LE ACQUE TORBIDE DELLA SICILIA

Osservazioni sull’acqua

 

In questo momento si accavallano sulla stampa e sui mass media in generale tutta una serie di notizie, commenti, voci che esprimono, da un lato un grave disagio delle popolazioni delle città e dei produttori agricoli in particolare e dall’altro confusione e disorientamenti.

Ci troviamo anche  di fronte a tentativi di organizzata disinformazione tendente a coprire responsabilità del passato e manovre inconfessabili per il futuro.

Vorrei precisare alcuni punti sul problema dell’acqua in Sicilia.

La situazione siciliana si inscrive in un più generale deterioramento del problema idrico che riguarda tutto il pianeta e in particolare zone del nostro paese che tradizionalmente hanno sempre convissuto con il problema della mancanza dell’acqua. Nella fase attuale questo problema è aggravato da due ordini di fenomeni: da un lato dal disordine delle precipitazioni causato dall’effetto serra, dalle desertificazioni dell’area mediterranea, dalla mancanza di un apolitica di rimboschimenti e di difesa del suolo  e dall’altro dal processo di privatizzazione che renderà sempre più costoso il problema dell’approvvigionamento idrico nel momento in cui da un servizio pubblico, magari mal gestito come è stato in Sicilia, rivolto a degli utenti si passerà ad imprese private che perseguiranno il fine unico di realizzare il maggiore profitto possibile a danno dei clienti. Le conseguenze di questi due fenomeni sono già gravi oggi e lo saranno di più man mano che questi processi si svilupperanno.

La Sicilia dispone di un sistema di infrastrutture (dighe, canali) costruite nell’immediato dopo guerra sotto la pressione di un movimento popolare per la riforma agraria che si proponeva non solo di rompere il latifondo e creare, come nel resto d’Europa, una piccola e media proprietà contadina ma anche quello di aumentare la produttività dell’agricoltura siciliana attraverso l’irrigazione.

Si proponeva questo movimento altresì, con la partecipazione dei lavoratori della città, di rompere il monopolio elettrico della società generale elettrica della Sicilia attraverso la costituzione dell’Ente Siciliano di Elettricità, primo esempio della nazionalizzazione dell’energia elettrica.

Nel 1947, prima dell’elezione dell’ARS il governo di unità nazionale, provvide su richiesta delle organizzazioni dei lavoratori, dei partiti di sinistra con l’opera illuminata di un grande tecnico come Mario Ovazza, di un uomo politico come Li Causi e di un alto Commissario come Selvaggi repubblicano azionista a dotare la Sicilia di strumenti giuridici istituzionali  e finanziari che permisero l’elaborazione di un piano complessivo regionale  che fu attuato in gran parte, a partire dal ’47 fino alla fine degli anni ’50, ed a cui furono aggiunte successivamente, per iniziativa di Danilo Dolci, le dighe del Poma e di Garcia e, per iniziativa del movimento di sinistra, comunisti e socialisti. Della diga Rosamarina sul fiume San Leonardo.

Successivamente attenuatasi la spinta del movimento di massa e l’opposizione parlamentare all’ARS non solo si rallentò il ritmo delle costruzioni (la diga Ancipa e la diga Pozzillo  furono costruite in 4 anni mentre la diga Garcia e la diga San Leonardo sono state costruite in 40 anni) ma anche si è avuto un deterioramento delle dighe esistenti attraverso il ritardo dei necessari collaudi ormai in certi casi ultra decennali  che riducono ad un terzo o ad un quarto la possibilità di invaso delle acque, attraverso gli interramenti e le mancate manutenzioni, attraverso la fine di un coordinamento reale tra i due Enti dovuto prima all’assorbimento dell’ESE da parte dell’ENEL poi alla successiva privatizzazione di questo, nel caso della diga Garcia l’assegnazione della costruzione a consorzi di bonifica largamente influenzati dall’ambiente mafioso e così via.

La Regione Siciliana comunque ha i poteri legislativi, gli strumenti di intervento e il patrimonio di infrastrutture fondamentali necessario per affrontare il problema idrico siciliano senza la necessità di commissariamenti e di emergenze.

Quali sono allora i motivi del commissariamento per l’emergenza?

Il  commissariamento affidato al Presidente della Regione, cioè a chi ha tutti i poteri istituzionali per affrontare le questioni poste crisi idrica, significa soltanto permettere nel campo degli interventi sul problema idrico in Sicilia di sfuggire alla normale legislazione sull’affidamento dei lavori pubblici, sull’assunzione di personale, di consulenti, sulle transazioni di liti annose (come nel caso della diga di Blufi) e agli altri controlli previsti dalle leggi nazionali e regionali. Da 18 anni, da quando il Presidente Nicolosi inventò il sistema, si succedono in continuità le dichiarazioni di emergenza e l’affidamento dei poteri di commissario al Presidente in carica della Regione con la sola eccezione l’anno scorso del generale Jucci che avendo fatto meglio dei precedenti è stato immediatamente allontanato e sostituito da un sistema di un commissario con dei vice commissari che rappresenta la trimurti del fronte della Casa delle libertà. Cioè si perpetua un carrozzone che impedisce di affrontare seriamente il problema dell’acqua in Sicilia.

Tanto più quando si sceglie  come commissario un personaggio come l’attuale governatore Totò Cuffaro, dal non limpido passato democristiano,  e che nella decorsa legislatura è stato per 5 anni assessore all’agricoltura prima nelle giunte di destra, poi nelle giunte di centro-sinistra, in seguito ad un ribaltone da lui stesso organizzato, e quindi, con ulteriore ribaltone, nella giunta di centro-destra ricostituitasi alla vigilia delle elezioni con il compito di portare questo campione del trasformismo politico a governatore della Regione.

In questa veste  dal governo Berlusconi è stato nominato Commissario per l’emergenza idrica nelle provincie della Sicilia occidentale. Per 5 anni come assessore all’agricoltura ha avuto la diretta responsabilità della gestione del sistema delle dighe dell’ESA e dei Consorzi di Bonifica, cioè di oltre i due terzi degli impianti esistenti in Sicilia. Il caso più clamoroso che tutti gli inviati hanno fatto rilevare è quello costituito dai 40 milioni di mc di acqua  raccolti nella diga Rosamarina di Caccamo che da soli risolverebbero tutti i problemi idrici civili ed agricoli della provincia di Palermo, e che non possono essere utilizzati perché non sono state costruite le condotte previste dai piani e progettate e finanziate da decenni.

Al responsabile di questo ritardo storico viene ora affidato il compito dell’intervento straordinario!

Come può essere affrontato il problema?

In primo luogo occorre finirla con i commissariamenti e con le dichiarazioni di pubblica calamità. E proporre un nuovo sistema adeguato ai tempi di oggi che recepisca le istanze che nell’immediato dopo guerre le forze del Comitato di Liberazione a Roma ed a Palermo hanno saputo dare alla Sicilia. Occorre, cioè dotare la Sicilia di un nuovo strumento organico di intervento globale su tutto il territorio dell’Isola perché è chiaro che anche le suddivisioni apportate sulla base della legge nazionale in sette ambiti territoriali corrispondono grosso modo ai collegi elettorali ma non certo alla orografia, idrografia dell’Isola che richiede un uso coordinato delle acque in qualsiasi punto esse siano reperibili, in modo da assicurare a tutta l’Isola l’acqua necessaria.

Occorre cioè in primo luogo costituire un’autorità siciliana delle acque dotata di tutti i  poteri di intervento e di sostituzione degli enti per qualsiasi motivo inadempienti al fine di assicurare:

a)      La piena utilizzazione e difesa dei piani esistenti

b)      Il completamento delle dighe come quella di Blufi che si trova in una situazione in cui l’ambiente è stato irrimediabilmente compromesso dalle opere iniziate senza che nessun beneficio se ne possa ricavare

c)      Il coordinamento di tute le risorse idriche sorgentizie e di tutte quelle dei pozzi (non esiste oggi neanche una completa individuazione dei pozzi esistenti ).

d)      Il controllo sull’utilizzazione degli impianti di depurazione che sono costati migliaia di miliardi all’erario nazionale e regionale e che sono in gran parte inattivi e così via.

 

Questa autorità deve essere sottoposta al controllo del Parlamento regionale attraverso il suo bilancio preventivo e consuntivo e periodiche relazioni all’assemblea ed eventualmente la costituzione di una commissione parlamentare permanente per l’acqua capace dotata di poteri di indagine.

Deve stabilirsi un rapporto tra questa autorità e le organizzazioni dei produttori, gli enti locali in rappresentanza degli utenti.

Bisogna promuovere un movimento che parta dalle singole realtà locali di utenti civili, agricoli ed industriali e che elabori un progetto complessivo da sottoporre al Parlamento Siciliano.

Questo movimento dovrebbe anche collegarsi  con la Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia in Sicilia per fornire ai parlamentari di tutti i partiti e in particolare a quelli più attivi nel campo della lotta contro la mafia un sostegno di denuncie, informazioni, richieste per quanto riguarda l’intervento della mafia non solo nella fase della costruzione e della gestione degli impianti ma anche e soprattutto nella fase della gestione della distribuzione dell’acqua. Storicamente si distinguevano due mafie: quella del feudo e quella dei “giardini” cioè delle zone irrigue. La mafia del feudo è scomparsa e si è trasferita in altri settori di attività economiche,  la mafia dei “giardini” ha continuato, specie nella Sicilia settentrionale, a dominare sia il sistema della distribuzione delle acque necessarie per le produzioni agrumicole, frutticole e ortalizie sia la vendita di questi prodotti.

Questo tipo di insediamento è rimasto e si è sviluppato con l’allargamento delle zone irrigue, con l’aumento delle produzioni, con l’aumento dei consumi.

Le  forze di sinistra avevano posto all’inizio dell’attività delle Commissioni parlamentari di inchiesta sulla mafia il problema delle misure strutturali  (riforma dei sistemi di irrigazione, riforma dei mercati ortofrutticoli) necessarie per il superamento di questo fenomeno. Bisogna riprendere questo filone della lotta contro la mafia specie nel momento in cui si fa più acuto il problema della privatizzazione prevista dalle leggi approvate dal centro-sinistra e consegnata in gestione al governo Cuffaro.

Le ultime dichiarazioni del governo nazionale indicano un percorso:  stanziare imponenti risorse pubbliche per sistemare reti idriche obsolete, dighe avariate o incomplete in modo da consegnare al privato scelto tra i massimi esponenti nazionali e internazionali del settore e a livello degli ATO (che in Sicilia sono i puri e semplici ambiti elettorali provinciali) delle consorterie più o meno mafiose questo patrimonio pubblico da far fruttare con la vendita a caro prezzo dell’acqua.

Si può aprire  cioè una nuova fase di lotta per il movimento no global e per tutte le forze democratiche per venire incontro, non solo alla sete di acqua ma anche di libertà e di giustizia del popolo siciliano.

 

Nicola Cipolla