Pochi giornali hanno dato il 15 aprile la notizia che: "Al posto di Heiner Flassbeck, l'economista dell'istituto economico Diw di Berlino ispiratore della politica neokeynesiana di Lafontaine, arriva come primo dei quattro sottosegretari Caio Koch-Weser, tedesco nato e in parte educato in Brasile, dal '73 alla Banca Mondiale, dove attualmente è uno dei direttori esecutivi", eppure si tratta di una notizia che contribuisce a chiarire i veri motivi e le finalità della violenta estromissione di Lafontaine dal governo, dal Parlamento e dal Partito che nella sua qualità di Presidente della SPD era certamente uno dei vincitori e forse il principale, in prospettiva, delle elezioni tedesche che avevano visto, bisogna ricordarlo, la clamorosa e inaspettata nelle dimensioni sconfitta di Kohl e l'altrettanto clamorosa vittoria delle sinistre (PDS, Verdi e soprattutto ma non solo nei 6 landers della ex DDR dei neocomunisti del PDS). In questi landers, infatti, la DC aveva avuto un tracollo più grande e le sinistre nel loro insieme 10 punti in più (il 65%) della media nazionale. Dopo l'estromissione di Lafontaine tutte le misure da lui proposte e sostenute sul piano fiscale, sul piano dello stato sociale e sostanzialmente, per quanto riguarda, il problema del diritto di voto agli immigrati sono state approvate. Persino la Banca Centrale Europea nei giorni scorsi ha ridotto drasticamente il tasso di sconto in una misura forse superiore a quella che avrebbe richiesto lo stesso Lafontaine. Non era quindi una prospettiva a breve termine quella che determinava il contrasto così aspro con Schroeder, ma qualcosa di diverso e più profondo.
Lafontaine non era certo un rivoluzionario ma era un socialdemocratico che voleva
rendere stabile la presa del suo partito sulla società attraverso una
politica moderata sì ma chiaramente di sinistra. Era un tedesco che aveva
voluto in passato, in armonia con l'insegnamento di Willy Brandt, l'autonomia
della Germania dall'asfissiante tutela degli occupanti occidentali e soprattutto
degli Stati Uniti attraverso l'hostpolitik, che poteva trasformare il gigante
economico tedesco in qualche cosa di diverso dal "nano" politico in
cui si trovava.
Il Cancelliere Willy Brandt fu eliminato nel modo che tutti sappiamo attraverso
una tresca dei servizi segreti occidentali e costretto a dimettersi, ma i suoi
compagni di partito e lo stesso Schimt che gli succedette per cambiare le linee
generali della sua politica estera, lo vollero alla presidenza del suo partito
prima e poi, successivamente, a quella dell'Internazionale Socialista. In questa
veste Willy Brandt continuò la sua hostpolitik stabilendo dei contatti
a livello sia di partito che di istituzioni culturali vicine ai due partiti.
Per parte socialdemocratica partecipavano
personaggi come Karsten D. Voigt, Egon Bahr, Hermann Scheer e questi incontri
si svolsero dall'84 fino all'87 cioè fino alla vigilia della caduta del
muro di Berlino. Di alcuni di questi incontri sono stati pubblicati atti che
testimoniano un impegno comune non solo sui problemi immediati della pace ma
anche sulla "necessità di una cultura del contrasto politico e del
dialogo" tra le due forze entrambe eredi del movimento sorto in Germania
sulla strada tracciata dal Manifesto di Marx e di Engels.
Alla caduta del muro la posizione dei socialdemocratici e di Kohl sulle modalità
con cui realizzare l'unificazione delle due Germanie fu estremamente divergente.
Kohl la affrontò e la portò avanti come un problema di annessione
pura e semplice mentre i socialdemocratici avrebbero voluto forme più
diluite nel tempo concordate con le forze che dopo l'estromissione di Honneker
dalla direzione del partito e del governo volevano trasformare il partito e
lo Stato.
L'unificazione voluta da Kohl fu vincente anche sul terreno elettorale, Lafontaine
candidato del Partito Socialdemocratico fu sconfitto e Kohl poté restare
in sella per altri 8 anni attaccando la socialdemocrazia come forza che in fondo
voleva l'accordo con i comunisti della DDR e non la loro totale distruzione.
Il che era storicamente vero anche perché la socialdemocrazia avrebbe
voluto raccogliere almeno in parte alcune delle conquiste sociali che i lavoratori
dell'est avevano realizzato naturalmente in un quadro istituzionale profondamente
democratico.
Kohl per due volte sconfisse la socialdemocrazia ma alla fine non l'unificazione
ma il modo con cui questa fu realizzata si rivelò fallimentare per la
Germania sia dell'est che dell'ovest, creando, quindi, contrasti naturalmente
all'est privato di tutti i suoi diritti ed anche all'ovest costretto a pagare
le spese di una distruzione dell'intero sistema economico su cui la DDR si era
fondata con un certo successo fino alla caduta del muro.
"Chi di unificazione ferisce di unificazione perisce". E la sconfitta
di Kohl del settembre scorso non è stata un semplice e marginale ondeggiamento.