IL 2002 DELL'EUROPA

Il 2002 che si sta per concludere è un anno importante per l'Europa, per il suo ruolo nel mondo, e per il ruolo delle forze di rinnovamento e di pace che hanno animato una straordinaria stagione di movimenti e di lotte.
Spiccano a mio avviso su tutti tre avvenimenti: l'entrata in vigore dell'Euro, la decisione dell'allargamento dell'Unione Europea verso l'est ed anche verso il sud (Cipro e Malta) e soprattutto, per quel che riguarda credo tutta la sinistra, il grande successo del Firenze Social Forum centrato sulla parola d'ordine pace e costruzione di un'altra Europa.


Ritengo utile cercare di leggere assieme questi tre avvenimenti così diversi l'uno dall'altro anche per il proseguo dell'azione di rinnovamento in Italia e in Europa (e bisogna aggiungere nel Mediterraneo). Ho già avuto occasione (Liberazione del 30 giugno 2002) di affermare che: "l'euro, malgrè lui: malgrado il ritardo nella definizione di un programma di sviluppo sociale e democratico dell'Unione, malgrado tutti gli errori e le asprezze neoliberiste su cui sono sfracellati i governi del centro sinistra del continente, forse rappresenta una contraddizione seria nel campo imperialista in questa fase della storia dell'umanità".


I sei mesi trascorsi da allora, secondo me, non solo hanno confermato quell'analisi (per quanto riguarda i rapporti con il dollaro e con le altre economie) ma sono emersi con forza i limiti dell'impostazione di Maastricth, l'impossibilità a rispettare vincoli pretestuosi a partire proprio dal paese, la Germania che più li aveva sollecitati e la necessità di sottoporre l'azione della banca ad un controllo politico a livello delle istituzioni esecutive e parlamentari. La necessità, cioè, di liberare un'istituzione importante che pone fine a 50 anni di monopolio valutario del dollaro dalla camicia di Nesso neoliberista che rappresenta un mortale ostacolo allo sviluppo dell'economia e della società Europea. Il Presidente della Commissione Prodi ha dovuto scendere in piazza e dare dello "stupido" alla Direzione della BCE per ottenere una tardiva e modesta riduzione del saggio di sconto, che non risolve i problemi del rilancio dell'economia europea.


Il secondo avvenimento, non meno importante, su cui vorrei richiamare l'attenzione è l'accordo di Copenaghen che dimostra la ineluttabile vitalità di un processo di superamento dello stato nazionale in Europa, con l'abbattimento dei confini creati da un secolo di guerre devastanti. Questa necessità storica era stata intravista da Antonio Gramsci all'inizio degli anni '30. Dal fondo del carcere fascista mentre si sviluppava, a partire dall'Italia, il nazionalismo fascista o fascistizzante (che doveva poi portare al franchismo, al nazismo ed alla II Guerra Mondiale) espressione della crisi dello Stato nazionale europeo, così scriveva nei Quaderni dal carcere (Q6, S 78):
Nazionalismo e unione europea (…) La storia contemporanea offre un modello per comprendere il passato italiano: esiste oggi una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione sarà realizzata la parola <nazionalismo> avrà lo stesso valore archeologico che l'attuale <municipalismo>. (…)


Cioè Gramsci riconosceva che esistevano in Europa forze materiali e forze culturali che spingevano in direzione dell'UE anche prima del disastro della II Guerra Mondiale, che azzerò economie e peso politico degli stati europei occidentali e li rese subalterni al dominio americano.


Questo processo però si è avviato con forme e vizi d'origine: guerra fredda, violazione degli accordi di Yalta, neoliberismo, tecnocrazia che rappresentano persino una rottura rispetto alle tradizioni ed alle costituzioni democratiche dei singoli paesi comunitari. (Malgrado cinquant'anni di tentativi ancora oggi il potere legislativo della UE è esercitato dal Consiglio degli esecutivi dei vari paesi della comunità, la commissione esecutiva non è eletta né risponde democraticamente ad un organismo parlamentare; il parlamento europeo, pur eletto a suffragio universale e proporzionale, è confinato in una posizione quasi puramente consultiva; la direzione della BCE e la politica monetaria dell'euro è sottratta ad ogni controllo politico e parlamentare).
Questo modello di costruzione europeo, ideato da Jean Monnet con la CECA e con la politica agricola comune PAC, a partire cioè dai settori più arretrati dell'economia e della società europea, ha ritardato e reso più difficile e lento il processo di allargamento e consolidamento dell'UE suscitando opposizioni e mobilitazioni all'interno ed anche nei paesi di cui man mano si prospettava l'adesione. Se guardiamo la cronaca delle trattative delle varie ondate di adesione, anche di quest'ultima, ci accorgiamo che le difficoltà maggiori sono derivate proprio dalle politiche (come quella agricola) e dalle istituzioni previste nello schema monnettiano. Il processo, per me positivo, di allargamento si è sviluppato perciò malgrado queste caratteristiche e questo vizio d'origine dell'UE.


Al momento iniziale i paesi aderenti erano soltanto sei. Disse allora De Gaulle, che era fieramente contrario allo schema monnetiano ma favorevole ad una Unione degli Stati Europei autonoma dagli Stati Uniti dall'Atlantico agli Urali: "L'Europa è un arrosto la carne è la Francia e la Germania. Con un po' d'insalata: l'Italia e un po' di salsa: il Benelux" De Gaulle fu anche contrario all'ingresso dell'Inghilterra: "l'Inghilterra entrerà nel mercato comune quando l'impero britannico si sarà completamente dissolto". Difatti quando l'Inghilterra e al suo seguito l'Irlanda e la Danimarca, entrarono nell'UE, e fu il primo allargamento, il processo di dissoluzione dell'impero era completato con l'indipendenza dell'India e di altri paesi, con l'ingresso nell'orbita americana del Canada e di altri dominions di lingua inglese, con le vicende del Sudafrica, etc.


L'allargamento ai paesi mediterranei Spagna, Portogallo Grecia fu avviato in un momento di grande debolezza del sistema imperiale americano (sconfitta del Vietnam) e di sviluppo dei grandi movimenti del '68 in America e in Europa. La vittoria dei movimenti di liberazione delle colonie portoghesi portò i giovani ufficiali dell'esercito coloniale sconfitto a capeggiare nella madre patria un movimento, la Rivoluzione dei Garofani, che liquidò il regime fascista. In Grecia fu rovesciato il regime dittatoriale, espressione diretta dei servizi segreti e della politica imperiale americana. In Spagna con la morte di Franco cadeva il regime e si avviava un processo di democratizzazione. Tutti i focolai di fascismo esistenti nel Mediterraneo da cui partivano congiure e minacce alla democrazia italiana furono liquidate nello stesso tempo. L'adesione di questi paesi all'UE costituì al di là del fatto economico, come ebbe a dire Pertini, una garanzia contro il ritorno dei regimi fascisti.


La terza ondata di adesioni all'UE si sviluppò dopo la caduta del muro di Berlino e il dissolvimento del Patto di Varsavia e riguardò essenzialmente i paesi rimasti neutrali tra i due blocchi, in base agli accordi di Yalta, (la Finlandia, la Svezia e l'Austria di antica tradizione socialista), oltre che l'annessione ostile della DDR alla RFD operata, con modalità disastrose per entrambe le popolazioni, da Kohl. Con queste adesioni l'UE accoglieva nel suo seno tutti i paesi di origine neolatina (Francia, Belgio, Italia, Spagna, Portogallo), tutti quelli di origine germanica (Germania, Austria) e gran parte dei paesi baltico-scandinavi (Svezia, Finlandia e Danimarca).
A questi quindici ora si sono aggiunti altri dieci paesi. In buona parte di origine slava ma con due significative presenze mediterranee: Malta e soprattutto Cipro che proietta l'Unione verso un Mediterraneo non geograficamente europeo, e si pone anche così il problema dell'adesione della Turchia cioè di un paese a maggioranza musulmana.


Questo processo di allargamento pone due ordini di questioni.
Che cosa è rimasto ancora nella fase attuale, dopo la fine del bipolarismo, della vecchia impostazione monnettiana dell'Europa come istituzione regionale dominata dagli USA?
Rimane certamente, sia pure vissuta in modo molto differente, una tendenza all'accettazione del predominio politico strategico degli Stati Uniti (l'atteggiamento di Chirac e Scrhoeder sul conflitto iracheno è differente da quello di Blair e Aznar), rimane la ferita aperta delle politiche sostenute nella ex Iugoslavia (Croazia, Bosnia fino alla clintoniana guerra del Kossovo) ma bisogna avvertire anche che il contrasto che emerge tra UE e gli Stati Uniti non è solo di carattere economico (euro e mercato).


Paradossalmente in base ai requisiti richiesti ai nuovi aderenti se gli Stati Uniti chiedessero di aderire all'UE non potrebbero farlo senza prima di avere abolito la pena di morte e aderito agli accordi di Kyoto, (che come si ricorderà sono insufficienti ad affrontare la gravità dell'emergenza ambientale anche per l'opera che allora svolse l'amministrazione americana di Clinton). Siamo cioè in presenza di una differenziazione su questioni fondamentali per l'umanità come quella dei diritti umani (pena di morte) e quella ambientale. Per non parlare di tutta la battaglia in corso in Europa per la difesa e il rilancio dello stato sociale (modello europeo) contro il tentativo promosso anche da una parte notevole della Commissione Esecutiva dell'UE di introdurre principi neoliberisti propri della società e dello Stato americano. L'Europa però non può essere irregimentata in questo schema per la sua storia, la sua cultura e le sue istituzioni sociali che sono il frutto di un travaglio politico e sociale che ha inizio dalal grande rivoluzione francese (Libertè, Egalitè, Ftaternitè) e dal manifesto di Marx ed Engels (proletari di tutti i paesi unitevi) suscitatrici n Europa di movimenti rivoluzionari del 1870 e del 1917, dalla lotta di liberazione contro il fascismo e il nazismo, dal '68, dalla conquista dello stato sociale, che fa della democrazia europea (lo stato sociale) una cosa completamente diversa dallo stato liberale americano, e dall'insorgere del movimento ambientalista che comincia ad assumere, a partire dalla Germania, un ruolo decisivo anche a livello di governo.


L'altro ordine di questioni riguarda i futuri possibili allargamenti di un'area che per la sua stessa esistenza rende impossibili forme di conflitto militare all'interno di essa. L'allargamento verso il mondo slavo si fermerà? Oppure si svilupperà ancora verso est dall'Atlantico agli Urali?
Spingono in questa direzione convergenze di interessi, la Russia è il principale produttore di metano del mondo e l'Europa è il principale mercato di consumo, la Russia possiede una tecnologia aerospaziale ancora oggi molto più avanzata di quella dell'Europa che invece può fornire sostegno ad un eventuale sviluppo industriale, e sul piano politico è comune l'interesse a sfuggire, o almeno limitare, il predominio politico militare degli stati Uniti specie come è gestito oggi dalla presidenza Bush.


Come sanare la condizione umiliante in cui si trovano le popolazioni della ex Iugoslavia, cristiane o musulmane che siano, sottoposte di fatto ad un protettorato militare della NATO, accogliendole nel processo costituente di una nuova UE? E soprattutto come proiettare l'azione dell'Unione Europea nell'area del Mediterraneo e del Medio Oriente, area di massima instabilità a causa del petrolio e dei fondamentalismi suscitati artificialmente specie in questi ultimi tempi in cui chiaramente, a proposito dell'Iraq, la potenza dominante vuole ritornare a forme di dominazione di tipo coloniale.


In questo quadro si pone anche il problema di dare un contributo reale alla soluzione del conflitto arabo-israeliano.
Il terzo evento al Firenze Social Forum dedicato ai problemi dell'Europa rappresenta l'inizio di una profonda svolta nel modo con cui le forze di progresso a si pongono rispetto al problema della costruzione di un'Europa diversa e altra rispetto all'impostazione finora dominante nel processo di unificazione. L'atteggiamento delle sinistre davanti al processo di unificazione dell'Europa è stato altalenante e quindi scarsamente incisivo e determinante. Nella fase iniziale furono contrari all'avvio dell'esperienza monnettiana non solo per ovvie ragioni i comunisti di Togliatti e di Thorez e tutte le forze che si opponevano alla guerra fredda e che chiedevano la fine della divisione i due blocchi ma anche forze socialdemocratiche che erano impegnate come Attlee in Inghilterra e Schumacher in Germania in una lotta per la realizzazione dello stato sociale, per le nazionalizzazioni e quindi contro l'orientamento chiaramente conservatore di destra e liberista che era alla base delle prime istituzioni comunitarie. Anche il tentativo di Willy Brandt della ostpolitik si muoveva in questa direzione. Di fatto però la sinistra non seppe proporre mai un'alternativa efficace e si limitò ad oscillare tra due poli: o l'inserimento nel processo di costruzione di queste istituzioni e di queste politiche, come nel caso del PCI del compromesso storico (l'adesione anche all'organizzazione politica monnettiana di Berlinguer come forma di legittimazione da spendersi anche all'interno) oppure la via dell'euroscetticismo, cioè di una opposizione ai vari singoli, gravi atti della politica comunitaria visti non come effettivamente sono un ostacolo al processo di unificazione ma come una conseguenza di un processo di superamento dello stato nazionale. Io credo che a Firenze si è posto per la prima volta in termini così politicamente ampi il problema della costruzione di una comunità europea altra, improntata ai principi della pace, dell'ambiente ed allo sviluppo dei diritti umani e sociali ed alla costruzione di forme di democrazia più avanzata e partecipata.


Un'unione di popoli che non si proponga di costruire un controimpero militare ed economico rispetto a quello americano, ma lanci un messaggio che vada al di là dei popoli dell'Europa, a cominciare da quelli più vicini che sono i popoli dell'area del Mediterraneo. A Firenze Mustafà Barghouti, rappresentante delle ONG palestinesi di entrambe le religioni, disse che la presenza a Firenze di rappresentanti di movimenti provenienti da paesi dell'Africa e dell'Asia Mediterranea: "serve anche ad evitare che l'Europa e i movimenti europei scivolino verso l'autoreferenzialità. L'Europa non può chiudersi a riccio: noi siamo i vostri confini e lo saremo man m ano che l'UE si estende. Magari un giorno potrebbe diventare una Unione nord Sud anziché solo Europea". Altre presenze, come quelle degli immigrati, che rappresentano ormai una componente essenziale non solo della forza lavoro ma anche del movimento No Global in Europa e di riflesso nei loro paesi d'origine o dei rappresentanti delle chiese che vedono il pericolo della strumentalizzazione dei fondamentalismi come mezzo al fine del dominio imperialista si muovono nello stesso senso.
In questo nuovo anno tutte le singole forze che hanno partecipato a Firenze possono e devono continuare un approfondimento ed uno sviluppo dell'azione di lotta che può cambiare veramente di segno un processo di unificazione, di superamento delle barriere e delle frontiere che in questa parte del mondo, l'Europa e il Mediterraneo, si sta sviluppando .

 

da Liberazione del 29 dicembre 2002, pp. 18-19.