LA CRISI IDRICA IN SICILIA: LE RESPONSABILITA’ DEL PASSATO E I PERICOLI PER L’AVVENIRE.
Le notizie che si susseguono sulla stampa e alla televisione sulla crisi idrica in Sicilia sono poste in modo tale da creare un polverone tale da nascondere sia le responsabilità dell’attuale, certamente grave, situazione sia i gravi pericoli che minacciano il futuro dell’approvvigionamento idrico della Sicilia per le città per le campagne e per l’industria se vanno in porto i provvedimenti che il governo regionale di destra presieduto dall’onorevole Cuffaro, che è stato per lunghi anni assessore all’agricoltura con tutti i tipi di governo, di destra e di centro-sinistra e in questa veste ha avuto il controllo di tutte le dighe e le infrastrutture dell’ESA e dei consorzi di bonifica (cioè di oltre i due terzi dei 450 milioni di mc potenzialmente raccolti e che costituiscono il frutto di mezzo secolo di lotte di braccianti, di contadini, di operai prima in collegamento con il movimento della Riforma Agraria e successivamente, specie per le dighe del Poma e di Roccamena per l’iniziativa promossa da Danilo Dolci contro lo “spreco” delle acque). E in forza dell’enorme potere clientelare che il controllo dell’acqua e dell’assessorato all’agricoltura gli ha dato è riuscito a sgominare prima i suoi antagonisti del Polo che era uscito vittorioso dalle elezioni del ’96, passando assieme ad altri a costituire un governo di centro-sinistra alla Regione Siciliana, ribaltando ancora una volta la situazione e ritornando al centro-destra nel corso della stessa legislatura e riuscendo così a farsi nominare candidato di tutto il Polo alle elezioni regionali dello scorso anno.
Per cercare di capire questa intricata matassa vorrei richiamare l’attenzione su alcuni punti fondamentali.
1. Da sedici anni è valsa la pratica di nominare ogni estate un commissario di governo nella persona del Presidente della Regione in carica. Questa pratica non ha risolto e non poteva risolvere nessun problema ma ha impedito una serie programmazione pluriennale degli interventi ed ha permesso di derogare, con il pretesto dell’emergenza, con esiti disastrosi a tutte le leggi ed ai controlli in materia di appalti, di acquisto di acqua da sorgenti e pozzi privati, di assunzioni clientelari, di consulenze tecniche di alto livello e ben pagate che hanno creato un clima di aspettative e tra l’altro messo in piedi una flotta di autobotti e di altri servizi di emergenza, tutti privati, creando aspettative ed anche qui clientele. Questa pratica che non risolve ma aggrava la crisi, che favorisce il malcostume e gli interessi mafiosi largamente presenti specie nelle zone del palermitano e del trapanese nella gestione delle acque di irrigazione, ma costituisce anche un attentato e una riduzione del ruolo e dei poteri che lo Statuto della Regione, specie dopo la riforma federalista della Costituzione italiana, assegna al Presidente, al Governo ed al Parlamento della Regione Siciliana. Come ho detto prima tutti i governi che si sono succeduti a Roma hanno nominato ad ogni estate i loro referenti commissari i Presidenti della Regione che aderivano ala stessa linea del governo nazionale. In occasione dell’ultimo ribaltone operato da Cuffaro, un anno prima delle elezioni regionali ultime, il ministro Bianco, del centro sinistra nazionale, scelse di nominare non il Presidente di destra ma il generale dei carabinieri Jucci come Commissario straordinario. Questo fatto ha cambiato molte carte in tavola, perché Jucci invece di agire come i precedenti commissari politici presidenti della Regione, si limitò a esplicare il suo mandato di commissario straordinario scoprendo magagne, bloccando speculazioni, vigilando sui furti di acqua, e suscitando risentimenti ed opposizione tra coloro che beneficiavano non dell’acqua ma delle pratiche di sottogoverno che i regimi commissariali permettevano (molte rotture di condutture sono operate al fine di utilizzare l’acqua per uso agricolo, la conduttura che porta l’acqua dalla diga Garcia di Roccamena alla diga Poma di Partinico è stata interrotta in 80 punti ed è stata perciò abbandonata).
Il governo Berlusconi si è trovato di fronte ala richiesta da parte dell’onorevole Cuffaro di una nuova gestione commissariale che è stata però limitata nello spazio alle 4 provincie occidentali, contestata all’interno della maggioranza (Cuffaro è dell’ala democristiano del Polo della Libertà quindi Forza Italia e Alleanza Nazionale volevano due vice Commissari).
Si è svelato, cioè, in pieno i veri scopi del commissariamento che nulla hanno a vedere con la soluzione dei problemi dell’acqua in Sicilia.
La prima rivendicazione, perciò, che il movimento per l’acqua in Sicilia deve porsi è quella della cessazione del sistema dell’emergenza perpetua e quindi del sistema de commissariamento che in nessun caso, ove ci fosse una vera emergenza, può essere affidato a chi invece ha il compito di programmare e gestire la riforma di struttura.
Il fatto più grave di questo continuo gridare “al lupo” è che la gente non crede più alla lotta. Il caso di Agrigento è tipico. In una delle provincie p8iù assetate la CGIL, la CISL, la UIL, la Coldiretti, la CIA e tante altre organizzazioni proclamarono una manifestazione a carattere provinciale: si presentarono circa 500 persone, meno del numero dei componenti dei comitati provinciali delle organizzazioni che avevano indetto la manifestazione. Due mesi prima dalla stessa provincia di Agrigento oltre 15 mila lavoratori erano intervenuti a Palermo alla grande manifestazione indetta dalla CGIL, dalla CISL e dalla UIL allo sciopero generale sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il che significa, a mio avviso, che non manca la volontà di lottare tra i lavoratori del popolo siciliano quando però si presentano obiettivi anche di principio che però sono chiari e tali da individuare con evidenza il nemico da combattere ed anche il modo come realizzare questo obiettivo.
Per potere creare un grande fronte di lotta sul problema dell’acqua è proprio necessario elaborare e proporre una piattaforma adeguata.
Nicola Cipolla