In questi ultimi anni sono state
scritte moltissime opere di storia della mafia. Il libro di Umberto Santino
"Storia del movimento antimafia" Editori Riuniti ha ritengo, rispetto
a tutte queste altre storie della mafia, il merito di porre il lettore da un
punto di vista, a mio avviso, più utile per comprendere efficacemente
lo svolgersi degli avvenimenti e dello sviluppo del fenomeno mafioso in Sicilia.
Mi si passi il paragone. E' come quando di fronte ad un quadro complesso l'osservatore
attento cerca di spostarsi avanti e indietro, a destra e a sinistra fino a trovare
la giusta distanza, angolazione e luce, per capire non solo il fenomeno in sé
ma il perché di certe sue caratteristiche permanenti, pur nella mutazione
dei tempi e delle fasi che ormai superano un secolo: dai Fasci siciliani ad
oggi.
Nella lunga esposizione di Santino la Sicilia si presenta così come una
regione capace di esprimere eccezionali figure di dirigenti di massa, grandi
movimenti organizzati di contadini e di lavoratori delle città, in varie
fasi ed aspetti, capace di fornire, specie nell'ultima fase, allo Stato esemplari
figure di magistrati e di funzionari di polizia legati al loro popolo ed all'ansia
di liberazione.
Di fronte a tutto ciò la prima domanda che ci si pone leggendo il libro
è come mai malgrado questa forza, questa capacità di lottare e
di organizzare, malgrado questi esempi di servitori dello Stato si sia mantenuto
e tuttora sia in piedi un sistema di controllo mafioso del territorio capace
di influenzare pesantemente sviluppo economico e vicenda politica.
Avere scelto una così lunga prospettiva indietro nel tempo permette subito
di comprendere che la mafia prima e più di essere un potere contrario
ed alternativo allo Stato è in realtà un potere subalterno utilizzato
come "istrumentum regni" un'espressione del sovversivismo delle classi
dirigenti incapaci di fronteggiare altrimenti la situazione critica determinata
in Sicilia dalla conquista regia, dal mantenimento del latifondo, non solo come
fonte di potere economico ma anche sociale e politico, dal suo ampliamento attraverso
le vendite delle proprietà ecclesiastiche ai cosiddetti baroni del '66,
e dal rafforzamento dell'alleanza tra feudatari siciliani ed industrie del nord
attraverso le tariffe protettive dell'89.
A partire dai Fasci siciliani il movimento contadino e degli altri lavoratori
portatori di istanze di rinnovamento della società siciliana attraverso
essenzialmente l'eliminazione del latifondo e dei residui semifeudali si scontra
sistematicamente non solo contro i padroni feudali, i loro sostenitori gabelloti,
campieri e sovrastanti ma anche con la repressione dello Stato. Il movimento
contadino si presenta, quindi, non come un movimento antimafia ma come un movimento
di rinnovamento dell'economia, dello Stato e della società che si scontra
in questa sua prospettiva sia contro la mafia sia contro lo Stato.
E' con l'annessione al Piemonte e l'Unità d'Italia, col passaggio dalla
monarchia borbonica alla monarchia costituzionale che la mafia, da appendice
funzionale al sistema economico e sociale, basato sul latifondo nelle campagne
e nelle città, diventa anche una componente del gioco politico nazionale,
utile e necessaria per mantenere attraverso il sistema dei prefetti il controllo
sui collegi elettorali uninominali e rendere così, come in altre zone
del Mezzogiorno, mutilata ed effimera la struttura democratica esistente in
altre zone del paese votate ad un altro tipo di sviluppo economico e sociale.
In questo senso Crispi, Giolitti, Orlando, etc. sono i precursori di quei rapporti
tra mafia e politica che sono stati a lungo oggetto di dibattito nel corso del
processo all'On. Andreotti in cui i rapporti tra governo, parlamentari locali
e organizzazioni mafiose sono emersi nella loro realtà politica e storica
anche se non sono stati ritenuti sufficientemente corroborati da prove tali
da potere definire non solo una responsabilità politica generale ma anche
una specifica prova documentale (c'è da domandarsi se a questo riguardo
negli Stati Uniti il comportamento processuale del principale imputato sulla
base delle leggi vigenti non sarebbe stato comunque sufficiente a definire reati
come l'oltraggio alla Corte, l'affermazione non veritiera, etc.).
Giusta è perciò la visione di Santino di considerare il ciclo
iniziato con i Fasci siciliani (1891-1892) concluso con la Riforma Agraria che
non si può fermare però solo al 1950 ma continua dopo il 1950
per altri cinque anni in Sicilia per l'applicazione di una legge contestata
da un governo regionale di destra e si conclude praticamente alla fine degli
anni '60 con l'approvazione di leggi nazionali che liquidano definitivamente
alcune conseguenze negative della legge di Riforma Agraria in Sicilia come le
vendite attraverso concessioni enfiteutiche e il sistema dei Patti Agrari semifeudali.
In tutto questo arco di tempo il ruolo dirigente del movimento è assunto
dalla sinistra rivoluzionaria (Antonio Labriola vede nei Fasci l'inizio della
lotta per il socialismo in Italia con un anticipo di mezzo secolo su Lenin).
E' continuato anche quando i capi del movimento contadino originato dai Fasci
cercano, nei primi anni del '900, di costituire cooperative, sindacati come
nel resto dell'Italia e vengono barbaramente trucidati (Verro, Alongi, Panepinto,
Orcel) dalla mafia che è consapevole di poter operare sicura dell'impunità
e senza che lo Stato intervenga.
Per cui alla Sicilia è precluso anche lo sviluppo di tipo socialdemocratico
delle organizzazioni contadine ed operaie.
Nel corso della parentesi fascista, attraverso l'opera del Prefetto Mori, la
mafia è come ibernata. I grandi agrari e le forze dominanti della monarchia
fascista che hanno mantenuto intatto il loro sistema latifondistico non hanno
più bisogno della mafia visto che col regime il sovversivismo antidemocratico
delle classi dirigenti italiane non ha più bisogno, per tenere a bada
i contadini e per organizzare il consenso popolare, della mafia. Essa risorge
dal suo letargo all'indomani della caduta del fascismo e dell'occupazione militare
alleata chiamata a riprendere un ruolo di controllo sociale e politico nel momento
in cui gli alleati insediano a Palermo un sindaco latifondista, autore di un
libretto dal titolo: Elogio del latifondo siciliano e nei comuni dell'interno
a sostituire i potestà fascisti spesso maestri elementari pieni di retorica,
con sindaci espressione del latifondo e della mafia.
Ma questa volta il movimento contadino, a differenza del passato, ha un legame
nazionale ed è diretto da una sinistra che, sulla base dell'impostazione
gramsciana della questione meridionale, riesce a utilizzare tutte le possibilità
che la vittoria della guerra di liberazione, la partecipazione ai governi di
unità nazionale antifascista a partire da Salerno, la Costituzione della
Repubblica e lo Statuto dell'autonomia siciliana mettono a disposizione per
organizzare un movimento non effimero, non rivoltoso, di lunga durata che riesce
a fare approvare e in parte ad applicare una serie di provvedimenti legislativi
che portano alla liquidazione economica, sociale e politica del latifondo che
esce profondamente ridimensionato attraverso espropri ed anche vendite nella
sua consistenza economica, e la sua espressione politica più diretta,
il blocco liberal qualunquista allargato ai monarchici che aveva, nelle prime
elezioni del 1947, rappresentato la seconda forza politica dopo quella vittoriosa
del blocco del popolo di comunisti e socialisti, viene in conseguenza svuotato.
Ma questo processo avviene in un contesto, quello della rottura del fronte antifascista
e della guerra fredda da un lato e dell'avvio del cosiddetto miracolo economico
italiano in cui alla riduzione ed eliminazione del peso politico e sociale del
latifondo rende non solo difficile la piena attuazione della riforma ma ristabilisce
un nuovo modello di sviluppo diseguale tra il nord e il sud.
Santino ricorda il convegno degli industriali a Palermo in cui i maggiori esponenti
dell'industria nazionale da Valletta, a Pirelli, a Costa rifiutano i finanziamenti
della Cassa per il Mezzogiorno per evitare che la creazione di nuclei di classe
operaia in Sicilia e nel Mezzogiorno potesse sul luogo saldarsi con la forza
del movimento contadino (un leninismo alla rovescia) e che invece bisogna agevolare
il processo di emigrazione forzata dal sud verso il triangolo industriale del
nord.
Si sviluppa così attraverso l'opera del governo democristiano e centrista
un processo malsano di sviluppo economico basato sulla speculazione edilizia,
sui finanziamenti dalle casse del Mezzogiorno alle regioni, sulla riduzione
dei poteri dell'autonomia trasformata non più in organo di discussione
e di confronto di grandi temi quali la riforma agraria, l'Istituzione dell'ente
siciliano di elettricità, di irrigazione, etc. in un semplice ente erogatore.
Persino poi successivamente, al momento dell'instaurazione del Mercato Comune
Europeo i finanziamenti della CEE , specialmente per quanto riguarda il vino
e gli agrumi vengono utilizzati per questo tipo di sviluppo distorto.
La mafia che è stata usata politicamente per organizzare Portella della
Ginestra, gli assassinii dei sindacalisti, gli omicidi dei capi socialisti Rizzotto,
Li Puma, Cangelosi alla vigilia del 18 aprile, si sposta dalle campagne alle
città ed assume in questo tipo di sviluppo, che il Procuratore Chinnici
chiamerà la nuova feudalità, un ruolo funzionale economico e politico.
Da un lato per concentrare nella DC tutti i residui del blocco liberal qualunquista
e monarchico (con un procedimento analogo splendidamente descritto da Rosi nel
film Le mani sulla città) e dall'altro per promuovere un ceto di cosiddetti
imprenditori nelle cui attività confluiscono i finanziamenti pubblici
in tanti modi arraffati, i proventi dell'attività specifica mafiosa (racket,
contrabbando, etc.) e delle grandi truffe legate alla sofisticazione e distillazione
dei vini, dalla gestione delle esattorie (i cugini Salvo) utilizzando concessioni,
licenze edilizie etc.
L'apparato della mafia privato dal suo supporto funzionale dell'economia semifeudale
del latifondo stabilisce un rapporto altrettanto funzionale con una nuova fase
economica e politica di subalternità della Sicilia e del Mezzogiorno
ad un disegno nazionale di sviluppo diseguale.
In questo periodo la mafia che non esisteva o, se non in forma larvale, nelle
provincie orientali si estende a tutta la Sicilia, appunto perché si
estende questo tipo di sviluppo, e viene legittimata dal sistema di potere.
Il potere mafioso si esprime in fatti emblematici che scoraggiano chi vorrebbe
opporsi di fronte alla ferocia delle sue azioni e dalle manifestazioni di sostegno
pubblico dei poteri del governo e di settori dello Stato nei suoi confronti.
E' emblematica la calata a Palermo di Ciacimino e di Totò Riina da Corleone
ed è altrettanto emblematica a Catania la presenza del Prefetto della
Repubblica all'inaugurazione della concessionaria di auto di Nitto Santapaola.
La sinistra siciliana si trova, di fronte a questo mutamento di scenario sociale
ed economico, che aveva affrontato unita nel blocco del Popolo la battaglia
per la riforma Agraria dal '47 al '55 nell'ARS, venendo a costituire anche con
le organizzazioni di massa, con i movimenti della società civile a cui
dava luogo cerca di elaborare una sua politica siciliana ma viene costretta
dalle svolte della politica nazionale del Partito Socialista prima e del Partito
Comunista poi, il centro sinistra e la solidarietà democratica, a dividersi
ed a perdere quella funzione di opposizione lenta, decisa, collegata a grandi
movimenti di massa che avevano permesso all'ARS nelle prime due legislature
di funzionare come un corpo democratico vivo e costretto la Regione anche sotto
la direzione di governi di centro-destra a muoversi su determinate linee di
innovazione sociale.
Bisognerà esaminare con spirito critico e autocritico la fase successiva
alle grandi lotte e il significato complessivo di queste due operazioni che
affievolirono la carica antimafia delle due formazioni della sinistra storica
siciliana nel momento in cui non fu sufficientemente elaborata e portata avanti
una politica di contestazione della nuova feudalità con la forza e con
la capacità che aveva determinato la sconfitta del latifondo.
Questo venir meno di questa spinta unitaria della sinistra portò anche
alla crisi di rappresentanza e all'indebolimento delle forze che la componevano.
Comunque fu questa subalternità che nel momento in cui si verificarono
certi fatti di scollamento del sistema nazionale e alcune innovazioni nell'organizzazione
dello Stato il ruolo di guida della lotta antimafia era destinato a passare
in altre mani.
Perciò è importante, ad esempio, stabilire il ruolo della magistratura
che improvvisamente assume un ruolo di così grande importanza nella lotta
contro la mafia che non aveva avuto prima. Certo può essere questo anche
frutto del lavoro delle prime Commissioni Antimafia, della definizione delle
nuove forme, della denunzia delle nuove forme del fenomeno mafioso, del sostegno
morale dato a chi voleva impegnarsi in questa battaglia. Ma è, a mio
avviso, frutto di una riforma dello Stato italiano che assicurò attraverso
il CSM per lungo tempo ritardato la possibilità per i magistrati che
volessero veramente interpretare un ruolo di espressione di un potere autonomo
dello Stato di poterlo esercitare ed anche il processo naturale, con le generazioni,
di sostituzione di magistrati formatisi e inseritisi in carriera nel corso del
ventennio fascista con nuove leve di magistrati formatisi nello sviluppo delle
lotte democratiche nel clima della Repubblica. Negli anni '70 cominciano ad
entrare in magistratura i giovani che si erano formati nelle università
all fine degli anni '60.
Giustamente Santino ricorda più volte la figura di Pio La Torre però,
mi sembra, che non esca fuori appieno il ruolo che Pio tentò di avere
e che ebbe nel tentato rinnovamento del partito fuori dalle secche del consociativismo
e nella nuova impostazione di classe e di lotta contro la mafia.
Bisognerà mettere assieme questa figura di militante che a somiglianza
dei grandi dirigenti fondatori del movimento dei Fasci, subisce la carcerazione
per avere guidato i contadini alla lotta per il rispetto della legge. Per avere
con la relazione di minoranza nella Commissione Antimafia preso una posizione
assieme con Terranova nettamente contraria alla possibilità di un rapporto
tra il PCI e la sinistra con tutta la DC e in special modo con il gruppo di
Lima.
Terzo nell'avere tentato, nei pochi mesi in cui lui lasciando cariche nazionali
di prestigio, scelse di ritornare in Sicilia come dirigente del partito e riuscì
a suscitare un grande movimento su due temi la lotta antimafia e la lotta contro
i missili a Comiso che non erano condivisi a Roma da tutta la Direzione del
partito. E infine, dopo la sua morte, il Parlamento fu costretto ad approvare
a spron battuto una legge contro la mafia in cui due punti essenziali sono ancora
oggi vivi e non interamente applicati: la definizione come reato a se stante
dell'appartenenza all'organizzazione mafiosa con tutte le conseguenze che questo
può aver avuto e può avere anche per permettere di non estendere
i benefici di una legislazione giustamente garantista a chi essendo partecipe
non pentito di questa organizzazione continua a commettere reato anche dopo
la condanna, anche nel profondo dell'ergastolo. La seconda che è quella
della confisca dei beni provenienti da attività illecite di tipo mafioso
in qualunque mani esse si trovino che sta finalmente dando luogo ad una più
larga applicazione. Questa osservazione non toglie il giudizio positivo sul
libro che è utile non solo a comprendere la storia del movimento ma lo
può essere anche ai fini di ristabilire a sinistra un clima di discussione
e di confronto che possa permettere a tutte le forze vive ed operanti di qualunque
provenienza ideologica della sinistra di stabilire un rapporto comune al fine
di rifondare un'organizzazione politica alternativa allo sviluppo attuale che
serva come centro per l'aggregarsi di altre forze della sinistra plurale capaci
di contrastare il cammino di forze di destra che oggi sembrano prevalere anche
in Sicilia e verso cui ineluttabilmente ove dovessero stabilmente insediarsi
nel governo dello Stato si orienterebbe ancora una volta in modo massiccio il
consenso e l'appoggio di una nuova fase della mafia in Sicilia.