Luporini ebbero nella vittoriosa battaglia antinucleare condotta contro non solo gli interessi nazionali e internazionali soprattutto americani, ma anche contro quella parte del movimento comunista e operaio (la maggioranza della direzione del PCI e la segreteria nazionale della CGIL diretta da Lama) che vedevano nello sviluppo del nucleare anche un interesse occupazionale della classe operaia. Senza questo apporto della sinistra comunista (Bassolino e Mussi al Congresso di Firenze, la FGCI di Folena e Nichi Vendola) le forze ambientaliste da sole non avrebbero vinto la battaglia antinucleare.
Partendo da quest’esperienza per me positiva può essere possibile ora costruire una piattaforma programmatica di sinistra rosso-verde a livello nazionale ed europeo capace di dialogare in questa fase della lotta politica con le forze espresse in Italia da Prodi, Presidente del Consiglio al momento della stipula del Trattato di Kyoto e Presidente della Commissione Europea nella difficile battaglia per arrivare alla sua ratifica.
Nicola Cipolla