La tassa del tubo, ultima creatura di Tremonti, e il fallimento della politica energetica nazionale

Siamo nella fase finale della crisi di un modello energetico che sta alla base della rivoluzione industriale. Ogni discussione oggi deve partire dalla consapevolezza che occorre ritornare alle energie alternative e abbandonare l’uso del petrolio e del carbone

 

Liberazione, 2/11/05

 

 

Ogni volta che il professore Tremonti firma una finanziaria si può essere certi di trovare in essa una o più invenzioni di finanza creativa (di illusioni ed anche di imbrogli). La novità principale di quella del 2006 era costituita dalla proposta di istituire quella che è stata chiamata da tutta la stampa: la tassa del “tubo”. Una tassa  proposta sugli utili di monopolio (che gli economisti chiamano naturale) ottenuti dalle società TERNA (GRTN)  e SNAM - rete Gas che, dopo la privatizzazione dell’ENI e dell’ENEL, avrebbero dovuto assicurare terzietà e neutralità tra i produttori di energia e i consumatori finali.

Le privatizzazioni italiane, come quelle fatte da Elstin in Russia, sono servite solo a creare “valore” per gli “azionisti” e non a perseguire scopi di carattere nazionale e collettivo che le leggi istitutive assegnavano agli enti energetici di Stato. Oggi abbiamo in Italia,  anche in conseguenza di questo tipo  di privatizzazioni, prezzi dell’energia elettrica, del gas e della benzina più elevati, che costituiscono (assieme all’alto costo del denaro anch’esso dovuto a processi anomali di privatizzazione delle grandi banche di interesse nazionale) una delle cause fondamentali del ritardo,  a parità di congiuntura, della nostra economia rispetto agli altri paesi dell’UE. Siamo passati da un monopolio pubblico, più o meno funzionante,  ad un oligopolio di privati che hanno subito trovato una concordanza per evitare ogni concorrenza tra di loro e tenere elevati i prezzi anche più di prima.

Nell’attuale congiuntura poi ogni aumento del prezzo internazionale del petrolio provoca un  aumento degli utili di ENI, ENEL e delle società che ne hanno ereditato parte del patrimonio industriale, come l’analisi Mediobanca dei bilanci del 2004 ancora una volta evidenzia.

Il permanere di questo mercato chiuso dell’energia (e delle banche) spiega l’accanimento con cui  grandi complessi internazionali energetici (e bancari) perseguono anche a caro prezzo una politica di acquisti che li faccia compartecipi di questa situazione di privilegio.

La tassa del tubo è stata (per ora) affondata da un convergente attacco partito dalla grande stampa economica e dagli ambienti interessati e che ha mobilitato le authority della concorrenza e dell’energia e persino richiamato l’attenzione di Bruxelles. Assieme alla tassa è stato disdetto l’accordo ENI  Gasprom per cedere due miliardi di mc l’anno di metano di provenienza russa ad una società mista  appartenente a  Mentasti, ex socio di affari di Berlusconi, e alla stessa Gasprom saldamente in mano agli amici di Putin. Sono poi intervenuti nel dibattito anche Enrico Letta responsabile economico della Margherita e, come dice Il Sole 24 Ore, padre della liberalizzazione italiana del gas, ed anche i principali responsabili  dei DS. Tutto  ciò in un contesto che negli ultimi mesi ha visto profondi cambiamenti alla guida dei due massimi Enti energetici italiani privatizzati: con Scaroni che dall’ENEL passa all’ENI e il suo collaboratore Conte che dalla GRTN Terna passa alla guida dell’ENEL. Grandi manovre in vista di nuove privatizzazioni annunciate in questa fine legislatura mentre incombe il cambio di maggioranza fra pochi mesi.

La posta in gioco è alta perché la rete dei metanodotti ed elettrodotti permette all’economia ed alla società italiana, nell’attuale fase, di lavorare e di vivere. Si può fare il paragone di un essere umano ammalato  che non riesce più da solo ad esercitare le sue funzioni vitali ed è tenuto in vita perché “intubato” da un sistema che fa arrivare alle aziende e alle case energia necessaria e che proviene dai deserti dell’Africa, dal gelo degli Urali o del Mare del Nord  o dal residuo non utilizzabile  del sistema delle centrali atomiche francesi. Chi gestisce queste reti, però, non è disinteressato se è vero che, ad esempio, il gas metano che costa alla fonte 2 centesimi a mc viene  addebitato all’utente finale civile a 64 centesimi.

Come orientarsi in questa giungla?

A questo punto forse è opportuno fare una premessa ed alcune considerazioni.

La premessa è che siamo nella fase finale della crisi di un modello energetico  che sta alla base della rivoluzione industriale, iniziata 200 anni fa, basata sull’abbandono delle energie rinnovabili che l’umanità aveva adoperato in millenni del suo sviluppo (il vento delle vele e dei mulini, il fuoco delle biomasse per cuocere alimenti e terrecotte, fondere metalli, l’acqua corrente per i mulini, il bestiame di lavoro, il biogas delle concimaie delle risaie usato dai contadini cinesi per preparare il tè ed il riso,  etc.) e il ricorso, invece, a fonti non rinnovabili (carbone e petrolio)  accumulate nel corso di milioni di anni sottraendo all’atmosfera carbonio in modo da rendere vivibile il pianeta.

La crisi petrolifera attuale non è dovuta perciò solo al fatto che si stanno esaurendo i giacimenti meno costosi e diventa sempre più difficile e pericoloso reperirne di nuovi ma anche e soprattutto a causa degli inquinamenti  ambientali che stanno producendo disastri terrificanti e visibili come le siccità e gli uragani ma anche meno visibili ma più pericolosi come lo scioglimento per miliardi di mc di ghiacciai sia nelle zone montuose, a partire dalle Alpi sia delle zone vicine all’Artico e all’Antartico. Ogni discussione di politica energetica oggi deve partire dalla consapevolezza che entro pochi lustri occorre ritornare alle energie alternative, naturalmente con la forza di tecnologie nel frattempo maturate, e abbandonare gradualmente ma decisamente l’uso del petrolio, del carbone e in secondo tempo del gas di origine minerale.

Il protocollo di Kyoto costituisce un primo riconoscimento della necessità di questo passaggio e dell’intervento pubblico necessario per correggere una deriva disastrosa che le forze dominanti nel mercato neoliberista stanno determinando.

Partendo da questa premessa occorre costruire una politica energetica concreta che parta da alcune considerazioni.

La prima riguarda la critica del modo come è stato portato avanti in Italia il processo di privatizzazione dei grandi enti energetici. Al momento della sua costituzione, con Mattei l’ENI riuscì ad ottenere due  grandi  obiettivi nazionali: il primo valorizzare le risorse metanifere della Valle Padana e costruire dal nulla  una rete di metanodotti e, creando così una delle premesse fondamentali del miracolo economico italiano, che non  riguardò purtroppo il Mezzogiorno. Il secondo promuovere la  concorrenza con le multinazionali riducendo il prezzo industriale della benzina in Italia  e costringendo, ad esempio la British Petroleum a cedere la sua rete di distribuzione (l’IP) non più economicamente sostenibile.

I limiti posti dal processo di privatizzazione dell’ENI e dell’ENEL alle dimensioni dell’azienda e l’obbligo di vendere parti degli impianti ad altre industrie oligopolistiche non ha prodotto e non poteva produrre né l’innovazione di sistema richiesta oggi  né la concorrenza sui prezzi.

Il problema che abbiamo oggi è certamente diverso da quello degli anni ’50 e ’60. La rete dei metanodotti è stata completata in tutta Italia ed  è collegata attraverso i metanodotti internazionali con i principali produttori di gas: l’Algeria, la Libia, la Norvegia, l’Olanda e soprattutto la Russia che rappresenta il principale produttore di gas nel mondo come  l’Arabia Saudita per il petrolio.

Nella situazione attuale può la gestione dei metanodotti e  degli elettrodotti essere affidata a società anonime che si propongono soltanto il compito di aumentare il  proprio profitto?

Il problema che abbiamo davanti non è come fare partecipare altri soggetti privati  alla gestione di un monopolio naturale, come quello dell’energia, ma quello di ricreare strumenti pubblici che permettano di ottenere due obiettivi: il primo è una grande trasformazione industriale rivolta al risparmio energetico, il secondo è quello di assicurare a migliaia e migliaia di nuovi produttori di energia alternativa, come sta avvenendo in Germania, un, economicamente efficace, sbocco per la   loro produzione.

E’ in corso l’abbandono dell’uso dell’olio combustibile nella produzione di energia elettrica a favore  delle centrali a metano a ciclo combinato, come richiesto venti anni fa dal movimento ambientalista, il che aumenta il rendimento termico e diminuisce le emissioni di inquinanti compreso il particolato responsabile principale dello smog.  Il  tentativo di sostituire l’olio combustibile con il carbone trova giuste e fondate resistenze e viene praticamente bloccato dalle popolazioni. Il nucleare potrebbe entrare in funzione solo fra venti anni malgrado i tentativi del ministro  Scaiola e dell’Anzaldo di violare il referendum antinucleare. L’estensione della “rete gas” a tutto il territorio nazionale consente di passare ad uno stato più avanzato: la cogenerazione con rendimenti termici fino all’80% ad iniziativa di imprese industriali e di grandi consumatori di energia e di calore come centri commerciali, istituzioni ospedaliere, comunità civili che possono utilizzare per i loro cicli di produzione industriale e di condizionamento degli ambienti dove operano il calore residuo che esce da turbine elettriche a metano di piccole e medie dimensioni da esse promosse.

La stampa ha dato notizia di grosse iniziative in progetto e in atto, della MST Elettronics di Catania e di pastifici e industrie alimentari del Mezzogiorno, che già stanno attuando impianti di cogenerazione. Ma perché il processo si sviluppi in modo impetuoso occorre  che la rete elettrica nazionale e la legislazione incentivino ed equilibrino l’assorbimento delle eccedenze di energia elettrica prodotta.

L’altro grande compito  della rete elettrica pubblica deve essere quello di favorire lo sviluppo nella miriade di produttori che in atto e in prospettiva ricavano dal vento, dal sole e dalle altre fonti rinnovabili energia elettrica in quantità superiore ai loro bisogni.

Nell’anno 2004 finalmente  l’Italia ha superato la soglia dei 1000 megawatt di potenza installata per quanto riguarda l’eolico con un risparmio di circa 800 mila tep che ha contribuito alla riduzione, in atto anche a causa degli alti prezzi, del consumo di petrolio e suoi derivati in Italia, e all’acquisizione  di ben remunerati Certificati Verdi in base agli accordi di Kyoto. La Germania ha superato i 16.000 megawatt (anche per l’entrata in campo di aziende municipalizzate e di migliaia di aziende agricole)  e in Italia, nelle regioni meridionali particolarmente avocate all’uso dell’energia eolica,  sono state presentate domande per circa 20.000 megawatt.

Anche considerando la necessaria salvaguardia dell’impatto paesaggistico e delle migrazioni dei volatili restano sempre ampi margini per sviluppare questo settore. Margini vanificati in Sicilia  dalla dichiarazione di GRTN TERNA che ha affermato di non potere accogliere nella rete più di 1500 megawatt. Ci troviamo in presenza di una strozzatura da parte di un organismo che invece dovrebbe istituzionalmente favorire lo sviluppo delle energie alternative. Ciò è particolarmente grave specie nel momento in cui  finalmente, dopo anni di blocco non solo  burocratico, è stato approvato il regolamento che permette ai cittadini che impiantano nelle loro case pannelli solari fotovoltaici di potere usufruite delle agevolazioni previste dalle direttive comunitarie su quello che viene chiamato il Conto Energia cioè il saldo tra l’energia in eccesso prodotta in determinate ore del giorno e determinate stagioni immessa nella rete e quella consumata nelle ore di buio e nelle stagioni invernali.

Le due reti possono essere utilizzate o per bloccare questo processo o per sollecitarlo e facilitarlo.

In presenza di questi due grossi filoni di trasformazione energetica (passaggio dalle grandi centrali a quelle medio piccole a cogenerazione e elettricità  prodotta da fonti alternative) sorge la necessità dell’approfondimento  delle conseguenze della privatizzazione nel settore energetico, della necessità di rendere  le due reti del metano e dell’energia elettrica unificate nella gestione, capaci di rappresentare, non un equilibrio basato sui profitti di fantomatici azionisti o sull’equilibrio tra oligopolisti che tendono ad imporre prezzi di monopolio concordati a spese dei consumatori civili e industriali, ma l’interesse pubblico a governare un processo di transizione verso il risparmio energetico e fonti alternative.

Occorre cioè pensare ad un ritorno nella mano pubblica delle reti elettriche e del gas ed anche delle risorse idroelettriche che rappresentano per nostra fortuna una quota molto elevata della produzione nazionale di energia elettrica e che possono costituire  lo strumento per regolare e compensare, per i fini pubblici che abbiamo detto, gli squilibri derivanti dall’afflusso di energia elettrica prodotta da migliaia di piccoli operatori. Elettrodotti, gasdotti e centrali idroelettriche costituiscono beni comuni sia perché in gran parte finanziati dallo Stato sia perché gestiscono un monopolio naturale che anche economisti liberali come Luigi Einaudi riteneva da sottrarre al controllo del profitto privato.

La discussione suscitata dalla tassa sul tubo di Tremonti può essere utile a stimolare una riflessione tra quanti operano nei “cantieri” e nelle altre iniziative programmatiche della sinistra e formulare proposte per una politica energetica nuova adatta ad affrontare nel concreto i grandi problemi energetici attuali nella prospettiva di un cambiamento epocale del modello non solo della  produzione energetica ma, in conseguenza,  anche della  società che la situazione di grave pericolo ambientale a livello mondiale impone.

 

 

Nicola Cipolla