La guerra, l’ambiente, i comunisti e la e non violenza

 

 

Si può dire che l’ultima intervista di Fausto Bertinotti del 24 ultimo scorso a Repubblica, costituisce un punto di chiarimento importante per il dibattito  in corso. E’ per me condivisibile l’impianto generale dell’intervista con una precisazione e una aggiunta:

1) è a mio avviso fondamentale e di grande attualità il riferimento alla necessità dela rottura con il  governo di centro-sinistra, a partire dal fatto che quella rottura avvenne perché potenti e qualificate forze impedirono a Prodi di raggiungere come nei due anni precedenti accordi con rifondazione comunista. E ciò non tanto per motivi di merito ( ad esempio le 35 ore proposte da RC, talmente valide  che la maggioranza conservatrice in Francia non revoca non solo perché ha prodotto da 300 a 600 mila  nuovi occupati, ma perché ha dato a tutti i lavoratori dipendenti

qualche ora in più della loro vita da dedicare agli affetti, alla cultura al riposo) quanto e forse soprattutto per aprire la strada ad altre esperienze del centro sinistra.

La storia sembra ripetersi in questi giorni prima con il tentativo di escludere o umiliare Di Pietro e il suo movimento e poi con le sortite sulle pensioni di Rutelli e sulla presenza dei nostri militari in Iraq di D’Alema. Posizioni che possono far fallire ogni tentativo di elaborazione comune con le forze interne ed esterne al centro sinistra che si propongono di costruire un fronte anti-Berlusconi

proprio su due punti più qualificanti. Lo stato sociale e la pace in Iraq attraverso il ripristino della legalità internazionale  attraverso l’ONU.

2) La  scelta no-global

 Credo sia difficile negare che questa scelta non sarebbe stata possibile ove fosse passata una linea di subordinazione totale  (anche il Kossovo) al centro sinistra, cosi come è evidente “specie a chi ha avuto la fortuna di partecipare a Genova, Firenze, Parigi alle varie tappe del social-forum” il ruolo del Prc nello sviluppo e nell’organizzazione del movimento dando così e ricevendone spinte e legittimazioni, e contribuendo in Italia ad una ripresa delle lotte e dei movimenti che ha caratterizzato questa prima metà della legislatura berlusconiana.

Questa linea è diventata comune a gran parte di partiti e movimenti che in Europa si ricollegano alla tradizione comunista e che sono stati promotori di un nuovo soggetto che possiamo chiamare Euro-Comunista che costituisce a mio avviso  un fatto molto importante.

E’ di grande significato che la riunione costitutiva si sia svolta a Berlino nella ricorrenza dell’assassinio di  Rosa Luxemburg e di Karl Liebkneck  , la cui in continuità con un pensiero comunista e anti-imperialista che dalla caduta del nazismo in poi è stato sempre presente nella società tedesca, anche nei periodi più oscuri della DDR assieme alla cultura di ispirazione comunista del teatro di Berthold Brecht, della pittura di Otto Dix, di Grotz e degli espressionisti e della lezione della Bauhauss che ha ispirato grandi opere di ricostruzione come la nuova grande Alexander platz, certamente di dimensioni umane e avveniristiche sia rispetto alla commerciale sfruttamento dei suoli operato da Renzo Piano nella Post Damer  platz, sia rispetto ad altri episodi urbanistici di Berlino est ispirati dall’urbanistica Staliniana.

In secondo luogo è di grande significato che il ruolo di un partito, il Pds (il partito del socialismo democratico) erede delle varie incarnazioni del partito comunista tedesco ( e anche dell’immobile in cui ha la sua sede) e che trova  il suo insediamento di massa nella difesa delle conquiste sociali, della DDR ( diritto alla casa, scuola pubblica molto avanzata, diritto al lavoro ecc..) che sono stati profondamente attaccati dai processi di privatizzazione selvaggia operato dai governi di Kholl dopo la caduta del muro di Berlino.

Certamente il Pds di oggi è perfettamente in sintonia attraverso un travaglio autocritico con il resto del movimento comunista europeo, è un partito rosso-verde che rivendica il suo ruolo all’interno del social-forum.

Nel corso del mio soggiorno a Parigi in occasione del social forum europeo, cosi come tutti gli altri partecipanti, ma per me la cosa aveva un valore particolare in quanto vecchio comunista italiano, mi sono rincontrato con il PCF (partito comunista di Francia) partito fratello del PCI, anche se da noi comunisti italiani considerato per lungo tempo più chiuso è  legato all’Unione Sovietica.

In questi tempi di negazione assoluta del comunismo originato dalla terza internazionale di Lenin, fa senso la manifestazione di vitalità  e di modernità di questo partito che si è certo aggiornato ed evoluto, altrimenti non sarebbe in vita, ma che ha mantenuto forte e orgoglioso il senso delle sue radici e i suoi legami con i lavoratori, con la causa della pace, diventando uno dei fondamentali e discreti protagonisti dell’incontro parigino.

I tre comuni rossi della Banlieue parigina, Bobigny, Ivry e Saint Denis che io ricordavo negli anni 70 ospitare un convegno europeo sulla politica agraria comunitaria, sono stati fieri di ospitare nelle proprie moderne strutture, con notevoli finanziamenti e soprattutto con il lavoro di centinaia di militanti, la miriade di seminari, dibattiti incontri in cui SFE si è articolato. “L’Umanitè” non solo, ha giorno per giorno  seguito più degli altri quotidiani francesi il lavoro del Social Forum, ma ha anche prodotto un pregevole un supplemento in cui tutte le voci più importanti della variegate presenze nazionali e culturali hanno esposto il loro punto di vista secondo le regole di democrazia e libertà proprie del Social Forum.

Sull’edificio di  Avenue Colonel Fabien sventola ancora la bandiera comunista perché l’edificio costruito con delle sottoscrizioni militanti  non è stato svenduto ai creditori.

Gli intellettuali di Espace Marx in gran parte aderenti al PCF hanno partecipato  e partecipano al dibattito della sinistra francese e internazionale, ed a quelli del social forum.

 Il PCF era presente in massa alla manifestazione del sabato insieme alla CGT  che rappresenta nel deficitario panorama sindacale francese un punto fermo  di riferimento di classe.

Questo partito, che certamente specie negli anni 70-80 era molto più chiuso del PCI italiano, ha saputo mantenere un suo radicamento, ha partecipato anche a governi della Repubblica con i socialisti delle “35 ore” (pagando prezzi notevoli), ed ora è pienamente inserito nelle attività di un fronte larghissimo come è quello del movimento anti-globale SFE.

Il PCF non pretende di svolgere un ruolo egemone nel movimento, ma vuole contribuire allo sviluppo di esso senza perdere come dicevo prima le proprie radici sociali e culturali.

Per capire quali sono queste radici, basta andare a vedere la mostra allestita al museo Picasso, delle carte e dei documenti che uno dei più grandi pittori del secolo scorso aveva gelosamente conservato in un gigantesco archivio personale e deposito di ricordi che dopo anni di lavoro sono stati raccolti e catalogati a cura dell’amministrazione del museo, ed esposti al pubblico in ordine cronologico, seguendo le varie fasi della vicenda umana, artistica,sociale e politica del grande artista.

Queste vicende per un lungo periodo, si intrecciano con quelle del partito comunista spagnolo e francese nella lotta contro il fascismo in Spagna (Guernica), contro i tedeschi, e dopo il “1945” per la pace e contro la bomba atomica e contro le guerre come quella di Corea.

E’ certamente emozionante per i militanti e istruttivo per tutti vedere esposto le tessere di adesione al PCF con tutti i bollini mensili pagati, le lettere scambiate con il fior fiore della cultura francese ( da Aragon ad Eluard) ed europea, con i dirigenti del movimento della pace, o le vignette di Picasso pubblicate sulle prime pagine dell’ Umanitè ( un giornale a cui forniva non solo la collaborazione artistica gratuita, ma anche sottoscrizioni sostanziose), vedere le varie edizione della colomba della pace che mobilitò contro l’atomica e per la distensione milioni e milioni di cittadini di tutto il mondo, stampata sulla bandiera della pace con le strisce dei colori dell’arcobaleno che furono cucite a mano da centinaia di migliaia di donne negli anni in cui si svolgeva in Europa e in America una mobilitazione per la pace e in tutto il mondo oppresso dell’Africa e dell’Asia, dall’Algeria alla Cina si sviluppava un grande movimento anti-coloniale e anti-imperialista che ha cambiato la geografia politica ed oggi anche economica nel mondo.

Forse una riflessione sul quel  movimento dei partigiani della pace può costituire un contributo alla discussione in corso su violenza e non violenza nella lotta politica contro le centrali capitaliste dell’attuale fase della storia.

Quel movimento si proponeva due obbiettivi:

la messa al bando dell’arma atomica che era stata usata in modo criminale ( i cui responsabili meritavano di  essere processati a Norimberga assieme ai criminali nazisti) a Nagasaki e Hiroshima contro un Giappone gia sconfitto, soprattutto come deterrente contro  l’Unione Sovietica, in vista di quella che dopo il discorso di Fulton  di  Winston Churchill  sarebbe stata la “guerra fredda”.

Il secondo obbiettivo era la distensione attraverso “l’incontro dei 5 grandi” cioè dei titolari di un seggio del consiglio di sicurezza dell’ONU per vincere la pace dopo che si era vinta la guerra.

Questi obbiettivi del movimento era obbiettivi pacifisti, non portatori di inasprimenti e di conflitti ulteriori.

Ma non solo gli obbiettivi erano pacifisti, ma anche il mezzo di mobilitazione  fondamentale di diecine e diecine di milioni di persone specialmente nei paesi occidentali (in Europa, negli Usa ecc….) era rappresentato dalla più pacifica e non violenta pratica, cioè quella della raccolta delle firme, sostenute da grandi manifestazioni di massa pacifiche ( spesso come avvenne in Sicilia represse dalla polizia con le armi, a Piana degli Albanesi fu ucciso Lo Greco ed ad Adrano il bracciante Rosano, oltre a migliaia di denunziati, arrestati ecc..). Il movimento era sostenuto da importati iniziative politiche nell’ambito delle istituzioni locali (in Sicilia l’ARS votò all’unanimità per la messa al bando delle armi atomiche) e aprì un ampio dialogo tra forze politiche diverse comunisti, socialisti, cattoliche ecc.

Nel mezzogiorno e in Sicilia  aderirono per il comitato della pace sacerdoti, esponenti persino del movimento separatista e di quello anarchico.

Questo movimento ebbe come risultato positivo un ripudio di massa dell’uso delle armi di distruzione che ancora rimane nella coscienza popolare, impedì di fatto l’uso preventivo della bomba atomica nello scontro tra paesi capitalistici e l’Unione Sovietica .

Nel movimento comunista questa linea fu avversata da coloro che volevano riprendere la lotta armata come in Grecia, o da coloro che pensavano al movimento per la pace come un fatto momentaneo e strumentale, mentre invece bisognava porre mano alla ricostruzione di quella internazionale comunista che aveva fatto della lotta armata per il potere il cardine e il punto di sbocco della sua politica.

La costituzione del “Cominform” costituiva un primo passo verso una ripresa di questa linea e la proposta di Stalin di nominare Togliatti (che era stato uno dei capi della “Comintern” e in questa veste aveva diretto in Spagna la resistenza contro il Franchismo appoggiato da Hitler e da Mussolini)   a capo della Cominform tendeva a dare a questo organismo un ruolo conforme  a una tradizione che era stata giustamente abbandonata.

Conosciamo per merito del compagno Giulietto Chiesa che pubblicò sulla “Stampa” di Torino ampi stralci la lettera di Togliatti a Stalin del 05-01-1951   nel momento in cui venivano aperti gli archivi segreti del Pcus a Mosca, i termini politici di fondo di un forte e deciso contrasto tra i due dirigenti comunisti.

Nella parte finale della lettera Togliatti in sostanza  dice a Stalin: “io non capisco l’utilità di un organismo come il Cominform, mentre invece è fortemente positiva l’azione dei compagni che lavorano nel movimento dei partigiani della pace. Cioè niente più mitra (come avrebbero voluto esponenti di una parte del partito comunista italiano) ma civile, democratica disarmata non violenta azione per la pace, in collaborazione con le più ampie forze del mondo socialista e cristiano.

Togliatti uscì vincente in questo contrasto. Ritornò sano e salvo  in Italia a continuare la sua attività, e soprattutto pochi mesi dopo il Cominform fu sciolto e l’autonomia dei partiti comunisti fu rafforzata, e si comincio a discutere delle via nazionali al socialismo.

Da allora è passato più di mezzo secolo e oggi la situazione è profondamente mutata  anche per la resa del gruppo dirigente dell’Unione Sovietica di fronte alla strapotere militare  dell’America di Reagan ( si veda la conclusione dell’articolo di Raniero Della Valle) capace di scatenare la guerra atomica preventiva.

Continuano ad esistere le contraddizioni fondamentali su cui ha operato il movimento comunista nei primi 150 anni della sua esistenza. La contraddizione derivante dalla alienazione  del lavoro salariato e la contraddizione derivante dallo sviluppo ineguale (questione nazionale, coloniale, agraria ecc…).

Queste  contraddizioni si mantengono anche se si presentano in forme completamente nuove in tutti i luoghi di produzione, nel contesto delle relazioni tra sviluppo e sottosviluppo, nel rapporto tra Nazioni fortemente influenzate e sostenute dagli ideali e dallo stato dato dalla rivoluzione di ottobre e che hanno portato a processi di decolonializzazione e di indipendenza a partire dalla Cina e dall’India, fino alla vittoria di Nelson Mandela contro il razzismo in Sud Africa, che chiude un periodo della storia dell’umanità iniziata con la scoperta dell’America nel 1492.

Ma avvertivano che due (non una!) contraddizioni oggi si presentano con caratteristiche nuove  la questione della guerra e la questione dell’ambiente. La questione della guerra sempre presente nella teoria  e nell’azione dei movimenti originati dal Manifesto del 1848, ha assunto a seguito della guerra fredda e dello sviluppo tecnologico degli armamenti, caratteristiche nuove: da un lato per la prima volta nella nostra epoca, l’umanità, come è stato più volte, ha nelle sue mani armi che possono provocare la distruzione di se stessa e delle attuali forme di vita sul pianeta; dall’altro  il lungo periodo di guerre e guerreggiate  e il lungo periodo di guerra fredda  hanno legato in maniera pressoché indissolubile le sorti dell’economia capitalistica alla produzione di armi e alla ricerca scientifica ad essa collegata. L’economia militare è diventata perciò il perno e lo strumento di regolazione del ciclo economico, la principale fonte per la ricerca scientifica (a cui viene destinata gran parte delle risorse pubbliche posseduta dai paesi più industrializzati): diviene così il regolatore della stessa vira sociale e politica, in quanto a protezione del sistema militare vengono allestiti enormi apparati di servizi segreti che finiscono col condizionare l’intera vita associata svuotando  il contenuto democratico delle istituzioni della democrazia occidentale. E cosi siamo arrivati attuale fase della guerra preventiva e infinita di Bush, che giustamente viene vista come il pericolo più imminente e incombente.

Ma esiste un’altra grande contraddizione che non era presente nella coscienza e nell’effettiva realtà di un secolo e mezzo fa o di solo 50 anni fa, ed è costituita dalla questione ambientale generata dallo  sviluppo produttivo affidata alla legge del profitto;

Essa  risulta evidente ogni giorno di più attraverso l’inquinamento dell’aria, della terra e dell’acqua, l’effetto serra, i processi di deforestazione massiccia, la desertificazione con la riduzione delle risorse idriche e la loro privatizzazione, ed è prodotta  soprattutto da un modello di sviluppo energetico basato sul carbone e sul petrolio e su altre fonti non rinnovabili, che riversano nell’atmosfera i composti del carbone che la natura nel corso di milioni di secoli aveva immagazzinato nelle viscere della terra rendendo possibile la vita come oggi la conosciamo sul nostro pianeta.

L’azione del governo Bush che da un lato agisce per esercitare un dominio militare su tutto il medio oriente dove è concentrato il 65% delle risorse petrolifere mondiali, costituisce una faccia di una medaglia che sull’altro lato vede il rifiuto di rispettare i pur modesti accordi di Kyoto sull’effetto serra, impone la necessita di coniugare la lotta contro la guerra con quella per la salvaguardia dell’ambiente e per un mutamento del modello energetico adottato negli ultimi 200 anni dal capitalismo industriale.

L’assunzione della questione ambientale da parte del movimento comunista e da parte del movimento no-global dell’Europa occidentale (l’ambientalismo è essenzialmente non violento in tutte le sue manifestazioni teoriche e pratiche) rende più valida l’affermazione di Bertinotti quando dice: “ io non ritengo che la non violenza sia una categoria etica, dunque applicabile in ogni tempo ed in ogni luogo. Ciò che affermo e che hic et nunc, cioè nella politica oggi, la non violenza è l’unica modalità per esprimere  tutta la radicalità dei bisogni che si oppongono alla nuova società capitalistica”.

Qui e ora in questo XXI secolo in cui matureranno in pieno le contraddizioni vecchie e nuove del capitalismo. Un esempio  a Scanzano su un obbiettivo ambientalista ( no alle scorie atomiche ) si è mobilitata tutta la popolazione senza distinzione, si diceva una volta di fede politica o religiosa. Mobilitazione vincente a livello locale e che ha inferto un duro colpo al tentativo a livello nazionale di reintrodurre in Italia l’energia atomica bandita da un referendum popolare al culmine della prima grande battaglia ambientalista nel nostro paese.

Mi domando se lo sciopero nazionale degli autoferrotranvieri così forte e vigoroso, non può assumere un ruolo di rinnovamento radicale se collegato ad un insieme di battaglie città per città, Regione per Regione, per cambiare e sviluppare il sistema dei trasporti, che finora ha privilegiato il trasporto privato con il caos e l’inquinamento che ne deriva.

Ma c’è di più, nel penetrante articolo critico di Rossana Rossanda sul mensile de Il Manifesto a proposito del documento programmatico di Prodi, è contenuto un accenno importante al fatto che in un mare di affermazioni a favore del mercato, i ripetuti accenni alla necessità di modificare il modello energetico (non a caso Prodi ha tra i suoi consiglieri più ascoltati persone come Rifkin e Rubbia) possono offrire anche un punto di riferimento per chi dalla sponda comunista guarda alla necessità di un rapporto comunitario con le forze che fanno a capo a Prodi per far uscire l’Italia dalla morsa del berlusconismo che non è certo un regime ma può diventarlo se non  si trova un programma avanzato e concreto di azione comune tra le forze di democrazia e di progresso.

 

 

  Nicola Cipolla