KEINESISMO MILITARE ULTIMA FASE DELL'IMPERIALISMO
Dopo l'11 settembre le borse di tutto
il mondo, a cominciare da Wall Street, hanno accelerato una caduta che in verità
era cominciata molto prima e che già aveva, per la sua durata e consistenza,
assunto, come è stato rilevato da diversi autorevoli commentatori, specie
negli Stati Uniti un carattere strutturale. La borsa evidenziava cioè
un rallentamento e persino una inversione di tendenza nell'andamento dell'economia
americana L'amministrazione Bush ha assunto una serie di misure economiche che
alcuni hanno ritenuto in contro tendenza rispetto alle precedenti affermazioni
neoliberiste.
Su Il Sole 24 Ore del 13 ottobre 2001 alcuni esperti hanno così commentato
la situazione:
"E' chiaro che la cintura di
salvataggio che è scattata attorno a un sistema economico che aveva dato
forti segnali di sofferenza ha prodotto uno shock benefico - sottolinea Patrizio
Pazzaglia, responsabile degli investimenti di Nuova Sim -. Se non ci fosse stato
questo drammatico evento, magari l'economia USA avrebbe languito ancora a lungo".
"Quella successiva all'11 settembre è stata una cura draconiana
- spiega Giulio Baresani Varini, amministratore delegato di Leonardo Sgr -.
Prima dell'11 settembre Greenspan le aveva provate tutte ma lo scenario relativo
all'economia USA era praticamente una linea piatta. Ora, tra le riduzioni di
tassi, le impostazioni di spesa e la leva fiscale, c'è la possibilità
di una ripresa.."
Ad oltre un mese dall'11 settembre
gli indici di borsa sono ritornati ai livelli di prima. Bisogna però
tenere presente che alcuni titoli, quelli più legati ai settori militari
sono andati più avanti, altri (trasporto aereo, assicurazioni) sono andati
meno bene. La domanda che molti analisti si pongono è se l'aumento della
spesa e soprattutto l'aumento della spesa militare porterà ad un nuovo
ciclo di sviluppo dell'economia americana e, quindi, per effetto di trascinamento
dell'economia mondiale o almeno dell'economia dei paesi capitalistici più
avanzati come è stato negli ultimi 50 anni. Si è tornato cioè
a parlare del cosiddetto "keinesismo militare".
Forse è opportuno fare qualche riflessione in proposito.
In primo luogo sulla definizione del fenomeno e sulla sua origine storica mi
pare opportuno ricordare, ancora una volta, un passo dell'economista keinesiano
e democratico americano J.K. Galbraith nel suo libro "L'età dell'incertezza".
"Sebbene la recessione del 1937 (susseguente ad una certa ripresa economica
suscitata dal keinesismo sociale nella prima amministrazione Roosevelt dopo
la grave crisi del '29 n.d.r.) rendesse rispettabili le idee di Keynes a Washington
i provvedimenti per alleviare la disoccupazione (New Deal, NRA, TWA, etc.) erano
sempre fiacchi. Nel 1939, l'anno dello scoppio della guerra in Europa, in America
vi erano 9 milioni e mezzo di disoccupati. Era il 17% della forza lavoro. L'anno
dopo la percentuale dei disoccupati era ancora del 14,6%. La guerra portò
di colpo al rimedio keinesiano. Le spese raddoppiarono e poi raddoppiarono di
nuovo e il deficit pure. Prima della fine del 1942 la disoccupazione era minima
ed in molti posti c'era scarsità di mano d'opera. Si può guardare
questa storia, continua Galbraith, da un altro punto di vista. Hitler, dopo
avere posto fine alla disoccupazione in Germania (che era stata la causa principale
della sconfitta dei governi socialdemocratici e uno dei motivi "della resistibile
ascesa di Arturo Ui" n.d.r.) si era mosso per porvi fine anche tra i suoi
nemici." "Egli fu il vero protagonista delle idee keinesiane. Le spese
in armamenti - il ciclo di progettazione, produzione, obsolescenza, sostituzione
- è servito allo scopo. Una volta lo definii keinesismo militare".
A questo keinesismo militare da allora gli Stati Uniti non hanno mai rinunciato
malgrado l'alternarsi di Presidenti democratici e repubblicani e malgrado tutte
le professioni di fede liberista o i programmi sociali proclamati e mai realizzati.
Il keinesismo militare è in pratica, specialmente per quanto riguarda
gli Stati Uniti, il keinesismo reale, il principale modo di intervento dello
stato per assicurare una domanda effettiva per tenere in tensione l'economia,
e per finanziare sviluppo e ricerche industriali.
La situazione di avanguardia, ed è questa una seconda considerazione,
in cui si trova l'industria americana nei settori di punta è dovuta a
questo tipo di ricerche e di stanziamenti, basta pensare al rapporto tra nucleare
militare e nucleare civile, tra guerra chimica (Vietnam) e sviluppo dei pesticidi
in agricoltura, aeronautica militare e sviluppo dell'aeronautica civile, etc.
L'industria elettronica aerospaziale, l'informatica, la posta elettronica, Internet,
etc. sono tutte debitrici o derivazioni di ricerche effettuate a totale carico
dello Stato e nel più rigoroso segreto (naturalmente militare) e che
pongono l'industria americana in condizioni di estremo vantaggio rispetto alle
industrie degli altri paesi più avanzati che vedono persino limitati
da accordi internazionali sollecitati dagli Stati Uniti i finanziamenti pubblici
destinati alla ricerca. Se gli stanziamenti per la ricerca decisi dal Pentagono
per uno di questi settori fossero stati riversati, ad esempio, nella ricerca
per prevenire e combattere il cancro forse a quest'ora questa malattia sarebbe
già stata debellata. Ma la stragrande maggioranza dei fondi per la ricerca
scientifica, che interessano le principali università e centri di ricerca
americani, sono decisi dal Pentagono e dal complesso militare industriale e
non da un organismo democratico sottoposto al controllo popolare come il Parlamento.
Il keinesismo militare, ed è questa la terza considerazione, iniziato
con la II guerra mondiale si è sviluppato con la Guerra Fredda. Come
ci ricorda bene Arrighi nel suo libro "Il lungo XX secolo" subito
dopo la fine della II guerra mondiale si crearono le premesse per una nuova
fase recessiva. Per combatterla "il nuovo indirizzo politico che essi (cioè
il segretario di stato Acheson e il capo del Policy Planning Staff Paul Nitze)
proposero a Truman, un massiccio riarmo da parte di Stati Uniti ed Europa, fornì
una brillante soluzione ai principali problemi della politica economica statunitense.
Il riarmo interno avrebbe fornito un nuovo mezzo per sostenere la domanda, svincolando
l'economia dall'esigenza di mantenere un'eccedenza nelle esportazioni. Il sostegno
militare all'Europa avrebbe fornito uno strumento per continuare a garantirle
aiuti anche dopo la conclusione del Piano Marshall. E la stretta integrazione
delle forze militari europee ed americane avrebbe fornito lo strumento per impedire
che l'Europa, in quanto regione economica, si isolasse dagli Stati Uniti."
Però, continua Arrighi: "Ottenere quel denaro da un Congresso conservatore
dal punto di vista fiscale, anche se in nome dell'anticomunismo, non era, per
l'amministrazione, un'impresa di poco conto. Si avvertiva l'esigenza di un'emergenza
internazionale, e sin dal novembre del 1949 il sottosegretario di stato, Acheson,
ne aveva prevista una, nel 1950, sulle coste dell'Asia: in Corea, in Vietnam,
a Taiwan, o in tutti e tre quei paesi. Due mesi dopo quella crisi si verificò.
Come Acheson ebbe a dire in seguito: "La Corea arrivò e ci salvò"
(McCormick, 1989, p.98).
Esaurito l'effetto Corea con "l'incidente del Golfo del Tonchino"
venne l'occasione per l'intervento americano in Vietnam (e qui il pensiero corre
all'azione di Lindon Johnson succeduto a J. F. Kennedy dopo il suo misterioso
assassinio e le torbide vicende che lo seguirono) che però, per l'eroica
resistenza del popolo vietnamita sostenuto da tutta l'opinione pubblica internazionale
e dall'aiuto dell'URSS e della Cina si trasformò in un disastro politico
e militare ed in un certo senso anche economico perché ad approfittare
delle "benefiche" conseguenze economiche della guerra furono il Giappone
ed altri paesi capitalistici come la Germania.
Anche nel periodo reaganiano, il periodo in cui la strana coppia formata da
un ex attore di secondo piano e dal potente direttore della CIA Bush, lanciò
sul piano mondiale la teoria e la pratica del neoliberismo, il keinesismo militare
è stato pienamente applicato. Basta ricordare che la seconda spesa pubblica
militare più alta nella storia degli Stati Uniti 1981-87 corrisponde
al mandato di Reagan. La terza in ordine di grandezza corrisponde al penultimo
anno della presidenza Johnson mentre era in corso l'intervento statunitense
in Vietnam. Il debito pubblico prevalentemente rivolto all'estero è aumentato
per finanziare la seconda fase della guerra fredda, quella finale che doveva
portare alla resa dell'URSS, per "sfinimento" come ebbe a dire icasticamente
Norberto Bobbio.
Accanto a questa politica della domanda effettiva militare di tipo keynesiano
si è sviluppata nel periodo Reagan-Bush una politica dell'offerta basata
sulla riduzione delle imposte per le imprese e per i ceti medio-alti e sul taglio
progressivamente sempre più accentuato delle spese sociali. Cioè
gli Stati Uniti hanno potuto nel periodo Reagan-Bush attuare contemporaneamente
due tipi di politica economica: quella dello sviluppo della domanda effettiva
pubblica del settore militare e quella neoliberista del settore civile, come
due facce della stessa medaglia: "warfare contro welfare" come dicono
gli esponenti della sinistra americana.
Il keinesismo militare è sopravvissuto alla fine dell'URSS e della guerra
fredda anzi ha assunto nuove caratteristiche. Nella stessa logica si pone la
guerra del Golfo di G. Bush succeduto a Reagan e l'ultima fase della presidenza
Clinton in cui, questi bloccata la sua politica di riforme sociali (riforma
sanitaria e scolastica) e braccato dagli scandali inaugura un nuovo ciclo con
l'intervento militare nei Balcani e con la riapertura del progetto di Guerre
stellari che era stato accantonato sia a norma di trattati internazionali sia
per esplicita volontà politica espressa in campagna elettorale dal partito
democratico americano.
Gli attuali venti di guerra sotto la presidenza di Bush figlio erano iniziati
anche prima dell'11 settembre. In America si erano verificati infatti contemporaneamente
due fenomeni: sul piano economico la fine di un lungo periodo di espansione
e l'avviso di una nuova recessione economica e sul piano militare non solo la
ripresa dei bombardamenti in Iraq ma l'intervento in Macedonia ed anche l'aumento
della richiesta di stanziamenti militari in violazione di accordi internazionali
per lo scudo spaziale malgrado l'opposizione e la riserva sia della Russia e
della Cina sia anche degli alleati europei nonché dell'opposizione democratica
al congresso.
L'11 settembre ha cambiato tutto. Al Congresso passano, senza colpo ferire,
stanziamenti militari e di altro tipo collegati al conflitto per decine e decine
di miliardi di dollari mentre il conflitto assorbe tutta l'attenzione dei mass
media, delle forze politiche, dei consessi internazionali e viene annunziata
una guerra lunga, pesante e sporca all'inizio contro i talebani dell'Afghanistan
e di seguito non si sa, ma purtroppo si intravede in quali altre direzioni si
possa sviluppare l'azione militare del Presidente Bush.
Se fra una ventina d'anni, Condoleza Rice, scriverà le sue memorie come
le ha scritte Acheson forse potrà dire: "è arrivato Bin Laden
e ci ha salvato".
Ogni persona civile, democratica, di sinistra non può che condannare
l'azione terroristica di New York e Washington per il suo carattere disumano
ma anche e a maggior ragione per la consapevolezza del danno che questi atti
hanno arrecato alla causa dei diritti civili dei cittadini, dei diritti sociali
e soprattutto della pace e permesso di legittimare con una sfacciata strumentalizzazione
del dolore del popolo americano e di tutto il mondo la continuazione di una
politica di avventure militari che ormai possiamo dire, a partire dalla grande
crisi del '29, costituisce un elemento fondante e costitutivo del sistema capitalistico
che ha il suo centro di crisi e di sviluppo negli Stati Uniti e condiziona l'economia
e la vita di tutto il resto del mondo.
Di fronte a queste minacce di guerra, di fronte al rifiuto di coinvolgere l'ONU
in una indispensabile e perciò non settaria e di parte lotta contro il
terrorismo, che non è solo quello dei talebani ma, per fare un esempio
vicino a noi, è anche quello dell'UCK prima in Kosovo e poi in Macedonia,
non si può fare ameno di avanzare alcune altre considerazioni.
La prima è che l'attuale conclamato nemico numero uno Bin Ladem è
un personaggio organico al sistema capitalistico dominante. Lo è per
la famiglia di appartenenza, erede di quei briganti beduini che nella I Guerra
Mondiale al servizio di sua maestà britannica, fecero stragi di decine
e decine di migliaia di prigionieri turchi, musulmani e inermi e diedero vita
a monarchie feudali come quelle dell'Arabia Saudita.
Lo è perché i miliardi di queste famiglie e quelli personali di
Bin Ladem si muovono negli stessi circuiti internazionali, nel segreto dei paradisi
fiscali assieme a quelli dei grandi capitani del capitalismo italiano da Berlusconi
ad Agnelli e perché no della mafia. Tutti decisi a rendere impenetrabile,
non solo per fini fiscali, ma per coprire manovre inconfessabili il movimento
di questi capitali. Se ci fosse un sistema di controllo dei movimenti dei capitali,
tipo quello proposto dal movimento antiglobalizzazione con la tobin-tax forse
sarebbe più facile colpire Bin Ladem e i suoi simili di quanto non possano
fare oggi cercando l'ago nel pagliaio, gli investigatori americani alla caccia
dei finanziatori dei kamikaze. I legami di Bin Ladem con la CIA nella sciagurata
guerra afghana dell'ultima URSS sono ricordati ogni momento assieme al fatto
che il regime dei talebani, considerato impresentabile da tutti i paesi del
mondo ad eccezione dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi che nei confronti
degli USA hanno la stessa autonomia politica che i quisling della Norvegia e
la repubblica di Salò potevano avere nei confronti di Hitler e che questo
regime ha continuato a sostenere la guerriglia e il terrorismo ceceni fino all'11
settembre.
Nel romanzo di fantapolitica "1984" di Orwell, pubblicato nel 1948
l'autore di "Elogio della Catalogna" immagina gli sviluppi di un regime
sostanzialmente stalinista. A rileggerlo oggi vi si trovano molti riferimenti
alla realtà attuale.
Il pensiero unico non è più quello stalinista ma è quello
neoliberista che tende ad eliminare ogni critica e dissenso. La televisione
interattiva svolge una funzione di strumento di indottrinamento e controllo
di massa, il revisionismo storico modifica continuamente non solo il giudizio
sui fatti storici ma anche i documenti ed infine sullo sfondo, per giustificare
tutte le miserie economiche e morali inflitte alla popolazione, una guerra combattuta
contro un nemico lontano, all'altro capo del mondo, in zone di mari sconosciuti
e di deserti come quelli dell'Afghanistan.
Per uscire da questo incubo occorre, a mio avviso, partendo dalla cultura elaborata
dal movimento di sinistra precisare analisi, obiettivi e strumenti. Da questa
cultura sorge la consapevolezza che nella sua fase attuale lo sviluppo capitalistico
in fase di espansione distrugge l'ambiente e nelle fasi di recessione rende
indispensabile il ricorso ad azioni militari continue e senza fine.
Gli attentati dell'11 settembre e la strumentalizzazione bellicista che ne è
seguita suscitano un rinnovato impegno nella lotta per la verità, per
la libertà e per la pace. Le centinaia di migliaia di giovani convenuti
a Genova, ad Assisi e in altri luoghi contro il pensiero unico neoliberista
garantiscono una nuova fase della lotta per la pace e per una nuova società.
Mai come ora vale l'affermazione o socialismo o barbarie.
Nicola Cipolla