KYOTO E LE LOTTE AMBIENTALISTE

 

 

Il 16 febbraio 2005 entra in vigore, com’è noto,  il protocollo di Kyoto essendo raggiunti, con l’adesione della Russia, che il governo Berlusconi non aveva messo in conto, i numeri previsti sia per quanto riguarda le adesioni sia per quanto riguarda le emissioni.

Si tratta di una data importante che può cambiare profondamente l’economia, la politica e la società del mondo e sui cui vanno prendendo posizione tutte le forze politiche e sociali comunque interessate a valutare l’avvenimento. Così ha fatto Il Sole 24 ore che dedica nell’edizione di mercoledì 8 dicembre un’intera pagina con un articolo autorevole di Franco De Benedetti.

Egli afferma: “Ci sono ragioni politiche per la soddisfazione con cui in Europa, a sinistra è stata generalmente salutata la sua entrata (del protocollo di Kyoto) in vigore. Logico che la sinistra l’abbia vissuta come una vittoria”.

I motivi politici sono almeno tre. Il primo e fondamentale riguarda la natura stessa del trattato. E’ praticamente la prima volta a livello internazionale che un gruppo numeroso e significativo di Stati nazionali stabilisce regole e comportamenti comuni che non riguardano solo la pace e la guerra e i rapporti internazionali tra vari paesi (dalla pace di Westfalia all’istituzione dell’ONU) ma riguarda il rapporto tra gli umani e la natura  sottoposta da duecento anni ad un’aggressione selvaggia prodotta dal modello di sviluppo energetico che è stato alla base della rivoluzione industriale (nell’800 il carbone e nel ‘900 il petrolio e il nucleare) che, immettendo nell’aria sostanze, che in milioni di anni erano state sottratte e seppellite nel sottosuolo, sta rendendo l’atmosfera e il mondo inadatti alla vita come noi oggi la conosciamo.

Questo modello di sviluppo basato sulle energie fossili è alla base del capitalismo moderno in tutte le sue varie espressioni storiche ed (Chernobyl insegna) è stato copiato anche da strutture produttive a base statale costituite in nome anche del comunismo. Emmanuel Wallerstein nel suo libro “La crisi dell’egemonia americana”  parlando di una crisi sistemica del capitalismo individua le fondamenta di questa crisi nel conflitto tra lavoro salariato e capitale (rivelato nell’800 da Marx) nel conflitto tra ricchi e poveri (stato sociale e tassazione) e infine, e questo acquista in questo inizio di secolo un valore determinante, nel conflitto ambientale che impedisce o limita la possibilità dell’impresa capitalistica di esternalizzare a carico della natura i suoi costi, mettendola in contrasto con l’intera popolazione.

Il secondo elemento politicamente rilevante di questa vicenda è dato dal fatto che hanno aderito al trattato di Kyoto 129 paesi ad eccezione soltanto degli USA di Bush, della lontanissima Australia e in Europa, del Principato del Liechtestain e di Monaco (finora noti come centrali di riciclaggio di denaro sporco ed ora assurti per questa via al ruolo di unici partners europei del colosso americano).

In terzo luogo bisogna sottolineare il fatto che protagonista assoluta di tutta la vicenda è stata l’Unione Europea che è riuscita, su questo fronte, a mantenere la sua unità costringendo anche l’Inghilterra di Blair e i vari subordinati degli USA in Europa (anche quelli che hanno seguito Bush nell’avventura irachena) ad allinearsi sulle posizioni favorevoli al trattato.

Questo fatto ha, per noi italiani e per la sinistra italiana, un valore importante sotto due punti di vista.

In primo luogo perchè la rifondazione comunista e la costruzione di un soggetto alternativo non può prescindere dal valore europeo della scelta ambientalista. Non si può essere comunisti o di sinistra senza essere ambientalisti così come non si può essere ambientalisti senza porsi il problema di un mutamento di società a partire dallo smantellamento del sistema energetico basato sui grandi monopoli, sugli eserciti, sui servizi segreti, sulle guerre per accaparrarsi le risorse fondamentali del Medio Oriente dove sono racchiusi i due terzi delle riserve mondiali. Ciò vale anche e soprattutto per la costruzione ed il programma della sinistra alternativa europea.

Per la vicenda politica italiana è importante che a dirigere la Commissione Europea nel periodo cruciale per l’ottenimento della maggioranza necessaria all’attuazione degli accordi ci sia stato Romano Prodi che, concluso il suo mandato alla Commissione, riprende il suo posto nella scena politica italiana per liberare il paese dall’incredibile presenza di un governo di neofascisti, di razzisti padani e di residui della DC basato su uno spudorato uso delle ricchezze personali aumentate nel corso dell’attività politica e delle comunicazioni di massa.

Giustamente quando Prodi ha comunicato un suo programma da sinistra Rossana Rossanda ha posto in evidenza la diversità di questo programma rispetto alle istanze profonde della sinistra antiliberista, con una unica eccezione, cioè con la parte  dello scritto di Prodi in cui si poneva come centrale nella prossima attività  della formazione politica di centro-sinistra proprio la questione ambientale e, all’interno di questa, la questione del modello di sviluppo energetico.

Ciò posto e riconosciuto  si impone però di affrontare, da parte dei militanti della sinistra alternativa, il problema con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

Il pessimismo della ragione ci porta a considerare i limiti degli accordi di Kyoto. Limiti anche quantitativi  dovuti alla necessità di accettare nella fase di elaborazione del trattato dei dictat degli USA allora rappresentati da Clinton. Le proposte originarie di riduzione delle emissioni di gas serra parlavano di percentuali doppie rispetto a quelle poi stabilite. Ciò non ha impedito a Bush    di stracciare la firma del suo predecessore e anzi intraprendere un’azione sui governi  subalterni, come quello italiano di Berlusconi, per ridurre e ritardare  la portata pratica dell’attuazione.

Alla conferenza di Buenos Aires il ministro Matteoli ha subito affermato: “Gli Stati Uniti sono usciti dal protocollo e continuano a rimanerne fuori.... noi europei non possiamo farci carico delle emissioni di tutto il mondo. A nome del governo  italiano avevo già manifestato a più riprese questa nostra preoccupazione con gli altri partner europei”. Queste parole erano state precedute dal fatto che il governo Berlusconi aveva presentato alla Commissione Europea un piano che  mette il nostro paese, per quanto riguarda il rispetto degli accordi, indietro rispetto alla stessa Gran Bretagna oltre che naturalmente agli altri paesi fondamentali dell’UE.

Il governo italiano, unico tra i governi europei come ha già rilevato anche la Legambiente in una sua memoria, vuole, pagando con i soldi delle imprese inquinanti o dei contribuenti italiani, trasferire all’estero, nei paesi in via di sviluppo,  la realizzazione di misure di riduzione dell’inquinamento che producono i famosi certificati verdi. Berlusconi, quindi, e il suo ministro Matteoli si stanno trasformando in una specie di gogoliani Chjcikov che girano il mondo alla ricerca di certificati verdi da comprare per permettere alla grande industria italiana di continuare a inquinare e addirittura all’Enel di trasformare le centrali ad olio combustibile mefitico con il carbone persino più inquinante.

Ciò creerà certamente delle grandi difficoltà ma occorre, partendo dai risultati politici conseguiti, progettare ed operare utilizzando l’ottimismo della volontà.

Questo ottimismo scaturisce dal fatto che, specie nell’Italia e nell’Italia meridionale, in quest’ultimo anno si sono sviluppati grandi movimenti unitari di massa che contrappongono su questioni ambientali intere popolazioni e strati di lavoratori particolarmente combattivi alle proposte ed iniziative della grande industria e del governo.

Gli operai di Termini Imerese e di Melfi non lottavano solo per difendere il loro posto di lavoro e la loro dignità ma anche, come Claudio Sabattini aveva più volte affermato, per imporre una trasformazione in senso ecologico della politica dei trasporti.

A Scanzano, ad Acerra, a Pisticci, a Civitavecchia, a Messina  e in tanti altri posti grandi movimenti si sono sviluppati contro gli inceneritori, lo stoccaggio di  scorie di centrali atomiche vietate dal referendum popolare venti anni fa, contro  il ponte sullo Stretto di Messina che rappresenta il massimo di spreco ambientale e finanziario al servizio di un sistema di trasporti inquinante.

In questo quadro assumono un particolare rilievo gli scioperi dei braccianti del sud. La lotta dei braccianti della Calabria, della Sicilia e di tutto il Mezzogiorno ha fatto ringoiare al governo i tagli previsti nella Finanziaria di Berlusconi, proprio nel momento in cui invece occorre proporsi  l’obiettivo, in vista proprio degli accordi di Kyoto, di moltiplicare gli investimenti per il rimboschimento di nuove aree a protezione degli impianti idroelettrici e delle zone colpite da dissesti idrogeologici causati dalla politica di questo governo ed anche di governi passati. Investimenti necessari in Italia e utili anche ai fini del raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. A tutti questi movimenti  occorre dare un punto di riferimento complessivo regione per regione e nazionalmente con piani energetici ed ambientali che non solo affrontino il problema dell’adempimento dei vincoli previsti dagli accordi di Kyoto ma che pongano le premesse per il superamento di questi accordi che, come è noto, scadono nel 2012. Secondo il governo Berlusconi e il suo ministro nel 2012 bisognerebbe allineare la posizione italiana a quella perdente, in questo campo, di Bush. Che prevede il rigetto di ogni accordo internazionale in materia di ambiente. i Piani Energetici Regionali elaborati dal basso in sostituzione di quelli esistenti o di quelli mancanti (come nella Sicilia di Cuffaro  del 61 a 0)  devono costituire un elemento centrale dei programmi della grande alleanza democratica nelle prossime elezioni regionali così come, a partire da questi, bisogna elaborare le linee di un Piano Energetico Ambientale Nazionale alternativo alle posizioni non solo del governo ma in questo caso anche della Confindustria.

Dalla situazione di crisi denunziata da Montezemolo non si esce né riducendo i diritti dei lavoratori né   violando gli accordi ambientali.

L’adozione di un nuovo modello energetico costituisce uno dei capisaldi per un rilancio strutturale dell’economia italiana   ed europea.

Un solo esempio per concludere. La Germania è sempre più all’avanguardia in questo campo. Nel settore eolico è oggi al primo posto con oltre 50 mila occupati nell’industria (più di quelli impiegati nella costruzione di turbine a gas o vapore mentre non si costruiscono più centrali atomiche),  il 30% della produzione  esportata per un valore complessivo di circa 10 miliardi di euro. In Italia invece, come denuncia il rapporto dell’ENEA 2004 presentato da Carlo Rubbia, siamo ancora agli inizi e si riduce persino l’apporto del settore idroelettrico, ereditato dagli ani ’30, mentre l’ENEL progetta l’aumento della produzione affidato per il 50% al carbone.

Anche per questo occorre, nel più breve tempo possibile, con la lotta e con il voto, con i programmi e con le iniziative sconfiggere a tutti i livelli la destra in Italia.  Il ministro  Matteoli e il suo governo pensino a rispettare gli accordi di Kyoto che sono in vigore. In quanto  a quello che avverrà nel 2012 con il nuovo trattato non stiano tanto a preoccuparsi né per quello che faranno l’India e la Cina che stanno scegliendo già la stessa strada della Russia e soprattutto perché per  le sorti dell’ambiente e cioè dell’umanità è auspicabile che i nuovi accordi siano portati avanti da altri protagonisti diversi dai Berlusconi, dai Barroso ed anche dai Bush.

 

Nicola Cipolla