TU VUO FA L'AMERICANO!

La canzone di Carosone che gli operai in lotta della fabbrica fiorentina privatizzata Nuova Pignone hanno cantato al nuovo padrone la Western Electric che voleva procedere a licenziamenti di stile americano potrebbe e dovrebbe essere ripetuta a tutti coloro che ad ogni piè sospinto in modo consapevole o inconsapevole pretendono di imporre come soluzione per tutti i problemi economici del Paese la riduzione della spesa sociale, ed in particolare delle pensioni, e la "mobilità" cioè la rinunzia ad ogni garanzia sindacale e contrattuale da parte degli operai, la riduzione delle tasse per i redditi più alti e per le imprese, la privatizzazione generalizzata. Cioè il modello americano inaugurato agli inizi degli anni '70 dalla Presidenza di Reagan e di Bush e continuato malgrado le promesse elettorali dall'ammi- nistrazione Clinton.
A tutti costoro io mi permetterei di ricordare le profonde diversità che esistono tra l'economia americana, nel paese che ha cioè l'egemonia militare e politica a livello mondiale, rispetto a quelle di tutti gli altri paesi ed in particolare del nostro. Ed anche la diversità sociale, politica e sindacale tra gli USA e l'Europa.
Vediamo di esaminarne alcune che sono ben note ma forse è bene metterle assieme in modo ordinato.

1. IL DOLLARO DI CARTA VALE PIU' DELL'ORO

La stampa di un biglietto verde da 100 dollari costa al governo americano 10 centesimi di dollaro (170 lire) e viene venduto a 170 mila lire. Il governo americano non si limita a stampare la quantità di dollari necessari per il funzionamento del mercato americano ma ne stampa tre o quattro volte di più perché il dollaro, pur essendo di carta e pur non avendo a partire dal 1972 nessun riferimento a riserve più o meno auree, in tutto il mondo è accettato sia come moneta per determinati tipi di scambi (il turismo ad esempio) sia anche come moneta da tesoreggiare, cioè da mettere sotto il mattone, specie nei paesi sottoposti a processi inflazionistici galoppanti.
Gli Stati Uniti sono l'unico paese che può permettersi di collocare all'estero dei titoli per centinaia di miliardi di dollari senza pagare nessun interesse. Se un qualsiasi paese del mondo avesse stampato in proporzione questa quantità di biglietti sarebbe stato travolto da un'inflazione a due o tre cifre.

2 TUTTO IL MONDO PRESTA DOLLARI AGLI STATI UNITI

Come è noto i titoli di stato americani costituiscono la quota maggiore delle riserve valutarie di tutte le banche pubbliche e private del mondo. In particolare negli ultimi decenni in titoli di Stato americani sono stati investiti, buona parte degli attivi della bilancia commerciale del Giappone realizzati soprattutto verso gli USA e gran parte delle eccedenze valutarie dei principali paesi petroliferi e soprattutto dell'Arabia Saudita e del Kuwait. Ciò consente agli USA di finanziare col debito estero una parte notevole del deficit di bilancio senza ricorrere in modo ossessivo al risparmio privato interno, come è stato il caso dell'Italia, contribuendo così a sviluppare il credito interno per gli investimenti e per i consumi specialmente di beni durevoli. Nessun altro paese industrializzato del mondo e tanto meno l'Italia ha potuto attingere a questo prezzo a queste forme di finanziamento internazionale. Cioè per l'una via e per l'altra il Governo degli Stati Uniti può assicurarsi mezzi finanziari in misura e condizioni tali che nessun altro Governo nel mondo può ottenere.

3. 50 ANNI DI "KEYNESISMO MILITARE"

Si è riaccesa finalmente, di fronte al rallentamento economico determinato dalla politica deflazionistica di Maastricht e la sconfitta dei Governi conservatori che questa politica avevano adottato, una discussione sull'uso in Europa di metodi keynesiani per rianimare la domanda stagnante dell'economia europea. Immediatamente contro il governo francese prima e contro il governo tedesco di Lafontaine poi si sono levate alte strida da parte di coloro che ritengono che bisogna, invece, seguire l'esempio della politica neoliberista introdotta in America da Reagan. In realtà gli Stati Uniti malgrado tutte le professioni di liberismo non hanno mai rinunziato, a partire dall'avvento di Truman dopo la morte di Roosevelt, ad utilizzare lo strumento dell'intervento e della spese pubblica anche in deficit per assicurare una domanda effettiva che tenesse in tensione l'economia americana cioè assicurasse alle imprese fondamentali un flusso di ordinativi tali da garantire pieno impiego degli impianti, sviluppo della ricerca e piena occupazione in settori vitali che hanno trainato il resto dell'economia americana. Come ci ricorda bene Arrighi nel suo libro "Il lungo XX secolo" "..Il nuovo indirizzo politico che essi (cioè il segretario di Stato Acheson e il capo del Policy Planning Staff Paul Nitze) proposero - un massiccio riarmo da parte di Stati Uniti ed Europa - fornì una brillante soluzione ai principali problemi della politica economica statunitense. Il riarmo interno avrebbe fornito un nuovo mezzo per sostenere la domanda, svincolando l'economia dall'esigenza di mantenere un'eccedenza nelle esportazioni. Il sostegno militare all'Europa avrebbe fornito uno strumento per continuare a garantirle aiuti anche dopo la conclusione del Piano Marshall. E la stretta integrazione delle forze militari europee e americane avrebbe fornito lo strumento per impedire che l'Europa, in quanto regione economica, si isolasse dagli Stati Uniti".
Il filo rosso degli investimenti militari comincia con la guerra in Corea e si snoda per tutta la durata della guerra fredda passando per il Vietnam. Tutti i Presidenti che tentano vie di coesistenza pacifica forieri di riduzione di queste spese sono spazzati via (da Kennedy al Nixon che fa l'accordo del Vietnam e l'apertura alla Cina). Dopo la caduta del muro, l'armistizio di Gorbaciov e la resa senza condizioni di Elstin il riarmo continua, la politica militare continua, non c'è una riduzione sostanziale delle spese belliche ma solo piccoli ritocchi in termini reali mentre in termini nominali la spesa bellica continua ad aumentare anche nel primo periodo di Clinton. Le sue velleità riformistiche sono subito bloccate prima dai successi elettorali repubblicani poi dalle lobby del sistema militare industriale. Come è cronaca di questi ultimi tempi Clinton riesce a farla franca dalla procedura di impeachment senza dimissioni alla Nixon solo perché inaugura una nuova fase dell'aggressione nel Golfo e di seguito a questa propone per il bilancio del 1999 nuovi enormi aumenti per gli stanziamenti militari sia per stipendi sia soprattutto per il riarmo che superano in tutti i sensi i livelli della guerra fredda. La commissione bilancio della Camera con una maggioranza "bulgara" di repubblicani e democratici ha approvato nei giorni scorsi il finanziamento delle "guerre stellari" abbandonato in seguito agli accordi tra Reagan e Gorbaciov. Anche nel periodo reaganiano il keynesismo militare è stato pienamente applicato. Il debito pubblico prevalentemente rivolto all'estero è aumentato come non mai nella storia degli Stati Uniti per finanziare la seconda fase della guerra fredda, quella finale. Accanto a questa politica della domanda effettiva militare di tipo keynesiano si è sviluppata una politica dell'offerta basata sulla riduzione delle imposte per le imprese e per i ceti medio-alti e sul taglio progressivamente sempre più accentuato delle spese sociali. Cioè gli Stati Uniti hanno potuto nel periodo Reagan-Bush attuare contemporaneamente due tipi di politica economica: quella dello sviluppo della domanda effettiva del settore militare e quella neoliberista del settore civile. Nessun altro paese al mondo può condurre una simile contraddittoria politica.
La spesa militare serve anche a sostenere gli eserciti americani che sono di stanza in tutto il mondo e soprattutto si muovono in occasione di conflitti armati. In molti casi, l'esempio tipico è la guerra del Golfo, le spese di questi conflitti sono scaricati su altri paesi come l'Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati che non solo hanno pagato le spese del corpo di spedizione contro Saddam ma hanno acquistato per decine e decine di miliardi di dollari attrezzature militari cedute anche di seconda mano dall'esercito americano.

4 OCCUPAZIONE, CASERME E GALERE

Non ripeto le osservazioni giuste che sono state fatte sul carattere dell'occupazione a basso salario che viene sbandierata come un grande successo della politica USA contro la disoccupazione. Ma voglio sottolineare che il tipo di pieno impiego americano è influenzato anche dal modello generale di sviluppo adottato a partire dalla guerra fredda e aggravato nel periodo Reagan-Bush.
Circa 2 milioni di americani sono direttamente impiegati in tempo di cosiddetta pace nelle strutture militari. D'altro canto anche in conseguenza del taglio delle politiche sociali aumenta la delinquenza negli strati più bassi della popolazione per cui ci sono, come De Cecco faceva rilevare in un suo scritto, circa 1 milione e 400 mila cittadini americani, per lo più neri ed ispanici, sotto i 35 anni ospiti delle carceri (per raggiungere questi livelli americani in Italia dovremmo aumentare di 5 o 6 volte il numero dei detenuti). Se questi 3 milioni e mezzo di giovani invece di essere registrati nei fogli matricola delle galere e delle caserme targate USA si iscrivessero agli uffici di collocamento il tasso di disoccupazione americano si avvicinerebbe a quello attualmente presente in Europa anche senza contare gli effetti a catena che si genererebbero. Naturalmente la riduzione progressiva delle misure di welfare di matrice roosveltiana non fa che aumentare l'esigenza di moltiplicare le spese per la sicurezza pubblica e privata (ormai gli investimenti per quest'ultima superano quelle pubbliche), la propensione dell'opinione pubblica verso le repressioni fino alla pena di morte, l'affermarsi di personaggi tipo il sindaco Giuliani di New York, l'allontanamento degli strati più bassi della popolazione dal voto. Il taglio dei diritti sociali è causa ed effetto dell'esclusione dell'uso dei diritti democratici.

5 LE SPOGLIE DEL VINTO ARRICCHISCONO IL VINCITORE

Il più lungo periodo di crescita costante dell'economia americana dalla fine della II guerra mondiale è quello iniziato nei primi anni '90 e non se ne vede la fine. Questo periodo è stato dominato dal crollo del bipolarismo e dall'affermazione degli USA come unica super potenza a livello mondiale.
Questo fatto è senza conseguenze economiche?
In occasione della nuova crisi russa i giornali hanno riportato che dopo la sconfitta della guerra fredda e l'apertura al mercato internazionale si calcola che siano tesoreggiati dalle famiglie e da altri soggetti oltre 50 miliardi di dollari di carta, una delle cause dell'inflazione galoppante e della svalutazione del rublo. E' questo uno dei tributi che la Russia paga al vincitore dopo l'armistizio di Gorbaciov e la successiva resa senza condizioni di Elstin e dei cosiddetti riformatori liberisti. Ci sono poi le ipoteche dei grandi monopoli internazionali sulle ricchezze naturali dell'ex Unione Sovietica. Ma il fatto più grave è l'emigrazione, specie in USA e in Israele di migliaia e migliaia di scienziati e di tecnici di altissimo valore che avevano permesso per quasi mezzo secolo di sostenere dal punto di vista tecnologico il confronto con l'industria militare americana, e i segreti scientifici e tecnologici che lo sfascio dell'apparato statale russo ha permesso di saccheggiare impunemente.
Altro che aiuti! Le ricette neoliberiste dell'FMI sono servite ad inchiodare il popolo e l'economia russa.
In che misura questo saccheggio costituisce uno dei motivi dell'attuale lunghissimo ciclo ascendente dell'economia americana?
Tanto più che in questi 10 anni si è accresciuto notevolmente il peso degli USA sulla politica e sull'economia dell'intero mondo. Il dollaro di carta ha continuato ad invadere sempre nuove aree, come sanno bene tutti coloro che sono andati anche a Cuba. (Dal '93 al '97 l'ammontare delle banconote emesse dagli USA è passato da 431,4 miliardi di dollari a 575,1 con un aumento di circa il 25% nello stesso periodo in Francia l'emissione di banconote è passata da 280,7 a 292 miliardi di franchi con un aumento del 4%. In 5 anni per gli Stati Uniti si tratta dell'emissione di 143,7 miliardi di dollari cioè oltre 244.000 miliardi di lire - Dati della BIS dicembre '98). Tutti i vincoli internazionali degli Stati Uniti sono messi in discussione: dal pagamento delle quote dei contributi all'ONU, dalla gestione della crisi asiatica, dal rifiuto di ogni vincolo ambientale richiesto dalle conferenze internazionali di Rio de Janeiro, di Kyoto ed attuato sotto la spinta delle opinioni pubbliche dei paesi europei, dagli interventi sempre più conformi agli interessi ed all'orientamento del Fondo Monetario Internazionale fino alle sanzioni unilateralmente applicate nei confronti delle imprese anche europee e giapponesi che osano infrangere gli embarghi stabiliti dagli USA verso Cuba, verso la Libia, verso l'Iraq, etc. In molti si pongono la domanda se lo sviluppo americano non sia speculare alle crisi, che vanno verificandosi in tante parti del mondo, ed alle difficoltà che incontrano i principali partners economici degli Stati Uniti cioè l'Europa ed il Giappone.
In ogni caso risulta chiaro che alla base della potenza economica americana e dell'attuale lunga congiuntura favorevole, dello stesso livello dell'occupazione stanno motivi non riproducibili in nessun paese dell'Europa occidentale (e del mondo) e oggi nella stessa Unione Europea.
Anzi è da porsi una domanda se questa congiuntura favorevole è causata dalla politica neoliberista di marca reaganiana, o si verifica malgrado gli effetti di questa politica che, come avviene in Europa non può che contribuire a produrre riduzione della domanda di beni di consumo, disoccupazione e stagnazione.
In ogni caso questa politica in America colpisce in primo luogo il popolo americano e soprattutto quella parte di esso che è privata dei più elementari diritti sociali. Lo stesso Clinton ha ricordato a D'Alema che 15 milioni di cittadini americano sono sprovvisti di ogni copertura medica, ed aggiungono numerosi osservatori che più di un terzo di cittadini americani hanno un trattamento per quanto riguarda la scuola e la sanità inferiore a quello di cui gode tutta la popolazione di Cuba malgrado l'embargo.
Questa politica non può essere esportata in Europa perché mancano i presupposti economici fondamentali.
"Tu vuo fa l'americano" diceva Carosone "ma i soldi pò caffè chi te li dà?"
Ma l'ossessiva offensiva neoliberista contro i diritti sociali urta non solo contro l'esistenza di forze politiche e sociali organizzate, contro la lotta delle masse ma persino contro la stessa coscienza civile e religiosa.
La ricetta reaganiana in Europa non è passata sia quando a portarla avanti sono stati i governi di destra da Berlusconi a Khol, sia, bisogna ricordarlo, quando questa politica fu sposata, negli anni '70 e '80, in Germania e in Francia dal Cancelliere Schimdt e dallo stesso Mitterand.
L'unica politica di sviluppo economico, quindi, che si può realizzare in Italia e in Europa è quella di una politica sociale basata sull'aumento della domanda effettiva prodotta dagli aumenti salariali, dalle riduzioni di imposte sui redditi medio-bassi, dalle riduzioni di orario di lavoro, dall'aumento dell'occupazione nella scuola, nella sanità, nell'assistenza sociale, della gestione dell'immenso patrimonio culturale che i secoli ci hanno lasciato, della difesa dell'ambiente.
Questa politica ha cominciato a dare i suoi frutti in Francia che ha avuto nel 1998 una crescita del PIL del 3% (dovuta all'azione del governo Jospin dell'aumento dello SMIC, delle legge sulle 35 ore che ha comunque rappresentato un aumento del potere contrattuale dei sindacati anche in materia salariale, del miglioramento del sistema pensionistico dei trasporti e delle altre categorie che hanno lottato nel '95 e nel '96 contro i governi di destra, dell'aumento delle assunzioni nel settore pubblico a cominciare dalla scuola dopo le ultime lotte dei liceali, delle modifiche tributarie tese a ridurre il carico fiscale sulle fasce più deboli dei contribuenti, cioè sui lavoratori e sui pensionati ed a colpire, invece, le rendite). Politica analoga a quella che in Germania il nuovo governo insediatosi da pochi mesi sta cercando di realizzare con dei primi successi come l'aumento di oltre il 6% in busta paga per gli operai metalmeccanici dovuto in parte all'aumento contrattuale arbitrato e quasi imposto dal governo e per il 2% alla riduzione dell'aliquota sul reddito per le fasce più basse, l'abolizione dei tagli alle pensioni, al sistema sanitario approvati dal governo Khol, etc.
Certo neanche questa politica può facilmente essere realizzata. I governi di sinistra e di centro-sinistra in Europa che hanno sostituito i governi conservatori oltre che dalle loro debolezze e discordie sono bloccati da istituzioni comunitarie, Commissione Esecutiva e soprattutto BCE, governati da personale scelto accuratamente dai governi sconfitti (nei pochi mesi di presenza al governo nel nostro paese Berlusconi è riuscito a nominare Commissario alla CEE il professore Monti che da 4 anni imperversa contro lo stato sociale).
Forse alla lunga, sia pure molto parzialmente e con il consenso di numerosi paesi che vogliono sottrarsi al dominio del dollaro, l'Euro potrebbe sostituirlo molto parzialmente nelle sue funzioni a condizione però che i governi di sinistra saranno capaci non solo di eliminare dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea gli uomini nominati dai loro predecessori sconfitti, ma soprattutto se saranno capaci di inserire questa banca in un sistema democratico di governo dell'Europa paragonabile a quello esercitato nei confronti delle banche centrali negli Stati Uniti, in Giappone e nei vari paesi dell'Europa prima dell'Euro. Se saranno capaci, cioè, di modificare di diritto e di fatto lo spirito del trattato di Maastricht.
Certo questo ritorno alla politica di sviluppo sociale dei primi tre decenni dopo la II guerra mondiale non può essere riproposta oggi tale e quale. In questi paesi la sinistra alternativa, Comunisti e Verdi, cerca di spingere più avanti ancora l'azione del governo, nel senso di una riforma democratica e autogestita dello stato sociale, dell'allargamento dei diritti dei lavoratori e dell'eliminazione delle sacche di esclusione che si sono realizzati in questi decenni, della improrogabile difesa dell'ambiente.
In Italia però la via scelta dal governo D'Alema e prima dal governo Prodi non è quella di Lafontaine e di Jospin. D'Alema ed anche Veltroni, al recente congresso dei Socialisti Europei, si sono schierati dalla parte di Blair cioè della destra laburista filo americana.
Tutto questo accresce la responsabilità delle forze della sinistra critica e alternativa, e dei sindacati e di quanti avvertono la debolezza e il ritardo nel nostro paese in questa così delicata fase della vita dell'Europa e del mondo

Nicola Cipolla