IL DISCORSO DI BUSH
Il discorso sullo stato dell'Unione
del Presidente americano Bush solleva immediatamente tre ordini di riflessioni
(e di preoccupazioni).
L'idea che pervade tutto il discorso è che esiste nel mondo un diavolo,
un pericolo supremo che è il terrorismo e uno stato, gli Stati Uniti,
che hanno come destino di combattere questo pericolo in ogni parte del mondo
e all'interno della stessa America che non è più protetta dopo
i fatti dell'11 settembre dagli oceani e dalle distanze che l'avevano salvata
dalle conseguenze delle guerre mondiali a cui aveva finora partecipato.
Dopo le battaglie in Afghanistan, che hanno portato alcune centinaia di terroristi
nelle gabbie di Guantanamo e il capo del governo provvisorio nelle tribune del
Congresso nuovi combattimenti dei militari americani sono in corso già
da tempo nelle Filippine, in Somalia e in Bosnia.
I gruppi di Hamas, Hezbollah, Jihad
Islamica e Jaish-i-Mohammed diventano un obiettivo per le forze americane (e
per i loro amici in Palestina). Vengono indicati i tre stati, Iraq, Iran e Corea
del Nord, che costituiscono una minaccia per gli Usa e, quindi, per tutto il
mondo. Non c'è più spazio né per l'ONU né per la
stessa NATO. I trattati, a cominciare da quello sullo scudo spaziale non esistono
più. Ci sono solo gli Stati Uniti che volta a volta si avvalgono della
collaborazione di questo o quel gruppo di paesi ma senza stabilire nessun limite
al loro diritto di iniziativa e di direzione.
Per fare questa guerra che non è breve ma di lunga durata occorre aumentare
le spese militari e quelle per la difesa interna.
Costituisce un vanto del Presidente la proposta di un aumento delle spese militari
di oltre il 10%, 48 miliardi in più per il Pentagono (la più alta
percentuale di aumento da venti anni a questa parte) e in più un raddoppio
della spesa per la sicurezza interna (38 miliardi) con particolare riferimento
alla sicurezza dei voli, delle frontiere e con un rafforzamento di tutti gli
enti della CIA, dell'FBI e di tutte le altre formazioni di difesa e di controllo.
Ma gli Stati Uniti devono affrontare anche il pericolo della recessione e quindi
occorre stimolare la domanda interna anche attraverso un deficit del bilancio
pubblico da utilizzare anche in spese che vengono indicate in una specie di
libro dei sogni senza cifre e senza stanziamenti.
Ci troviamo cioè di fronte ad un pronunciamento non sullo stato dell'Unione
ma sull'ordine mondiale che in modo così aperto non era mai stato affermato
dagli Stati Uniti in tutta la loro storia. Così come mai era stato affermato
così apertamente il nesso tra spese di guerra e lotta contro la recessione,
la disoccupazione e per lo sviluppo industriale ed economico.
Il secondo ordine di considerazioni (e di preoccupazioni), riguarda il fatto
che questo programma è stato presentato da Bush ed accolto dal Congresso,
attraverso gli applausi ed i consensi, come un programma bipartisan, cioè
accettato nella sua parte sostanziale dalla minoranza che al Senato è
maggioranza democratica che non sa sfuggire al ricatto dell'11 settembre ed
alla pressione di un'opinione pubblica che opportunamente manovrata ormai sostiene
in larghissima maggioranza un Presidente che è stato eletto da una minoranza
di elettori e con metodi come minimo poco limpidi.
Né possono essere ribaltate queste impressioni dalla considerazione che
nel corso poi della discussione del bilancio potrà essere ridotto l'ammontare
del deficit o dei tagli fiscali a favore dei grandi contribuenti finora bloccati
al Senato dalla maggioranza democratica o dall'ottenimento di qualche modesto
aiuto per le medicine o per la scuola.
Il fatto grave, e qui siamo al terzo ordine di considerazioni, è che
in realtà la "sicurezza economica" cioè la lotta contro
la disoccupazione e per lo sviluppo industriale sono, non da ora, nella politica
americana condizionate allo sviluppo della guerra e delle spese militari.
Con questi aumenti, che costituiscono il più forte incremento in 20 anni
nel bilancio del Pentagono, questo può superare i 500 miliardi di dollari
annui cioè la vertiginosa somma di un milione di miliardi di lire. Questa
spesa per i riflessi che ha sull'occupazione diretta (più di 1 milione
e mezzo di militari permanentemente in servizio), sulla domanda di beni e servizi
necessari per le forze armate USA, sullo sviluppo della ricerca scientifica
per la produzione di nuove armi sempre più sofisticate che ad ogni conflitto
locale vengono mostrate all'opinione pubblica di tutto il mondo per incutere
nuovo timore e creare nuovi vassallaggi, costituisce la base per l'equilibrio
e lo sviluppo dell'economia americana che è a sua volta decisiva per
determinare la congiuntura economica delle varie aree del mondo soggette in
varia misura al dominio americano.
Bisogna ricordare che negli ultimi tempi l'amministrazione Bush, subito dopo
l'11 settembre aveva già realizzato dei colpi importanti per l'aumento
della spesa militare. Primo fra tutti gli oltre 400 miliardi di dollari stanziati
per il progetto del nuovo caccia americano in concorrenza con l'analogo progetto
europeo affidato alla Lockeed. Per ricompensare in un certo modo l'altra grande
industria americana la Boeing, il governo Bush ha affittato aerei della Boeing
ad un prezzo superiore all'acquisto dei medesimi.
E' uno stillicidio continuo. E' evidente che per quanto riguarda il progetto
del nuovo caccia americano si inizieranno subito le manovre perché i
paesi della NATO cessino di utilizzare gli aerei di produzione europea e partecipino
con i loro fondi e con le loro commesse al progetto americano così come
è stato per l'Italia per il progetto dell'Airbus militare.
Io non so se queste spese saranno sufficienti a superare la recessione
americana ed a superarla in misura tale da farle riprendere il ruolo di locomotiva
del mondo industrializzato. Certamente non lo potranno fare in modo stabile
anche perché numerosi segni, a partire dai fallimenti di grandi complessi
industriali che toccano da vicino l'ambiente del Presidente Bush ed altri aspetti
strutturali rendono incerte le prospettive. Però da oltre 60 anni, dalla
legge affitti e prestiti di F.D. Roosevelt, che pure si era presentato agli
inizia del suo lungo periodo presidenziale come propugnatore del new deal keinesiano
e che finì con il portare gli USA nella II guerra mondiale dopo Pearl
Harbour, (consiglierei a tutti la lettura de "L'età dell'Oro"
di Gore Vidal che pure in forma romanzata descrive in modo che io ritengo realistico
le vicissitudini dei gruppi dirigenti degli Stati Uniti) questo stratificarsi
della spese militare nel bilancio americano non ha avuto solo effetti economici,
dalla Corea di Truman al Vietnam di Lindon Johnson, al Kosovo di Clinton, tutti
Presidenti democratici come Roosvelt. Questa lunga avventura militare ha determinato
la costruzione di una struttura di potere che tende a limitare ed eliminare
le regole democratiche vigenti, sia pure in regime capitalistico, negli Stati
Uniti.
La lunga guerra fredda, bisogna ricordarlo, ha portato nell'URSS al predominio
del KGB e negli Stati Uniti della CIA.
Ho scritto altre volte che non è senza significato il fatto che quasi
contemporaneamente alla testa dell'URSS, dopo il periodo breezneviano, fu chiamato
Antropov che era il capo del KGB e contemporaneamente negli USA accanto a Reagan,m
attore di secondo piano dei western holliwoodiani fu posto come vice presidente
George Bush padre.
Il discorso del Presidente dimostra che dopo l'11 settembre il processo di stravolgimento
delle libertà democratiche in America ha subito una nuova accelerazione
mentre i pericoli per la pace e la convivenza tra i popoli aumentano.
Risulta sempre più chiaro che perché un altro mondo sia possibile
è necessario combattere e isolare non il popolo degli Stati Uniti che
già ora subisce le conseguenze di questa politica (Seattle è negli
Stati Uniti) ma un sistema di potere militare e industriale che in passato ha
utilizzato e strumentalizzato il terrorismo per combattere le sue guerre ed
ora ne utilizza le imprese nefaste per giustificare una politica così
pericolosa.
Nicola Cipolla
Apparso su Liberazione del 31 gennaio 2002