IL PETROLIO, L'AMBIENTE, L'EURO E IL DOLLARO

 

Staremo a vedere nei prossimi giorni se la decisione dell'OPEC di aumentare, a partire dal 1°ottobre, di 800 mila barili al giorno la produzione di petrolio servirà a bloccare la crescita e a ridimensionare il prezzo del petrolio verso quella soglia di 25 dollari che molti auspicano. In ogni caso l'esperienza di questi ultimi due anni dimostra che ci sono forze che possono a loro piacimento sia fare piombare il prezzo al di sotto di una soglia irrisoria sia, nello spazio di pochi mesi, riportarlo ai vertici di questi giorni ed anche oltre.
Ma non si può parlare delle vicende petrolifere senza partire da due considerazioni di base.
La prima è che in tutto il secolo trascorso (e con probabilità anche in quello che inizia) il problema dell'energia e del petrolio in particolare è stato alla base di conflitti, di guerre, di rivoluzioni, di colpi di Stato che hanno insanguinato il nostro pianeta ed in particolare le zone ritenute strategiche per la produzione e il trasporto del petrolio nella fase attuale dall'Iraq alla Cecenia e perché no anche al Kosovo.
L'altra considerazione è che l'estrazione, il trasporto e l'utilizzazione del petrolio e dei suoi derivati energetici e chimici costituisce la causa principale dell'inquinamento della terra, dell'aria e delle acque che stanno rendendo invivibile progressivamente il nostro pianeta.


In questa occasione è stato fatto un raffronto con quanto avvenuto nei primi anni '70 in cui in occasione della guerra del kippur i paesi OPEC scatenarono un'analoga corsa al rialzo. In quella congiuntura storica l'aumento del petrolio ebbe tre ordini di conseguenze.
In primo luogo salvò il dollaro nel momento di massima crisi della potenza militare ed economica USA causato dall'andamento della guerra del Vietnam. Questa crisi costrinse il presidente Nixon a rompere gli accordi di Bretton Woods sganciando così il dollaro da ogni riferimento anche larvale con il sistema aureo. Si stabilì in quell'occasione il cosiddetto circuito dei petrodollari cioè della valuta pagata dai paesi consumatori Europa e Giappone in primo luogo ai paesi produttori di petrolio e da questi investiti in attività finanziarie e nell'acquisto di materiale bellico USA.


In secondo luogo contribuì potentemente a continuare ed allargare una crisi in tutti i paesi industrializzati dell'occidente e del Giappone che produsse un lungo periodo di stagnazione produttiva e di inflazione.
In terzo luogo ebbe anche altri effetti di cui alcuni certamente benefici.
Entrarono in produzione nuove zone petrolifere e, in particolare per quanto riguarda l'Europa, nel Mare del Nord per cui, ad esempio, l'Inghilterra, uno dei principali paesi importatori di petrolio, divenne autosufficiente ed esportatore.
Costrinse a innovazioni tecnologiche del sistema produttivo dei paesi avanzati in direzione di un risparmio energetico.
Ma soprattutto si sviluppò una politica di sostituzione del petrolio con il metano attraverso la costruzione di grandi metanodotti che, malgrado il divieto di Reagan, fecero affluire in Italia ed in Europa a basso costo di trasporto il gas dall'allora Unione Sovietica e dall'Algeria oltre che dal Mare del Nord e dall'Olanda (il metano è distribuito in modo diverso dal petrolio nei vari paesi: la Russia e l'Algeria, ad esempio, hanno più metano che petrolio in proporzioni analoghe e inverse all'Arabia Saudita). Questo fatto ha, ad esempio, modificato il rapporto tra petrolio e metano nel bilancio energetico nazionale. Oggi il metano ha sostituito quasi del tutto il gasolio e l'olio combustibile nel riscaldamento domestico. Si è avviata anche una trasformazione dei sistemi di produzione dell'energia elettrica prima basati quasi esclusivamente sui derivati del petrolio, con il metano dopo battaglie ambientaliste contro il nucleare e il carbone attraverso tecnologie che consentono un forte risparmio energetico e naturalmente anche per questo un minore impatto ambientale dovuto al minore tasso di inquinamento del metano rispetto al petrolio. Si è cominciato a usare il metano anche nell'autotrazione specialmente per quanto riguarda i servizi pubblici. Questo processo è stato ostacolato naturalmente da tutte le forze legate alla lobby petrolifera ma è stato sostenuto negli anni '80 dal movimento ambientalista e dalla sinistra comunista che vedevano nell'espansione del metano una fase intermedia in vista dell'obiettivo principale che era e rimane quello dello sviluppo di fonti energetiche alternative che è stato però anch'esso, specie in Italia, ritardato e bloccato sia dalla successiva caduta del prezzo del petrolio, sia dalla deriva neoliberista della sinistra e, come vedremo avanti, dal processo di privatizzazione dell'ENI e dell'ENEL. Fa impressione che in tutta la polemica sul prezzo del petrolio la questione del metano come alternativa valida e immediatamente realizzabile al petrolio non sia finora venuta in primo piano.


L'esperienza di quel primo shock petrolifero ha poi suscitato nel movimento ambientalista e nella sinistra la proposta di istituire la carbon-tax cioè un insieme di imposte che stimolassero il risparmio energetico e rendessero economiche le energie alternative anche utilizzando il ricavato per promuoverne lo sviluppo.
L'alto prezzo al consumo del petrolio, quindi, può avere anche effetti positivi a condizione che esso non ricada sulle spalle dei pensionati, dei lavoratori, che sarebbero i primi ad essere colpiti da una diminuzione delle entrate e che si svolga e susciti un grande movimento rosso-verde che coinvolga anche strati produttivi piccoli e medi, agricoltori, camionisti, pescatori ed anche, se ci sono, forze economiche italiane ed europee che prevedono uno sviluppo autonomo dell'economia europea.


Ciò posto dobbiamo domandarci, nell'attuale situazione, quale volontà ha determinato prima la caduta del prezzo sotto i minimi storici e poi, a partire dai primi mesi del 1999, la fase ascendente del prezzo.
I paesi dell'OPEC e dei produttori di petrolio non OPEC non sono tutti uguali. Alcuni di essi: l'Algeria, la Libia, l'Iran. Il Venezuela, la Russia, etc utilizzano l'aumento delle entrate del petrolio per finanziare deficit di bilancio e programmi di sviluppo della loro economia.
L'aumento delle loro entrate può quindi tradursi in aumento delle importazioni dai paesi industrializzati in particolare dell'Europa. Altri paesi: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait non hanno di questi problemi o li hanno in misura molto minore e possono trasformare immediatamente i petrodollari o in acquisto di armi (l'Arabia Saudita ha acquistato in questi giorni armamenti USA per 2 miliardi e mezzo di dollari) o in investimenti finanziari pubblici e privati negli Stati Uniti. Questi paesi, specie dopo la Guerra del Golfo, sono praticamente occupati e politicamente soggetti all'azione americana e inglese che continua, dalle loro basi e in gran parte a spese dei consumatori del loro petrolio, l'aggressione infinita contro la popolazione dell'Iraq, affamandola, e senza peraltro scalfire, ma anzi rafforzando, il potere di Saddam Hussein.


Su 29 milioni di barili al giorno della produzione OPEC 15 milioni e 900 mila, cioè più del 50%, provengono da Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Qatar. La capacità di produzione attuale dei paesi dell'OPEC non utilizzata è di 2 milioni e mezzo di barili al giorno di cui 2,1 sono dei suddetti paesi. Questa situazione è aggravata dal fatto che da 9 anni l'Iraq, che fa parte dell'OPEC ed è il secondo paese al mondo dopo l'Arabia Saudita per riserve accertate, è tenuto fuori gioco dall'embargo.
Ci sono quindi 4 paesi governati da monarchie feudali occupati militarmente dagli USA che possono con la loro azione o far cadere il prezzo del petrolio in modo da rovinare gli altri produttori interni ed esterni all'OPEC (la caduta del prezzo del petrolio fu una delle cause dell'aggravamento della recente crisi del rublo) o farlo aumentare mettendo in crisi sia il Giappone sia l'Unione Europea e influenzando persino il risultato delle elezioni negli Stati Uniti (non a caso Amato, che conosce bene al situazione americana, ha parlato di "navigazione a vista" fino alle elezioni americane).


Può essere una semplice coincidenza il fatto che la fase ascendente del prezzo del petrolio sia determinata quasi in contemporanea con l'entrata in vigore dell'euro, ma è certo che l'aumento del prezzo del petrolio ha influito pesantemente sul deprezzamento dell'euro rispetto al dollaro costituendo l'altra causa principale assieme alla politica degli alti e, secondo molti economisti immotivati, saggi di interesse praticati in questi anni dalla FED.
Il discorso fin qui fatto dovrebbe fare riflettere le forze politiche ed economiche dominanti in Europa, che vogliono veramente assicurarne lo sviluppo sulla necessità di avviare rapporti diretti con i paesi produttori di materie prime energetiche (petrolio e metano) interni e d esterni all'OPEC capaci di assicurare nel tempo stabilità di prezzi, di approvvigionamenti per avviare processi di collaborazione allo sviluppo nell'interesse comune. E' già avvenuto in passato in Italia quando l'Eni di Mattei e la FIAT di Valletta stabilirono con l'unione Sovietica, in periodo di guerra fredda, l'accordo che portò allla costruzione degli stabilimenti automobilistici di Togliattigrad contro la fornitura di petrolio all'ENI che poté così sganciarsi dal soffocamento del cartello delle 7 sorelle. Ma per fare questo ci vuole la volontà e gli strumenti.


In primo luogo occorre che l'Italia e gli altri paesi dell'Europa mantengano una capacità di intervento nell'approvvigionamento e distribuzione dei prodotti energetici che invece l'attuale processo di privatizzazione dell'ENI e dell'ENEL mette in forse. Bisogna fare capire, ma è difficile con gli stalinisti neoliberisti, che non esiste e non può esistere nelle condizioni storiche attuali un mercato libero dei prodotti energetici e che l'intervento degli stati è necessario non per eliminare la concorrenza ma indispensabile per assicurarne un minimo, anche nell'interesse delle imprese consumatrici di energia. Lo stato italiano che ancora in questo momento è l'azionista di maggioranza dell'ENI e dell'ENEL deve almeno rinviare il processo di privatizzazione ed utilizzare questi due importantissimi strumenti per sviluppare la concorrenza contro il cartello petrolifero, la diffusione delle energie alternative al petrolio come il metano, (iniziando subito, ad esempio, la costruzione del metanodotto con la Libia) i processi di risparmio energetico e di sviluppo delle energie alternative che nessuna impresa privata energetica potrà mai realizzare.


Ma la vicenda attuale deve spingere le forze della sinistra ambientalista a riprendere una grande e continua iniziativa di proposta e di lotta che riponga la questione energetica al centro della battaglia ecologica e democratica proponendo ai comuni, alle regioni, al Parlamento Nazionale in occasione della discussione della prossima finanziaria le misure attuali e di prospettiva di risparmio energetico, di riduzione del consumo del petrolio, di sviluppo delle energie alternative che furono alla base di quel grande movimento che portò il nostro paese all'avanguardia nella lotta contro il nucleare prima e dopo Chernobyl.
E' questo un terreno per realizzare l'unità concreta delle forze della sinistra alternativa su obiettivi e azioni concrete.

Nicola Cipolla

Infine si sviluppò una vivace campagna per le energie alternative rinnovabili che, sia pure lentamente, in Europa (come può agevolmente vedere chi viaggia in Spagna, in Olanda, in Grecia o nei paesi scandinavi ma non in Italia) portò allo sviluppo di impianti ormai apprezzabili, dal punto di vista quantitativo e del costo.
L'alto prezzo del petrolio, principale responsabile dell'inquinamento e dell'effetto serra, quindi, non può spaventare in linea di principio le forze ambientaliste e di sinistra che anzi hanno proposto e propongono forme di tassazione come la carbon tax destinate a stimolare il risparmio energetico e l'utilizzazione di energie alternative al petrolio. A condizione però che lo shock petrolifero che certamente impressiona e preoccupa non solo gli ambientalisti ma anche le masse di lavoratori e di pensionati che sarebbero i primi a pagare le conseguenze della riduzione del gettito delle imposte sulla benzina e delle misure contro le conquiste sociali che già personaggi come Waikel ripropongono all'attenzione dei Ministri degli esteri dell'Unione Europea.
Ma perché questa risposta sia positiva e forte occorre avere consapevolezza delle differenze che esistono tra la situazione di quasi 30 anni fa e quella attuale.
Ed è proprio l'azione di questi paesi che è determinante per spingere in alto o in basso il prezzo del petrolio qualunque sia la volontà degli altri paesi produttori.
Fu Yamani, allora potente ministro dell'energia dell'Arabia Saudita, ad avvertire il pericolo di tenere un prezzo del petrolio troppo elevato rispetto ai costi reali di ricerca, raffinazione e produzione tale da favorire le politiche di risparmio energetico e di ricerca di fonti alternative. E per oltre un decennio, anche dopo che Yamani aveva abbandonato la sua carica, l'Arabia Saudita ha operato per tenere i prezzi del greggio tra i 15 e i 20 dollari al barile. Ad un certo punto però l'Arabia Saudita ha cominciato ad aumentare la propria produzione al di là delle quote stabilite dall'OPEC in modo tale da portare in pochi mesi il greggio al di sotto dei 10 dollari al barile e cioè meno in termini reali di quello che era all'epoca del Kippur, generando una corsa all'aumento produttivo nei paesi che avevano bisogno delle entrate petrolifere per la loro sopravvivenza economica. Questo ha portato tra l'altro, ad esempio, ad influire pesantemente nella crisi del rublo di due anni fa.
Improvvisamente quelle che erano le colombe del basso prezzo sono diventati i falchi dell'aumento del prezzo.
Come tutti i commentatori hanno fatto rilevare l'aumento del prezzo del petrolio ha coinciso con una rivalutazione del dollaro, con la caduta dell'Euro in un rapporto di causa ed effetto (certo non è solo il prezzo del petrolio che determina l'apprezzamento della moneta americana nei confronti dell'Euro, c'è anche il dislivello dei tassi di interesse pagati dalla Federal Reserve per poter attirare i capitali necessari a finanziare il gigantesco deficit commerciale americano.
Ma è legittimo porsi la domanda di quanto abbia influito la volontà di poteri forti dell'economia e della finanza americana di ottenere proprio gli effetti che si stanno realizzando sulle decisioni del nucleo dominante all'interno dell'OPEC?
Se l'America volesse veramente chiamare a più miti consigli sauditi, kuwaitiani ed emirati del golfo avrebbe tutti gli strumenti di pressione necessari alla bisogna.
C'è un'altra differenza da valutare, specie per quanto riguarda il nostro paese: ed è che il potere delle multinazionali del petrolio che sono tra le principali beneficiarie dell'aumento del prezzo hanno realizzato un monopolio assoluto dopo che è prevalso il principio della privatizzazione dei grandi enti energetici nazionali come l'ENI e l'ENEL. I quali nell'attuale fase interlocutoria sono costretti a seguire le azioni delle ex sette sorelle, che ora sono di meno perché si vanno concentrando, per aumentare il valore delle loro azioni sul mercato che di fatto sta crescendo, specie per quanto riguarda l'ENI. In realtà l'ENI non fu un monopolio ma anzi fu uno strumento pubblico efficace per la rottura del monopolio allora delle 7 sorelle e contribuì potentemente allo sviluppo economico e sociale del nostro paese. Questo fatto rende ancora più difficile le possibilità di intervento da parte dello Stato. D'altro canto il governo di centro-sinistra è il vero protagonista ideologico e pratico della privatizzazione dell'ENI e dell'ENEL.
Di fronte a questa situazione il rischio è che i primi a pagare le conseguenze dell'aumento del prezzo del petrolio sia il bilancio dello stato attraverso le riduzioni dell'imposta sulla benzina e gli altri carburanti riducendo immediatamente i finanziamenti necessari per aumentare le pensioni più povere, per la scuola, per la sanità e così via. E dopo essere stato protagonista di tutte le restrizioni imposte al mondo del lavoro in occasione dell'approvazione dell'Euro oggi l'ex ministro democristiano Waigel si ripresenta a proporre di nuovo strette ai diritti sociali ed ai redditi dei lavoratori e dei pensionati. E neanche si può accettare la tesi sintomatica del Presidente Amato che propone di navigare a vista, fino all'elezione del nuovo presidente americano (a conferma della responsabilità determinante degli Stati Uniti nella manovra prima a ribasso e poi al rialzo del prezzo del petrolio).
La sinistra sociale ed ambientalista deve a questo punto fare la sua parte. Occorre precisare e delineare una linea di prospettiva e immediata per evitare che a fare le spese dell'aumento del petrolio siano i lavoratori, i pensionati ed anche i piccoli e medi imprenditori, camionisti, agricoltori, pescatori, etc.
Sulla base delle esperienze passate alcune proposte bisogna muoversi in direzione del risparmio energetico, della sostituzione, dove è possibile, del petrolio con il metano, dello sviluppo reale attraverso obblighi e non solo incentivi per la diffusione dell'uso di energie alternative.
Bisognerebbe prima di tutto bloccare il processo di privatizzazione dell'ENI e dell'ENEL per potere svolgere alcune azioni decise per aumentare l'approvvigionamento di gas (metanodotto con la Libia ad esempio), affrettare la conversione delle centrali elettriche in corso con esclusione dell'olio combustibile, incentivazione dell'uso del gas nell'auto trazione sia pubblica, sia privata imponendo all'ENI di introdurre in tutte le sue autostazioni a cominciare da quelle delle autostrade i punti di rifornimento gas, obbligo per l'introduzione di impianti solari entro un certo numero di anni in tutte le seconde e terze case, a cominciare dalla Villa di Arcore e dalle altre ville di Berlusconi.