GUERRA DEL METANO, LO SCONTRO E' SOLO RINVIATO

Pubblicato su Liberazione del 7/1/2006

 

 

L’accordo concluso che pone momentaneamente fine alla crisi del gas tra Russia e Ucraina rende a mio avviso utile qualche considerazione.

Il gasdotto che porta il metano attraverso l’Ucraina ed altri paesi fino al confine austriaco è stato chiamato dai russi Druzhba (amicizia) ed è stato completato nel 1984. Il nome riecheggia una fase della lotta politica tra i due blocchi, costituitisi dopo la fine della guerra, che venne chiamata della coesistenza pacifica tra i due sistemi e della distensione, in Germania caratterizzata dalla Östpolitik di Brandt, in Italia dal battaglia contro il nucleare. L’URSS, principale paese produttore, anche allora di metano, offriva all’Europa questa energia più pulita del petrolio e soprattutto meno soggetta alle difficoltà ed alle guerre  medio orientali che avevano portato l’OPEC a determinare, con l’embargo verso i paesi capitalistici, un aumento del prezzo del petrolio che rischiava di mettere in ginocchio tutta l’economia dei paesi industrializzati. Precursore di questa politica  fu  l’ENI di Mattei, sostenuto da uomini della DC come Gronchi e Fanfani e da Togliatti che aveva nel ’51 rifiutato la direzione offertagli da Stalin del COMINFORM  (determinandone così lo scioglimento) ed era  sostenuta anche dalla FIAT di Valletta che stava realizzando la più grande industria automobilistica russa, a Togliattigrad,  con tecnologia e macchinari italiani che permisero all’industria automobilistica e meccanica italiana di uscire da una situazione di difficoltà ed affermarsi anche a livello internazionale.

Ma l’industria italiana non aveva da sola la capacità di fornire apparecchiature necessarie per la costruzione del gasdotto né l’Italia da sola poteva reggere politicamente l’impresa,  per cui le principali industrie tedesche ed inglesi furono anch’esse interessate e partecipi a questa grande impresa che portava in Europa energia dalla lontana Siberia.  Questa iniziativa però fu contrastata da Reagan, che portava avanti una escalation di riarmo (le guerre stellari)  e che non esitò a proclamare un embargo che negava alle ditte partecipanti alla costruzione dell’impresa la possibilità di operare negli e  con gli Stati Uniti, suscitando il pubblico risentimento e dissociazione persino da parte di personalità ultra conservatrici e filo atlantiche  come la Tatcher e Khol.

Il percorso scelto per il gasdotto garantiva, all’interno dell’URSS e dei paesi del Patto di Varsavia, una tranquilla gestione e sboccava in Austria, unico paese neutrale, smilitarizzato non aderente a nessuno dei blocchi in base agli accordi di Yalta, e da qui si diramava verso l’Italia, la Germania e gli altri paesi europei consumatori.

Oggi la situazione  geopolitica è completamente mutata. Con lo scioglimento dell’URSS e la fine del regime comunista, con la creazione di tante repubbliche autonome, tra cui l’Ucraina, con la fine del Patto di Varsavia e l’adesione dei paesi dell’Europa orientale, non solo all’UE, da cui si attendono cospicui finanziamenti che, come nel caso della Polonia, non sono neanche in grado di utilizzare, ma anche e soprattutto alla NATO che non solo non si è sciolta, dopo la fine dell’URSS ma ha acquistato una nuova aggressività nei confronti della Russia, che non è più giustificata sul piano ideologico o della minaccia militare ma ha un altro scopo fondamentale quello di impedire il rafforzarsi dell’autonomia europea nei confronti degli USA e di mettere sotto controllo economico e finanziario la Russia, pur ridotta di potenza e di territorio, ma che è oggi il secondo produttore mondiale di petrolio, dopo l’Arabia Saudita e al primo posto per la produzione di metano con oltre il 30% delle riserve mondiali.

Nei suoi  continui viaggi,  nei paesi ex sovietici e in quelli del Patto di Varsavia e di recente anche a Mosca, Condoleza Rice non si stanca di affermare il diritto degli americani e delle loro imprese multinazionali a partecipare allo sfruttamento ed alla gestione delle immense risorse russe specie nell’attuale situazione di crisi, non solo del mercato energetico ma anche degli Stati Uniti.

A partire dalla metà degli anni ’70, si ricorderà,  gli USA da paese esportatore di prodotti petroliferi sono diventati sempre più soggetti importatori  e a partire da Carter hanno affermato il principio (la dottrina come la chiamano loro) per cui dovunque nel mondo si trovino  risorse petrolifere ed energetiche lì esiste l’interesse politico degli USA ad intervenire anche in violazione del  diritto internazionale e dell’ONU. E ciò non solo per assicurare importazioni di petrolio e di gas, tramite le loro società multinazionali, ma anche per garantire, attraverso il meccanismo dei petrodollari, la copertura dei due deficit, della bilancia dei pagamenti e del bilancio USA,  ormai permanenti e necessari per lo sviluppo (se l’obesità si può chiamare sviluppo) dell’economia americana. Questa, infatti, si regge oggi da un lato non solo  sul rifiuto di ogni misura di controllo delle emissioni di gas serra, come previsto dagli accordi di Kyoto,   ed  anche  sull’aumento dei consumi petroliferi (con l’introduzione invece che di politiche di risparmio energetico di mode consumistiche come quella dei SUV che più che raddoppiano i consumi di benzina)  e dall’altro ricorre al risparmio di tutto il mondo per coprire, attraverso la crescita del debito pubblico, le esigenze derivanti dalla riduzione delle imposte per i ceti più abbienti e per le società anonime e dalle spese militari crescenti relative agli interventi  bellici specialmente nei paesi  del Medio Oriente.

La guerra dell’Iraq fu causata non dal possesso di armi di sterminio che erano state eliminate sotto il controllo dell’ONU né dal regime dittatoriale di quel paese ma dal fatto che  Saddam si era permesso di avviare concessioni petrolifere a società francesi, tedesche, italiane e giapponesi  con esclusione delle società anglo-americane e in più aveva deciso di accettare il pagamento  del petrolio, prodotto sotto controllo dell’ONU, in euro e non in dollari, rafforzando  così il ruolo autonomo dell’Europa  nei confronti degli USA. Che l’instaurazione della democrazia non fosse l’obiettivo  principale che si proponeva il figlio dell’ex direttore della CIA George Bush junior lo prova la Libia  dove Gheddafi è rimasto in sella senza avere cambiato nulla per quanto riguarda il regime solo perché ha restituito alle società petrolifere americane e inglesi i giacimenti espropriati ed ha concesso alle più grandi società americane (Chevron, Exxon) e inglesi (British Petroleum) le nuove ricerche nel Golfo della Sirte ed ha rinunciato all’euro. Sul carattere democratico dell’Arabia Saudita, sostenitore storico delle rivolte dei talebani in Afghanistan e tradizionale alleato e principale finanziatore del debito americano non c’è da fare nessun commento. Proprio il ministro dell’Arabia Saudita, Yamani, con l’affermazione che:  l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre indusse gli atri paesi dell’OPEC a riportare in basso in termini reali, al di  sotto di prima del kippur, il prezzo del petrolio ponendo fine alla prima grande crisi.  Obiettivo dell’offensiva americana contro la Russia di Putin è l’impossessamento, tramite le grandi società multinazionali, delle ingenti risorse petrolifere e soprattutto metanifere russe. Queste risorse  per motivi di continuità geografica, tramite i gasdotti, possono alimentare la riconversione energetica della UE verso il petrolio e soprattutto verso il metano russi, sfuggendo così  al vincolo mediorientale dove, attraverso reti di antiche e nuove complicità con i governi locali e occupazioni militari, gli USA si assicurano il controllo della produzione e dell’esportazione energetica di questa zona (60% delle riserve mondiali di petrolio).

Putin non vuole fare né la fine di Saddam né quella di Gheddafi. Egli non è certo un campione di democrazia (ma quando mai nella Russia c’è stata la democrazia di tipi europeo?) ma deriva il suo potere dall’essere stato un dirigente del KGB, esattamente come è stato un dirigente della CIA il padre dell’attuale presidente Bush che da direttore di questa “disinvolta” organizzazione è diventato prima vice presidente, con Reagan, e poi presidente fondatore di una dinastia che porta avanti la politica che tutti noi ogni giorno scopriamo.

Per resistere a questa pressione Putin ha cercato in questi anni di sviluppare una politica di apertura verso l’Unione Europea e verso i paesi che la compongono con fatti concreti come: l’allineamento alle posizioni della Germania e della Francia sulla questione irachena, la firma dei trattati di Kyoto, determinante per l’entrata in vigore dei medesimi, malgrado le pressioni contro degli Stati Uniti e, nel campo energetico, è intervenuto per salvaguardare interessi nazionali. In primo luogo ha impedito, con le cattive e con le buone, che beneficiari delle privatizzazioni di Eltisin vendessero ai monopoli americani la maggioranza delle azioni delle più forti imprese metanifere e petrolifere, rinazionalizzando di fatto, anche se in modo equivoco, gran parte dell’industria petrolifera e metanifera russa.

Per sfuggire al ricatto dei paesi ex sovietici o ex Patto di Varsavia aderenti alla NATO e per questa via all’Unione e attraversati dalla rete dei gasdotti ha realizzato un accordo con la Germania di Schoereder per la costruzione di un gasdotto che bypassa tutti questi paesi filo americani più che filo atlantici e attraverso il Baltico porterà la gran parte del gas russo in Germania che diventerà la piattaforma di distribuzione del gas in tutta Europa continentale ed anche in Inghilterra rilevando la funzione che fino alla caduta del muro di Berlino aveva avutola neutrale Austria.

Infine in questi giorni ha costretto l’Ucraina di Yuscenko a più miti consigli rivelando il carattere avventuristico della cosiddetta “rivoluzione arancione” (tra il presidente spodestato Kukna  e Yuscenko che era stato per lungo tempo presidente del consiglio dei ministri c’è lo stesso tipo di rapporto che ci può essere tra Berlusconi e Bossi) e svelando anche l’appropriazione indebita di parte del gas destinato all’Europa e l’anomalia di chi vuole mantenere i benefici goduti durante il periodo di appartenenza all’URSS (che ha storicamente fornito a  tutti i paesi dell’area a prezzi politici e costanti gas e  petrolio mentre al di là della cortina di ferro infuriavano  le crisi energetiche).

Questo accordo è certamente confuso e provvisorio, comunque la sua durata di cinque anni coincide con il tempo ritenuto necessario per la costruzione e l’entrata in funzione del gasdotto baltico che svincolerà la Russia e l’Europa dal ricatto  dei paesi che per l’attraversamento sul loro territorio dei metanodotti si fanno pagare rendite elevate. Anche la Tunisia preleva, dal gasdotto che dal Sahara algerino attraverso il canale di Sicilia  trasporta il metano, il  5% di esso che arriva poi in  Italia e in Europa. Infatti, per sfuggire a questo pedaggio, si sta cercando di costruire un metanodotto che direttamente dalle coste algerine porti il gas in Sardegna e quindi in Italia.

La crisi ucraina ha creato, in Italia soprattutto ma anche in Europa, reazioni spropositate e anche  faziose con il tentativo di depistare l’opinione pubblica e riproporre addirittura il ritorno al carbone, al nucleare e al petrolio anche per la produzione di energia elettrica.

Bisogna perciò innanzitutto riaffermare la validità di una politica energetica  di risparmio e di fonti rinnovabili seria e rigorosa sconfiggendo sia coloro che vogliono mantenere l’attuale situazione  sia certi aspetti deteriori che io chiamo di eco luddismo che stanno obiettivamente facendo il gioco degli avversari specie a proposito dello sviluppo della energia eolica che è in questo momento l’unica in grado di reggere economicamente la concorrenza con le fonti energetiche tradizionali.

In questo quadro resta valida, a mio avviso,  la vecchia parola d’ordine del movimento ambientalista di sinistra coniata nel corso della lotta contro il nucleare in Italia che riconosce nel metano una energia meno inquinante delle altre non rinnovabili ed in prospettiva producibile anche (il biogas) attraverso l’utilizzazione di rifiuti agricoli ed urbani. L’ondata di richieste per i rigassificatori che superano ormai il volume dell’attuale consumo nazionale deve essere fortemente ridimensionata. Il processo di liquefazione a temperatura molto bassa e di trasporto attraverso le navi metaniere e  poi di rigassificazione e un processo costoso sia in termini di costi  energetici (circa il 20% del gas trasportato è bruciato in questo ciclo) sia in termini di costi economici. L’Italia e l’Europa rispetto agli Stati Uniti ed al Giappone hanno la possibilità di utilizzare i metanodotti per accedere alle fonti di produzione in Africa, in Russia e nel Mare del Nord. Bisogna evitare però che tra il produttore e il consumatore si interpongano rendite di posizione e pedaggi che fanno aumentare i costi. Per quanto  riguarda la Russia in particolare la situazione è di monopolio bilaterale. Essa è un produttore fondamentale per l’Europa, e questa è di gran lunga il principale mercato per la Russia. Il problema è di stabilire un rapporto chiaro basato sul reciproco interesse ed anche sulla convergenza, sul piano della politica generale, di fatti (difesa dell’ONU, fine della guerra in Iraq e soprattutto sviluppo degli accordi di Kytoo) che costituiscono le grandi sfide di questo inizio di secolo.

Un’ultima considerazione. In Russia c’è solo Putin? E’ possibile stabilire  per le forze ambientaliste e di sinistra un rapporto con forze che, nella società russa, oggi si muovono o si  possono muovere nella stessa direzione in cui confluiscono tanti partiti ex comunisti dell’est presenti anche al Parlamento Europeo  che hanno trovato nel programma della sinistra europea un valido riferimento per il rinnovamento democratico e pacifico del loro paese?

 

 

Nicola Cipolla