Negli ultimi anni si sono sviluppate in Europa lotte sociali e politiche che
hanno dimostrato la capacità di resistenza dei lavoratori e dei popoli
nei confronti della linea liberista-monetarista di Maastricht . La grande manifestazione
unitaria in difesa deidiritti sociali del 13 novembre '94a Roma segnò
la fine del governo Berlusconi.
I fatti successivi in Europa hanno confermato questa tendenza. Si sono sviluppati
infatti, soprattutto in Francia nel '95 e '96 grandi movimenti di lavoratori
dipendenti (nel '96 nel caso dei camionisti in Francia di lavoratori autonomi)
capaci non solo di bloccare e contestare vivamente le politiche neoliberiste
di riduzione dei diritti sociali, ma anzi, in alcuni casi, di estenderli.
Protagonisti decisivi, specialmente in Francia ma anche in altri Paesi, sono
stati i lavoratori pubblici, masse di insegnanti, di addetti alla sanità,
ai trasporti creati proprio dalle politiche dello stato sociale. Questi erano
minacciati di perdere non solo, assieme a tutti gli altri lavoratori, i diritti
sociali acquisiti in 150 anni di lotte ma anche e soprattutto la loro stessa
identità e funzione.
Si spiega così la simpatia e l'eccezionale sostegno che la popolazione
ha dato nei confronti di forme di lotta che pur la penalizzavano duramente.
Che queste battaglie avessero poi un seguito politico si è visto nelle
elezioni del 25 maggio e del 1° giugno in Francia (e seppur in modo meno
incisivo in Inghilterra) che hanno amplificato e reso più radicale il
voto dell'aprile del '96 in Italia.
Naturalmente sarebbe sbagliato pensare che questi segnali rappresentino un completo
cambiamento di tendenza anche perché, e lo si è visto al Congresso
di Malmoe del Partito Socialista Europeo, non c'è tra gli stessi partiti
al governo un orientamento comune su come rovesciare le politiche neoliberiste
e soprattutto su che cosa proporre in alternativa al modello di Maastricht.
Questa decisione ha pesato anche nel condizionamento degli esiti della Conferenza
di Amsterdam che ha soltanto aperto una porta all'avvio di una trattativa sull'occupazione,
sul lavoro e sui diritti sociali.
Il fatto che questa Conferenza si sia svolta sotto il tallonamento di iniziative
di massa specifiche promosse dalle forze di sinistra più radicali anche
in assenza di un impegno generalizzato dei grandi sindacati è comunque
importante ed indica la strada da seguire a cominciare dal prossimo appuntamento
autunnale in Lussemburgo.
Questa discussione, infatti, come molta parte della stampa ha sottolineato,
può tradursi in una semplice manifestazione di buone intenzioni senza
contenuti operativi e senza impegni finanziari adeguati. In una fase in cui
tutti i governi sono disperatamente tesi, a cominciare dalla Francia, dalla
Germani e dall'Italia, a contenere i deficit di bilancio risulta estremamente
difficile operare trasferimenti finanziari dai bilanci statali a quello comunitario.
Nel momento, però, in cui anche a causa della creazione della moneta
unica sorge l'esigenza di completare la costruzione europea credo sia giusto
riproporre il problema delle "risorse proprie" della UE.
Questo problema ha animato per decenni la discussione all'interno della CEE
ed è stato sempre affrontato in modo interlocutorio. E' chiaro che ogni
acquisizione all'UE di aliquote delle imposte percepite dai singoli Stati rappresenta
un passaggio netto dal bilancio di questi a quello della UE. D'altro canto i
dazi doganali su tutte le merci della tariffa esterna comune (una delle poche
risorse proprie della UE) sono falcidiati dagli accordi del WTO sia dagli accordi
specifici con vari paesi con cui l'Unione intrattiene rapporti di particolare
collaborazione.
Che fare allora?
E' stato affermato che in una nuova prospettiva di rilancio dei diritti di cittadinanza
devono essere anche inclusi nuovi diritti a partire da quelli collegati ad una
diversa gestione dell'ambiente minacciati da un mercato senza regole.
E' in corso a New York a 5 anni dalla Conferenza sull'Ambiente di Rio de Janeiro
una Conferenza dei Capi di Stato sui problemi ambientali. Sul banco degli accusati
sono naturalmente i paesi più industrializzati, a partire dagli Stati
Uniti che da soli sono responsabili di oltre un quinto di tutte le emissioni
di gas che stanno cambiando l'atmosfera del pianeta con conseguenze che già
si cominciano a verificare negli andamenti climatici, nelle desertificazioni,
nella distruzione degli ambienti naturali etc. Per la verità in questa
discussione i Paesi dell'UE hanno rivendicato nei confronti degli USA una qualche
maggiore disponibilità a provvedimenti a favore dell'ambiente. Ma anche
l'azione dei paesi dell'UE è tutt'altro che incisiva. E perciò
rimane nei paesi in via di rapido sviluppo industriale il sospetto che i paesi
industrializzati vogliano imporre limitazioni ambientali ai paesi in via di
sviluppo senza modificare il loro modello di sviluppo insostenibile.
Bisogna quindi operare una svolta. Il movimento ambientalista europeo ha da
tempo proposto ai fini di riduzione del consumo di prodotti energetici non rinnovabili
(carbone e petrolio in particolare responsabili principali dell'inquinamento
atmosferico) l'introduzione di una carbon tax che abbia il doppio fine di scoraggiare
e di ridurre l'uso delle energie più inquinanti, di promuovere tecnologie
di risparmio energetico e di sviluppo di energie alternative da un lato e dall'altro,
di avere naturalmente un effetto fiscale incentivando le entrate. Ogni volta
che il movimento ambientalista ha avanzato su scala nazionale proposte in tal
senso si è scontrato con l'osservazione che l'introduzione di un simile
strumento in un solo paese ne avrebbe messo in condizioni di inferiorità
il sistema produttivo. In gran parte questa osservazione era pretestuosa comunque
non può essere avanzata con la stessa forza ove la richiesta dell'istituzione
della carbon tax assumesse il carattere di un prelievo alle frontiere dell'UE
sulle importazioni di petrolio, di carbone ed anche in misura più ridotta
di metano. Non è qui il caso di esporre da un punto di vista tecnico
le modalità di attuazione di questa proposta.
Vorrei fare però alcune osservazioni di carattere generale.
La prima è che un simile prelievo, anche se inizialmente di portata limitata,
avrebbe una conseguenza notevole dal punto di vista del gettito essendo l'Europa
il principale mercato di importazione soprattutto per quanto riguarda il petrolio.
La seconda è che già l'imposizione di un pur lieve prelievo sulle
materie energetiche non rinnovabili importate dall'UE (oltre 1 miliardo di tep)
avrebbe conseguenza positive sul livello internazionale di questi prezzi, perché
io credo che si determinerebbe, come ricordano gli economisti, una traslazione
seppure parziale all'indietro, sulle grandi multinazionali e sui paesi esportatori
che sarebbero indotti ad accollarsi in tutto o in parte io peso del prelievo
riducendo i prezzi.
La terza è di carattere politico. Una proposta di questo genere fatta
propria dalla sinistra, diciamo così di classe, troverebbe immediatamente
l'adesione dei movimenti ecologisti che sono portatori di questa esigenza.
E' stata proposta autorevolmente nei giorni scorsi la convocazione di una "Costituente
Europea per la riforma dello stato sociale"; è chiaro che nella
preparazione di questa iniziativa sia la questione ambientale, sia l'apporto
programmatico e culturale delle forze che si richiamano all'ambientalismo non
può che essere auspicato e ricercato.
La situazione oggi è profondamente diversa di quando fu realizzato nel
"programma di Erfurt" il disegno di uno stato sociale basato sul suffragio
universale a scrutinio proporzionale, sull'imposta progressiva sul reddito e
di successione, sul diritto di organizzazione e di sciopero, sul diritto all'istruzione
ed alla salute, sul riconoscimento del valore della lotta dei lavoratori per
la riduzione dell'orario di lavoro, per il divieto del lavoro dei minori, contro
gli infortuni e per la pensione. E' diversa ancora dalla situazione in cui si
venne a trovare dopo la crisi del '29, prima e dopo il secondo conflitto mondiale,
l'economia dei paesi industrializzati che perciò furono costretti a realizzare
le politiche keynesiane finanziate dal deficit di rilancio dell'economia. Nella
fase attuale, è noto che la questione ambientale non rappresenta soltanto
una grave emergenza a livello mondiale, una delle maggiori contraddizioni tra
lo sviluppo del capitalismo e la salvezza dell'umanità, ma può
rappresentare anche un'occasione di sviluppo produttivo e di occupazione di
tipo nuovo.
Si può pensare perciò che il gettito di questo prelievo ecologico
possa essere destinato a grandi iniziative di disinquinamento e di risarcimento
dell'ambiente, di riconversione ecologica dell'apparato produttivo, di riduzione
dei consumi energetici non rinnovabili, di sviluppo delle energie rinnovabili
capaci di suscitare un rilancio grande e duraturo dell'occupazione.
La grande manifestazione di Amsterdam è stata un inizio (nel 1968 si
diceva ce n'est che un debut). Bisogna allargare il fronte culturale, sociale
e politico. Può essere seguita da una grande manifestazione a Lussemburgo
in autunno, in cui accanto alle bandiere rosse del movimento operaio e di sinistra
ci siano anche le bandiere verdi del movimento ambientalista con parole d'ordine
che assieme rivendicano: riduzione del lavoro a 35 ore, nuove risorse per l'occupazione,
difesa per l'ambiente, nuovo ruolo dell'Europa nella lotta a livello planetario
per uno sviluppo sostenibile.
Fin dall'inizio, oltre mezzo secolo fa, la costruzione dell'Europa è
stata dominata dalle forze liberali e conservatrici e perciò ha suscitato
disinteresse ed ostilità da parte delle forze della sinistra europea.
Occorre che finalmente la sinistra tutta sia capace di proporre e di imporre
soluzioni democratiche, programmi avanzati per un'unificazione che ormai è
iscritta nella necessità della storia, dell'economia, dello stesso sviluppo
della democrazia.
Nicola Cipolla
Presidente del CEPES ex Parlamentare Europeo
(1) Editore Datanews 1995 - recensito su Liberazione del 21/09/95