A SCUOLA, CON MARX

I grandi movimenti per la scuola pubblica che si sono avuti in questi mesi in Italia (e in Francia) a partire dalle scuole medie superiori hanno in comune alcuni punti di riferimento. In primo luogo si sono sviluppati in occasione della discussione della "Finanziaria" che stabilisce gli orientamenti economico-sociali per il prossimo anno. In Italia ha assunto anche un rilievo politico particolare a causa del dirottamento annunziato di fondi scarsi ed insufficienti per la scuola pubblica a favore della scuola privata contro il dettato della Costituzione.


In secondo luogo sono state manifestazioni di studenti liceali e universitari sostenute dai loro professori e con l'appoggio delle famiglie.
In terzo e conclusivo luogo queste manifestazioni rappresentano in una forma ancora imprecisa e larvale l'esigenza della scuola in quanto tale cioè complesso di studenti, docenti e famiglie di contare di più, di essere presente accanto ad altre forze socialmente organizzate (sindacati, associazioni di imprenditori, etc.) sulle grandi scelte di politica economica e generale della nazione.


Ogni mattina circa 12 milioni di cittadini italiani varcano le soglie delle imprese private che producono merci e servizi per il mercato. Contemporaneamente uno stesso numero quasi di cittadini varcano le soglie delle scuole di ogni ordine e grado per iniziare un lavoro comune a studenti e professori che è il lavoro dell'apprendimento e della formazione. Certo la gran parte degli studenti sono bambini e ragazzi ma lo strato più elevato, i liceali appunto, sono, specie a partire dalla riforma che ha portato a 18 anni l'età per esercitare il diritto di voto, cittadini di pieno diritto o stanno per diventarlo (tanto più che c'è chi propone di ridurlo a 16 anni ).
"La storia di ogni società finora esistita è storia di lotta di classe".
Una simile struttura sociale, una simile forma di aggregazione finalizzata ad uno scopo condivisibile da tutta la società non esisteva certamente all'epoca in cui Marx ed Engels scrissero 150 anni fa Il Manifesto, che costituì un punto di riferimento per lo sviluppo della lotta di classe tra proletari e borghesi. Nella denunzia dei mali e delle brutture della società capitalistica al suo sorgere, soprattutto nell'Inghilterra della rivoluzione industriale, la forma più atroce di oppressione della classe capitalistica nei confronti del proletariato fu rappresentata dalla infamia del lavoro minorile che coinvolgeva nel lavoro delle fabbriche e delle miniere bambini anche nella più tenera età (aggravando persino la condizione esistente nelle società schiaviste e feudali). Da questa denunzia è venuta fuori la grande appassionata partecipazione delle organizzazioni politiche e sociali della classe operaia, che ancora continua specie nei paesi che hanno iniziato ora il cammino verso l'industrializzazione, alla battaglia sia per la riduzione e l'abolizione del lavoro dei minori sia, in collegamento con questa, per l'istruzione come strumento di emancipazione e di liberazione. La scuola obbligatoria e gratuita per tutti è stato uno dei punti di riferimento programmatico costante di ogni movimento della sinistra sorto dalla cultura del Manifesto sia nell'ala socialista-socialdemocratica a partire dal programma di Erfurt sia nell'ala rivoluzionaria e nella costruzione del socialismo cosiddetto reale fino a che è esistita nell'Unione Sovietica (fino a che non si arrese, come dice Norberto Bobbio, all'evidente sproporzione di forze) e ancora oggi nei paesi come Cuba, la Cina, il Vietnam che a quella scelta ancora si riferiscono.
Naturalmente è chiaro che anche altre forze hanno influito sul processo di formazione del sistema scolastico pubblico come è oggi determinato.


L'istruzione elementare obbligatoria fino alla terza classe fu un tentativo di unificazione nazionale anche voluto dai ceti dominanti nel Risorgimento italiano. Lo sviluppo tecnologico impetuoso dell'industria rende necessario un certo livello di formazione culturale. Ma l'essenza fondamentale del processo inarrestabile di sviluppo dell'istruzione pubblica è quella della formazione dell'uomo e del cittadino capace non solo di produrre merci, ma anche di godere dei frutti della cultura, delle arti e di affermarsi come un cittadino libero. Il professore indiano Amartya Sen, per avere affermato questo principio, ha ottenuto il premio Nobel per l'economia di quest'anno, da una commissione che forse comincia a pentirsi di avere negli ultimi due decenni troppo esaltato i laudatori del pensiero unico neoliberista.
Questa struttura entra in contraddizione con il modo di produzione capitalistico?
Intanto sembra sfuggire al cerchio infernale della valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento della forza lavoro per la produzione di merci. E' difficile, salvo casi estremi di iniziativa privata, configurare come merce il risultato di un lavoro comune tra docenti e studenti proprio di un grande sistema pubblico scolastico.
Come si può definire il lavoro dell'insegnante?
Claudio Napoleoni più di 10 anni fa ci invitava a "cercare ancora" quando diceva: "che nella maggior parte dei servizi che ci interessano il lavoro non è incluso in una tecnologia, il lavoro è il rapporto diretto tra chi fornisce il servizio e chi lo riceve quindi il lavoro viene tolto da questa sua posizione di dominato dalle cose e viene ripristinato come elemento di mediazione del rapporto umano"
E che cosa è il lavoro dell'apprendimento?
Nella fase iniziale ancora dominata dal calore della rivoluzione d'Ottobre il lavoro dello studente fu paragonato nelle leggi di pianificazione sovietica ad ogni altro lavoro nella nuova società che si pensava di costruire, un lavoro fatto per se stessi e nell'interesse generale della collettività e come tale degno di essere sostenuto e remunerato.
E qual è il significato di una lotta di massa che trova grande sostegno nella popolazione per attribuire con la mediazione dello Stato al sistema dell'istruzione pubblico e universale per tutti i cittadini una quota crescente del reddito nazionale cioè del surplus produttivo da non trasformare in capitale. Ha valore l'altra osservazione di Claudio Napoleoni quando dice: "naturalmente non è che con queste cose si può pensare di eliminare il sistema di dominio in generale, però, certamente, sono strade attraverso le quali si può incominciare ad incidere sul particolare tipo di dominio che esiste nella storia?"
Porsi queste domande per la scuola (e per il sistema sanitario nazionale e per i beni culturali e per la televisione di Stato e per la difesa dell'ambiente naturale) significa uscire fuori dal grande solco rivoluzionario tracciato dalla cultura del Manifesto o invece significa cercare di prendere coscienza del valore di 150 anni di lotte e delle modificazioni profonde nella struttura della società che esse hanno operato e, a partire da queste, trovare su nuove, più ampie piattaforme di lotta alleanze, convergenze che possano fare uscire da una condizione di solitudine e di frustrazione la classe operaia, che pur ridotta di numero ha pur sempre un ruolo determinante anche nelle società avanzate.
Io credo perciò che può essere utile continuare un dibattito che è stato, ad esempio, al centro del convegno su "Mondializzazione e stato sociale a 150 anni dal Manifesto" tenutosi a Palermo. Con umiltà e tenacia e, come ricorda Antonio Labriola, rifiutandosi, come fece lo stesso Marx, di considerarsi marxista .in modo astratto e scolastico


In ogni caso è certamente utile continuare a mantenere e rinsaldare i legami che la sinistra anche in ogni sua più modesta istituzione deve continuare ad avere con un mondo, quello della scuola, in perpetuo movimento ed in perpetuo rinnovamento anche critico.
La grande manifestazione di Roma apre e non conclude una fase nuova di lotta per la scuola pubblica. Essa pone a tutte le forze politiche e in specie a quelle di sinistra alcune domande fondamentali ineludibili.
Si può stare in Europa senza una scuola pubblica dell'obbligo e del diritto fino al diciottesimo anno di età?
Ciò posto si possono lasciare milioni di cittadini italiani che non hanno potuto frequentare le scuole dell'obbligo, ed a maggior ragione le scuole superiori, per tutta la vita in una condizione ilotica di subalternità o bisogna garantire a tutti costoro un posto a scuola e la possibilità di conciliare lavoro e impegno di formazione culturale e professionale? Si può continuare, anche di fronte al continuo avanzamento della scienza e della tecnologia e all'aumento dei bisogni di cultura che l'allungarsi delle file davanti ai grandi monumenti ed ai grandi musei testimoniano ogni giorno, a considerare limitato alla giovinezza il tempo della formazione o bisogna realizzare un processo di formazione permanente che dia ad ogni cittadino la possibilità di conoscere le lingue per parlare in Europa, l'uso delle più moderne tecnologie disponibili a livello personale, la conoscenza dei problemi riguardanti la salute, la formazione di un gusto per l'arte, per la musica, etc..
Ma per fare questo ci vogliono nuove scuole e soprattutto nuove leve di insegnanti. Quando fu istituita la scuola media unica si ridussero di molto le sacche di disoccupazione intellettuale endemicamente persistenti nel Mezzogiorno. Se, tanto per cominciare, bisogna assumere 100.000 nuovi insegnanti si possono creare nel Mezzogiorno e in tutta Italia possibilità di occupazione capaci di assorbire una parte di quei laureati che oggi affollano i lavori socialmente utili e le forme di precariato regionale particolarmente diffuse in Sicilia.
Ma c'è anche un altro problema che è la valorizzazione degli insegnanti esistenti che non è un problema corporativo ma di tutta la scuola e di tutta la società perché un professore italiano deve guadagnare meno non solo del suo collega tedesco o francese ma anche di quello portoghese? E perché il suo reddito deve essere inferiore di quello di un impiegato allo sportello di una banca? Si può continuare in eterno a fare leva sul lavoro volontario degli insegnanti che si occupano a tempo pieno della scuola e della loro auto formazione per potere essere all'altezza di esercitare la loro funzione?


Certo per fare queste cose ci vogliono non centinaia ma migliaia di miliardi praticamente quanti ne sono stati necessari per garantire l'ingresso nell'Europa della moneta unica. Gli italiano hanno pagato senza troppe tragedie l'eurotassa anche perché esonerava i redditi più bassi ed aumentava la progressività dell'imposizione sul reddito generale. Il governo di Visco e di D'Alema sembra orientato in modo diverso. Ma io credo che posto in termini di vera e profonda riforma della società italiana il problema dell'adeguamento della scuola (della sanità, dell'ambiente, e della cultura etc.) ai livelli europei e comunque a livelli tali da consentire libertà e autonomia di insegnamento, potrebbe fare accettare anche sacrifici maggiori di quelli sostenuti per l'euromoneta con la consapevolezza, questa volta, che questi sacrifici ci permetterebbero di assolvere a un ruolo non secondario nella costruzione europea e ci garantirebbero non solo un aumento del livello dell'istruzione per tutti i cittadini ma anche un aumento dell'occupazione, un rinvigorimento della congiuntura economica che non può essere affidato agli incentivi ed ai favori fatti a un capitalismo arretrato e straccione che già si dimostra incapace di competere a livello europeo persino nel campo delle privatizzazioni. Il movimento della scuola cioè pone il problema di un ritorno generale a quelle politiche di sviluppo dello stato sociale che hanno garantito all'Europa occidentale e al mondo a partire dagli anni '50 un periodo di grandi avanzamenti in tutti i campi che invece le politiche neoliberiste che assegnano la priorità all'impresa e all'offerta hanno bloccato e impedito a partire dagli '70. Il movimento della scuola, quindi, rivendica una svolta di politica economica e sociale che non solo le lotte di massa ma anche le sconfitte elettorali delle destre in tutte le elezioni che si sono fin qui sviluppate in Europa richiedono.

Nicola Cipolla