CARO-PETROLIO, SMOG E LOTTA DEGLI AUTOFERROTRANVIERI
Al vertice straordinario di Algeri l’OPEC ha deciso di tagliare ulteriormente la produzione di petrolio di circa il 10% spingendo subito in alto i prezzi sui vari mercati del mondo, prezzi già alti perché superiori a quella forchetta tra 22 e 28 $ al barile stabilita nel programma del cartello in altri periodi. Ora i tempi sono mutati per effetto della guerra in Iraq sia in senso generale sia più specificamente perché gli USA controllano militarmente quattro degli undici paesi OPEC (Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e naturalmente l’Iraq che al detta del suo rappresentante ha già ampiamente superato i due milioni di barili al giorno e si avvia a raggiungere entro l’anno i tre milioni superando di molto la produzione ottenuta da Saddam prima della guerra).
Gli Stati Uniti cioè controllano militarmente, e quindi anche economicamente, la produzione di un terzo dell’OPEC raggiungendo quella dell’Arabia Saudita mentre l’altro terzo è ripartito tra gli altri paesi. In passato l’Arabia Saudita con lo sceicco Yamani aveva operato più volte sviluppando la sua produzione, anche in contrasto con altri membri dell’OPEC, per evitare un eccessivo rialzo dei prezzi del petrolio che avrebbe prodotto, come di fatto avvenne dopo il kippur, una spinta alla riduzione dei consumi o al dirottamento di essi verso altre fonti energetiche come il metano. Lo sceicco affermava in quelle occasioni: “l’età della pietra non è finita perché finirono le pietre”.
Quando il dollaro ha cominciato a deprezzarsi nei confronti dell’euro, per consolarsi, i commentatori economici dei paesi europei osservavano che a parziale compenso del danno alle esportazioni europee la caduta del dollaro avrebbe diminuito l’ammontare della bolletta petrolifera particolarmente negativa per l’Europa e il Giappone. L’OPEC a stelle e strisce sta rendendo vana questa aspettativa per cui il barile di petrolio pur con il dollaro svalutato costerà più di prima. Il danno e la beffa. Il ricatto petrolifero sull’Europa e sul Giappone è prevedibile che continui in futuro in modo anche più gravoso del passato.
Si rende necessario, perciò, per l’Europa e per l’Italia affrontare con decisione il problema della riduzione del consumo di prodotti petroliferi. Tanto più che in queste settimane, proprio a causa del consumo aumentato di derivati del petrolio, l’aria delle nostre grandi città è diventata irrespirabile e i poveri sindaci, senza nessun sostegno, sono costretti a ricorrere a misure di emergenza come l’interdizione del traffico automobilistico nei giorni festivi. L’attuale modello energetico, prevalentemente basato sul petrolio, d’estate, con l’effetto serra, falcidia i vecchi e gli individui più deboli e crea affanno e difficoltà per tutti, d’inverno con lo smog fa superare i livelli di guardia con grave rischio per la salute pubblica. Anche qui non c’è speranza che il mercato, dominato dalle forze che conosciamo, possa risolvere questi problemi che sono destinati di anno in anno, invece, ad aggravarsi. Anche perché dopo avere stracciato gli accordi di Kyoto sulla riduzione dei gas di serra, il governo Bush è riuscito ad influenzare i governi europei più subalterni, da Aznar a Berlusconi, e soprattutto a coinvolgere la Russia di Putin nella manovra tendente a massimizzare il rapporto quantità/prezzo del petrolio russo estratto che costituisce la principale risorsa economica di quel disastrato paese. Il recente meeting di Milano sull’effetto serra ha registrato questo arretramento.
Il movimento ambientalista ha da tempo proposto modifiche al sistema di trasporto urbano e in generale al modello energetico basato sul petrolio (e sul carbone) richiedendo il potenziamento del trasporto pubblico a detrimento del trasporto privato finora privilegiato (costruzione di metropolitane e di linee tranviarie, uso di combustibili meno inquinanti e avvio alla sperimentazione dell’idrogeno per autotrazione, zone pedonali, divieto di transito privato in alcune aree della città, etc.). Alcune città si sono avviate su questa strada (Napoli con le sue metropolitane, Amburgo con la sperimentazione degli autobus ad idrogeno, Londra con la chiusura di tutto il centro alle auto private) con risultati positivi ma saltuari e limitati, perché troppo forti gli interessi contrastanti, insufficienti i mezzi finanziari a disposizione e con scarsa mobilitazione dell’opinione pubblica disorientata dai grandi mezzi di informazione e soprattutto dalla pubblicità delle grandi case produttrici di auto, di benzina, accessori, etc..
I recenti scioperi degli autoferrotranvieri, in lotta per il rispetto dei loro diritti, offesi dalla gestione privatizzata (anche quando rimasta parzialmente in mani pubbliche) del trasporto pubblico, hanno avuto sostanzialmente un’accoglienza favorevole da parte degli utenti che pur potevano considerarsi danneggiati dalle agitazioni. Ed hanno ottenuto il risultato di porre all’attenzione di tutti i cittadini il problema del rilancio del trasporto pubblico. E la lotta continua perché deve essere approvato il nuovo contratto per i prossimi anni. Questa è l’occasione per le forze ambientaliste, per le forze sociali e politiche di progresso, per le amministrazioni locali di intervenire in modo attivo perché contemporaneamente alla trattativa sui salari, sugli orari, sulla dignità e sicurezza del lavoro si svolga una grande vertenza a livello locale e nazionale per un piano di trasporti innovatore, finanziato in modo straordinario da una carbon tax che scoraggi l’uso dei derivati del petrolio e fornisca i mezzi per il rinnovamento generale dei trasporti. E ciò nel quadro dei Piani Energetici Ambientali Regionali, da approvare o da rivedere, e di un Piano Energetico Nazionale che vada oltre gli obiettivi di Kyoto e la cui realizzazione costituisca la base fondamentale di un accordo tra tutte le forze che in mezzo a tante contraddizioni si propongono, non solo di eliminare l’inquinamento derivante dalla presenza di Berlusconi, ma di realizzare un programma che affronti alla radice la questione ambientale cioè la questione fondamentale del XXI secolo.
Un cambio del modello energetico basato sul carbone e sul petrolio può fare finire “l’età della pietra” e contribuire a creare le premesse per rendere un altro mondo possibile.
Nicola Cipolla