DOPO LE DIMISSIONI DI RUGGERO QUALE POLITICA PER L'ENI

Nei giorni scorsi i quotidiani nazionali si sono occupati e dell'annunzio delle dimissioni di Renato Ruggero dalla carica di Presidente dell'ENI e in altre pagine delle vicende legate al continuo aumento del prezzo della benzina e degli altri carburanti imposti a livello internazionale dall'aumento del prezzo del greggio deciso dai paesi produttori e dai grossi monopoli internazionali resi possibili dall'esclusione violenta di uno dei principali paesi produttori l'Iraq (i bombardamenti anglo americani continuano e il blocco continua).
Nessuno ha messo in relazione i due fatti come se l'ENI, protagonista principale della produzione e distribuzione degli idrocarburi liquidi e gassosi in Italia, fosse completamente assente, irresponsabile e incapace di intervenire nella vicenda.


L'aumento della benzina che colpisce tutti i paesi industrializzati, infatti, ha una sua specificità in Italia dove il prezzo industriale (al netto delle tasse) imposto ai consumatori è superiore a quello praticato dalle stesse imprese in Europa e in particolare in Francia dove sia la Elf sia la Total sia anche per quel poco che sul mercato francese è presente l'ENI fanno pagare al consumatore un prezzo inferiore a quello italiano. Ci si trova cioè di fronte, in barba a tutti i discorsi sulla libera concorrenza, ad un caso di accordo di cartello lampante. Di fronte a questo monopolio illegale il governo manda a dire, per bocca di un Sottosegretario, che sta studiando il problema, ma il Presidente del Consiglio arriva ad affermare che il Governo vorrebbe ridurre le imposte sulla benzina. Come dire che invece di combattere la mafia che taglieggia i commercianti in Sicilia il Governo dovesse rifondere il pizzo a spese dei contribuenti e di coloro che ancora aspirano ad ottenere dallo Stato una pensione, un letto di ospedale o un banco di scuola, invece, di aumentare gli interventi per impedire il racket. Tace anche il tutore della libera concorrenza in Europa l'ineffabile professore Mario Monti, nemico dei monopoli di Stato, ed alfiere di tutte le privatizzazioni.


Mi sembra che ci troviamo cioè in una situazione analoga a quella degli anni '50 quando l'alto prezzo della benzina imposto dalle 7 sorelle rendeva difficile lo sviluppo dell'industria automobilistica e dell'economia nazionale. Prima con l'Agip e poi con l'Eni Enrico Mattei riuscì a rompere il cartello sia a livello nazionale che internazionale liberando l'Agip dal giogo delle 7 sorelle contrattando prima con i sovietici la fornitura di petrolio russo all'Italia (che fu pagata com'è noto con grande beneficio della FIAT con la fornitura degli impianti e della tecnologia FIAT di Togliattigrad) sia stabilendo poi rapporti più favorevoli ai paesi arabi produttori di petrolio ed appoggiandone le rivendicazioni all'autonomia e all'indipendenza dall'Iran all'Algeria.
L'Eni così fu il promotore e il garante della concorrenza sul mercato italiano dei prodotti petroliferi capace di fare ridurre il prezzo dei carburanti. Ma ebbe un altro grande merito: avviando lo sviluppo della produzione e distribuzione del metano mise a disposizione dell'economia italiana un'energia concorrente ed alternativa a quella del petrolio che è stata una delle condizioni preliminari del miracolo economico degli anni '50 nella Valle Padana.
Dopo la morte, non accidentale come è stato accertato anche giudiziariamente di recente, di Enrico Mattei, malgrado tutte le vicissitudini attraversate, (basta pensare alle vicende della chimica) l'ENI è rimasta una delle strutture più importanti ed efficienti del nostro Paese (per quanto riguarda il metano l'ENI è il quinto operatore a livello mondiale).


Avviato il processo di privatizzazione l'ENI è rimasto bloccato nella sua politica industriale perché in vista del collocamento sul mercato delle azioni si è ritenuto che l'elemento determinante fosse il valore delle azioni collegato al livello dei profitti. Quindi per garantire il massimo livello dei profitti l'ENI oggi, nel settore petrolifero, è a rimorchio della politica di cartello imposta dai grandi big dell'industria e del commercio mondiale. Si differenzia timidamente per qualche 5, 10 lire in meno al litro come quelle "nobildonne" che costrette dalle necessità della vita ad esercitare il mestiere più antico del mondo cercano di essere più oneste almeno nel prezzo.
D'altro canto incombe, per imposizione della CEE, anche il processo di "liberalizzazione" del mercato del gas dove l'ENI ha una situazione privilegiata dovuta essenzialmente al fatto che i grandi colossi petroliferi che dominano il mercato mondiale hanno sempre visto di malocchio l'estendersi del consumo del metano in alternativa al petrolio.


Mi permetto di porre alcune domande:

1. è possibile oggi chiedere all'ENI e soprattutto al Governo che ne ha il pacchetto di controllo, che ha suoi rappresentanti nel Consiglio di amministrazione, una politica diversa, di rottura del cartello improntata al principio della libera concorrenza capace di ricondurre il prezzo industriale in Italia al livello del resto dell'Europa, anche e soprattutto per fermare il rischio dell'aumento dell'inflazione?
L'ENI ricava i suoi profitti principali dal metano e non dal petrolio perché le varie leggi di deregolamentazione del mercato petrolifero se non hanno portato ad una riduzione del prezzo hanno certamente portato ad un aumento della quota di mercato italiano dei grandi monopoli internazionali. Una politica di riduzione indipendente del prezzo potrebbe fare riconquistare, attraverso la libera concorrenza, all'ENI un parte del terreno perduto.


2. Per quanto riguarda il metano è possibile intraprendere una politica dei poteri pubblici che coinvolga l'ENI in primo luogo per accelerare il processo di sostituzione, in corso dalla fine degli anni '70, del petrolio con il metano. Questo processo è già avviato attraverso leggi conquistate dal movimento di sinistra e ambientalista per quanto riguarda gli usi domestici e per quanto riguarda la produzione di energia elettrica attraverso processi che consentono risparmio energetico e minore impatto ambientale. Si tratta di fare un salto decisivo nel settore del trasporto pubblico e privato, a cominciare dalle grandi città.
Per il trasporto privato l'ENI può, rompendo vecchie contrapposizioni anche interne, promuovere attraverso la sua rete di distribuzione il trasferimento di una quota significativa (20-30%) del consumo automobilistico privato al metano e al GPL a spese della benzina e del gasolio. Questo processo avrebbe importanti conseguenze sia sull'ambiente sia sul potere monopolistico dei produttori di petrolio sia sul processo di sviluppo industriale e tecnologico del Paese (non solo dell'ENI ma anche della FIAT etc.) che anticiperebbe così un processo di sostituzione energetica inevitabile nel lungo periodo.


Oggi però, mi si potrebbe dire, la situazione non è quella degli anni '50. Non c'è Mattei, non c'è Togliatti, non c'è Valletta, non c'è quella parte DC che sostenne fortemente per decenni sia Mattei sia, dopo la sua morte, coloro che hanno portato avanti, in mezzo a tante difficoltà, un progetto industriale di grande apertura e non c'è più né l'Unione Sovietica né la grande spinta di liberazione nazionale che animava tanti paesi arabi.
Ma una grande politica energetica, in una situazione storica completamente diversa, fu anche quella che la sinistra italiana contribuì a portare avanti, coinvolgendo l'ENI, all'inizio degli anni '80 in piena crisi energetica determinata dai conflitti medio orientali, quando Reagan voleva impedire a tutti i paesi europei, non solo all'Italia, la messa in funzione del metanodotto italo-algerino e di quello che doveva portare, come ha portato, il metano dai giacimenti russi in Europa e in Italia. Allora ci fu una sollevazione contro l'imposizione di Reagan persino da parte della Thatcher e i due metanodotti entrarono in funzione nel corso, tra l'altro, di un grande movimento ambientalista contro le centrali nucleari. Fu merito allora della sinistra comunista (emendamento Bassolino al congresso di Firenze) di collegare la lotta contro le centrali nucleari allo sviluppo del consumo di metano in sostituzione del carbone e del petrolio come fase transitoria e concorrente verso l'adozione le fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti.


Oggi, nel momento in cui si determina in Giappone un nuovo disastro nucleare, possiamo valutare appieno il valore di quel movimento e di quella conquista che ha liberato l'Italia dalle centrali nucleari. Ma dobbiamo valutare anche come valore positivo di quella stagione la creazione di una rete capillare di metanodotti che permette ormai a tutti i consumatori, dalle Alpi a Capo Passero, e non solo ad alcune regioni della Valle Padana, di usare il metano in sostituzione di altri combustibili più inquinanti.
Di fronte ai gravi pericoli di involuzione neoliberista si parla tanto di un comune sentire della sinistra. Ma il terreno della politica energetica e quindi della funzione e del ruolo dell'ENI (ma anche dell'ENEL) non può essere uno degli aspetti su cui realizzare concrete iniziative ed accordi a partire dal dibattito in corso sulla Finanziaria ma, guardando anche oltre, fra tutte le forze della sinistra ed anche con quelle politiche e sociali che guardano agli interessi nazionali?