L'annuncio della chiusura
della FIAT di Termini Imerese ha già suscitato una forte risposta di
mobilitazione da parte non solo d egli operai e degli altri lavoratori della
fabbrica e dell'indotto ma anche della popolazione e di tutta l'opinione pubblica
di Termini e della Sicilia. Forse i vertici della FIAT pensavano che nella Sicilia
del 61 a zero per Berlusconi, nella Sicilia dei vari Dell'Utri, Schifano, Miccichè,
nella Sicilia in cui la mafia di Caccamo ritiene insopportabile la presenza
anche di un moderato dirigente della UIL e lo fa assassinare, nella Sicilia
in cui si stanno mettendo in vendita, anzi in liquidazione, dighe e acquedotti
che sono costati negli anni passati miliardi e miliardi di denaro pubblico e
grandi lotte condotte dai lavoratori siciliani e l'impegno di uomini come Li
Causi, Ovazza, Lombardi, Danilo Dolci, nella Sicilia in cui la mafia ha ripreso
(non lo aveva mai perduto) il pieno controllo del territorio, degli affari,
degli appalti e di una larga parte dell'elettorato capace di assicurare alla
destra il pieno dei collegi uninominali, questa Sicilia è stata scelta
dalla FIAT come il posto dove era possibile impunemente non ridurre ma totalmente
distruggere una presenza industriale che costituisce un punto di riferimento
per tutta la zona. La risposta di lotta però è stata tale da mettere
in difficoltà non solo il gruppo dirigente della FIAT ma anche il governo
e tutte le forze politiche.
Ce n'est que un debuit. Occorre riflettere sul significato di questa crisi e
sulle sue prospettive.
Vorrei a questo proposito fare alcune considerazioni ed infine una proposta.
In primo luogo la costruzione della Fiat di Termini Imerese non è frutto
di una autonoma decisione della FIAT. La richiesta di costituire, come poi fu
costituita, una società mista tra la Regione e la FIAT fu avanzata da
un largo fronte di forze alla cui testa c'era negli anni '50 il movimento sindacale
nelle campagne e nelle città ed anche esponenti della piccola e media
industria siciliana che pensavano, giustamente, che il processo di industrializzazione
della Sicilia aveva bisogno di un intervento della grande industria pubblica
e privata. Fu costituita così la SicilFiat che però restò
sulla carta, pur avendo avuto in concessione gratuita i terreni su cui poi fu
costruita, e tutte le altre possibili agevolazioni che, con la costituzione
della Cassa per il Mezzogiorno, venivano previste.
Ma la direzione della FIAT e gli altri grandi industriali italiani non accettarono
subito negli anni '50 questa proposta. La SicilFiat restò una sigla,
perché il disegno politico-sociale del gruppo dirigente della Confindustria
con in testa la FIAT non era quello di portare l'industria nel sud dove c'erano
i lavoratori, ma quello di chiamare dietro i cancelli di Torino e di Milano
masse di braccianti e contadini poveri da impiegare nelle catene di montaggio
per sostituire (alcuni finirono nei reparti di confino della FIAT) quegli elementi
della classe operaia, che avevano condotto la guerra di liberazione nelle fabbriche,
e avevano salvato gli impianti dalle distruzioni dei tedeschi ed ora attraverso
i loro consigli si proponevano di compartecipare alla gestione dell'impresa.
Contemporaneamente la destra clerico-fascista che governava la Sicilia apertamente
dichiarava di non volere l'industrializzazione per non correre il rischio di
avere assieme in lotta per il progresso della Sicilia movimento contadino e
una nuova classe operaia.
Questo disegno riuscì alla FIAT e fu pagato a caro prezzo dagli operai
di Torino e dai contadini meridionali e siciliani. Questi però diventati
operai negli anni '60 diedero vita ad un grande movimento, l' "autunno
caldo del '68", che costrinse la direzione della FIAT a porsi il problema
della meridionalizzazione delle sue fabbriche per sfuggire ad un potere operaio
che si esercitava con forza crescente nelle catene di montaggio fordista. Così
fu rispolverata la SicilFiat, estromessa la Regione dalla gestione e si iniziò
a Termini, come a Cassino a Termoli, come in ultimo a Melfi il processo di meridionalizzazione
della FIAT. Cioè fu "l'autunno caldo" che determinò
quel poco di industrializzazione che si è sviluppata nel Mezzogiorno
in particolare per quanto riguarda la FIAT.
Il suo successo industriale non è soltanto collegato a vicende interne
ma anche a vicende di politica economica esterne.
Ne vorrei ricordare tre.
La produzione delle automobili non si sarebbe mai potuta sviluppare in Italia
senza lo sviluppo di una grande e moderna siderurgia a ciclo integrale, a cominciare
dal Piano Sinigaglia e dall'Impianto di Cornigliano, a cui seguirono poi Bagnoli
e Taranto. Impianti che posero la siderurgia italiana all'avanguardia rispetto
anche a quella del resto del continente che la CECA di Jean Monnet cercava di
proteggere e sostenere. Ci sarebbe oggi da porsi una domanda: lo smantellamento
di questa siderurgia pubblica e la privatizzazione, il passaggio di quel poco
che ne è rimasto nelle mani di "tondinari" sotto l'abile regia
della Commissione Esecutiva di Bruxelles hanno migliorato o peggiorato, sia
dal punto di vista tecnico che dei costi, la situazione attuale della FIAT?
In un momento di crisi fu di grande aiuto per la FIAT un accordo triangolare
tra Valletta, Mattei Presidente dell'ENI, che attraverso questo accordo ebbe
le prime forniture di petrolio che sancirono l'inizio della sua indipendenza
dal monopolio angloamericano delle Sette Sorelle, e l'Unione Sovietica per la
costruzione dell'impianto di Togliattigrad, promosso da Palmiro Togliatti, come
esempio concreto della politica di pace e di distensione tra i due blocchi.
Purtroppo questa esperienza, che poteva essere, invece, l'inizio di uno straordinario
sviluppo internazionale della FIAT e di tutte le industrie italiane, non fu
allargata e fu bloccata dal clima della guerra fredda.
Un'altra grande occasione della FIAT fu costituita dall'ingresso dei libici
della LAFICO che investirono nella FIAT i proventi delle loro esportazioni di
petrolio in Italia tramite l'ENI invece di depositarli presso il Tesoro americano
come facevano i paesi del Golfo.
Ho voluto ricordare questi tre episodi per sottolineare che la cosiddetta grande
industria privata nona avrebbe potuto svilupparsi senza il sostegno dell'industria
pubblica e dell'iniziativa politica di chi questa industria pubblica sosteneva
fino in fondo, e che le possibilità di questo sviluppo sono state frenate
dal prevalere non di considerazioni imprenditoriali ma politiche .
L'arrivo di Giovanni Agnelli, noto compagno di merende trilaterali di Henry
Kissinger, ha approfondito questo carattere politico e non imprenditoriale della
gestione della FIAT.
Nel Sole 24 ore di giovedì 10 ottobre Aldo Bernacchi afferma: "che
dopo l'84 la FIAT si poté liberare della partnership con i libici che
le era costata l'ostracismo delle commesse del Pentagono". Commesse che
mai la FIAT aveva avuto e che solo poteva sperare in vista degli investimenti
per le guerre stellati. L'uscita della LAFICO di cui lo stesso Gianni Agnelli
ebbe a dire che in ogni caso i libici si dimostrarono degli eccellenti compagni
di viaggio significò per la FIAT l'inizio della crisi finanziaria cioè
la sottomissione piena alle manovre ed agli intrighi di Enrico Cuccia e della
sua Mediobanca che allontanarono per un certo tempo la famiglia Agnelli dalla
gestione della FIAT.
Quanto influisce nell'attuale crisi finanziaria della FIAT il costo della buonuscita,
liquidata in varie forme a Cesare Romiti per ristabilire il pieno controllo
di una parte almeno del complesso patrimonio FIAT?
L'ultimo atto della crisi FIAT è proprio causato dall'accordo con la
General Motors. Questo accordo si basa su due punti. Uno di attuazione immediata
della joint venture "power train" cioè la messa in comune della
produzione di motori e cambi tra la FIAT e la parte europea della General Motors
(Opel) restando, naturalmente, fuori da questo accordo sia la produzione sia
la sperimentazione e ricerca che restano negli Stati Uniti e l'impegno ad esaminare
l'acquisto totale del capitale FIAT da parte della GM tra il 2004 e il 2008
(clausola che ad avviso di molti commentatori rende la GM interessata a tenere
più basse possibili le quotazioni delle azioni FIAT che dovrebbe acquisire.
Perché la FIAT potendo scegliere un partner europeo ha scelto la GM.
Mi permetto di ritenere che si è trattato di una scelta politica dovuta
all'orientamento di Gianni Agnelli e dei suoi più vicini consiglieri
italiani ed americani.
Fausto Bertinotti martedì scorso su Liberazione, lanciando la campagna
di Rifondazione Comunista per la nazionalizzazione della FIAT, come unico serio
e concreto modo di affrontare alle radici il problema della crisi dell'auto
in Italia ricorda: "In Europa due grandi aziende automobilistiche, la francese
Renault e la tedesca Volkswagen, sono a consistente partecipazione pubblica
e oggi fortemente competitive sui mercati mondiali. L'intervento dello Stato,
le migliori condizioni di lavoro, gli investimenti sulla ricerca e sullo sviluppo
(vale la pena di ricordare che alla Volkswagen è stata applicata una
notevole riduzione dell'orario) lungi dall'indebolire le aziende produttrici
di auto le hanno rafforzate".
Perché è stata scartata la collaborazione con queste imprese?
Scegliere di diventare una succursale della GM in Europa costituisce un fatto
grave non solo per la FIAT e per l'Italia ma anche per l'Europa e la sua industria
più avanzata. Un caso che in altri tempi sarebbe stato definito di cupidigia
di servilismo che fa il paio con la scelta, nel campo delle costruzioni aeronautiche,
di restare sub concessionari della produzione di aerei della Boeing invece di
partecipare a parità di diritti al consorzio europeo Airbus.
Come giustamente ricorda Claudio Sabattini, che si sta impegnando in prima persona
nella grande lotta dei lavoratori e del popolo di Termini Imerese, in nessun
caso l'amputazione di Termini potrebbe sanare o salvare la FIAT e l'industria
automobilistica: "perché l'auto sta andando verso la più
grande innovazione industriale e tecnologica quella del passaggio all'idrogeno".
La GM, pur avendo in America portato avanti studi e ricerche in questo campo
non potrà realizzarla prima di trent'anni, cioè prima che gi USA,
secondo i disegni dell'attuale gruppo dirigente degli Stati Uniti, rappresentante
in prima persona dell'industria petrolifera e del complesso militare industriale,
non avranno sottratto dalle sabbie dell'Arabia e di tutto il Medio Oriente l'ultimo
barile di petrolio da conquistare con le iniziative belliche in corso. Solo
l'Europa, che afferma di volere realizzare e superare gi accordi ambientali
di Kyoto, può porsi il problema di una rapida riconversione dell'auto
al sistema ad idrogeno, risolvendo così ad un tempo un problema industriale
e soprattutto un grande e ineludibile problema ambientale.
La proposta di nazionalizzazione della FIAT, che all'inizio era stata accolta
con scetticismo anche a sinistra, si sta facendo strada attraverso le varie
proposte che da più parti vengono avanzate di partecipazione azionaria
dello Stato e degli Enti Locali nella gestione e ristrutturazione della FIAT.
Da questa proposta deve essere, a mio avviso, esclusa la GM, cosa che invece
il sindaco di Torino, Chiamparino sollecita, con la costituzione di un polo
europeo della GM.
A questo punto, mi permetto di dire, il problema deve essere posto in termini
europei.
Fra poche settimane a Firenze si riunisce il Social Forum dell'Europa. L'ambientalismo,
lo sviluppo sostenibile, la lotta contro il dominio monopolistico, sono alla
base della cultura del Social Forum, così come è alla base della
vita e dello sviluppo del movimento No Global, da Seattle (le tute blu della
AFL-CIO) a Genova (FIOM), la presenza forte ed organizzata dei lavoratori metalmeccanici
e siderurgici.
Perché a Firenze visto che anche la CES (Confederazione Europea dei Sindacati)
ha aderito non si propone un incontro delle rappresentanze operaie della FIAT,
della Renault, della Volkswagen e di tutte le altre realtà per chiedere
assieme che l'Unione Europea abbandoni la linea neoliberista delle privatizzazioni
e della subordinazione agli interessi americani ed assuma un ruolo determinante,
anche dal punto di vista normativo e finanziario, nella riconversione ecologica
dell'industria e del trasporto pubblico e privato dell'Europa?
Specie dopo che, con il grande sciopero generale del 18 di ottobre, le rivendicazioni
dei lavoratori e del popolo di Termini Imerese e delle altre aziende FIAT minacciate
saranno diventate patrimonio di tutti i lavoratori italiani.
Nicola Cipolla