LA MAFIA, L'ANTIMAFIA E IL VOTO DEI SICILIANI

Leoluca Orlando rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva, dopo il voto del 24 giugno: "crede che la mafia abbia avuto un ruolo in queste elezioni?" rispondeva: "No il punto non è questo. Penso che Cosa Nostra sia stata a guardare in attesa del vincitore".
E meno male, ci sarebbe da commentare, se no Cuffaro chissà quanti voti avrebbe preso!
Più cauto mi sembra il giudizio del segretario regionale Fava, ora dimissionario ma che tuttavia non dava un peso determinante nel risultato elettorale all'intervento del sistema mafioso.
Io invece credo, e lo dico subito, che la mafia abbia ripreso nelle elezioni del 13 maggio e del 24 giugno il ruolo e il peso che nella storia della Sicilia, dopo la Liberazione, ha avuto nella vita politica siciliana.
Bisogna fare prima alcune considerazioni.
In primo luogo la mafia oggi in Sicilia non ha il ruolo e i legami internazionali che aveva negli anni '70 e '80 quando governava il flusso del narcotraffico e delle iniziative collegate di riciclaggio e di traffici internazionali illeciti. I centri di questo traffico si sono spostati altrove, come giustamente fa osservare sull'ultimo numero di Micromega … … ma forse anche per questo la sua presa sul territorio è in questi anni persino aumentata e si è per così dire capillarizzata.
In secondo luogo il modo di intervenire della mafia in queste elezioni non è paragonabile ad altre stagioni del passato quando attraverso l'assassinio di possibili candidati del maggiore partito di governo influiva pesantemente sulle scelte già al ,momento di formazione delle liste o quando interveniva prima e dopo le grandi consultazioni elettorali, nel '47 e nel '48, per assassinare i dirigenti sindacali e intimorire il movimento di sinistra. Non ci sono stati questa volta né Li Puma, né Rizzotto, né Miraglia né Azoti né La Torre, anche perché la sinistra non esprime personalità di questo tipo. Né assassini di giudici e poliziotti sulla base della parola d'ordine: "calati juncu ca passa la china".
In terzo luogo c'è da considerare che la mafia non ha mai rappresentato in Sicilia una forza autonoma ma una forza complementare e subalterna rispetto a forze economiche, sociali e politiche dominanti nello stato italiano e in Sicilia.
La mafia, per così dire, è servita a queste forze dominanti per amplificare spostamenti a destra verificatisi a livello nazionale e che si sarebbero in ogni caso verificati anche in Sicilia ma ha contribuito ad amplificare questi spostamenti e soprattutto a governarli all'interno delle forze conservatrici dominanti al fine di fare della Sicilia un serbatoio di ascari politici del sistema, di traditori degli interessi fondamentali di libertà del popolo siciliano.
Il popolo siciliano per parte sua ha sempre dato nella storia d'Italia e in quella degli ultimi 50 anni esempio di volontà e capacità di ribellarsi e anche di infliggere sconfitte a questo sistema e comunque di partecipare a tutte le grandi battaglie di libertà del nostro paese; basta leggere la storia dell'antimafia di Umberto Santino e di altri autori siciliani per rendersi conto del valore di questa partecipazione del popolo siciliano: le lotte contadine della fase iniziale del secondo dopo guerra e la costituzione dell'autonomia, la ripresa delle lotte dopo il 18 aprile che determinò la sconfitta del disegno di modifica costituzionale portato avanti con la legge truffa, il contributo ala lotta contro Tambroni nel '60, non inferiore a nessuna altra parte d'Italia, anche la più avanzata, la vittoria democratica ripetuta nei referendum sul divorzio e sull'aborto, vittoriosa in Sicilia ma non nella Lombardia o nel Veneto. E la partecipazione nei primi anni '90 alla grande ondata democratica che sembrò spazzare via nel sud il sistema di potere democristiano nel cui interno la mafia aveva un ruolo storicamente accertato in modo incontrovertibile. Questa grande partecipazione popolare che portò all'affermazione dieci anni fa di un sistema di democrazie comunali vaste e diffuse nelle grandi città e nei tradizionali Comuni della mafia: (ad esempio Corleone, San Giuseppe Jato etc.) e che fu il prodotto di grandi movimenti della società civile che determinarono elementi di cambiamento fondamentali non solo a livello di orientamento delle masse ma anche a livello di intervento dei pubblici poteri. Ha ragione Cuffaro di prendersela ancora oggi con il movimento delle lenzuola, con le donne del digiuno a piazza Politeama, con le tante manifestazioni di popolo susseguitesi dopo gli assassinii di La Torre e Dalla Chiesa e dopo dieci anni di Falcone e Borsellino. Questi movimenti determinarono sia sul piano legislativo (la legge la Torre) sia sul piano della cacciata dalla Sicilia di questori, di Prefetti, di magistrati specie a Palermo, nominati dal centro, che avevano rovesciato l'indirizzo impresso agli uffici giudiziari e di polizia dai magistrati, dai dirigenti assassinati, un diverso atteggiamento degli organi dello Stato che colpì sia l'opinione pubblica siciliana sia gli stessi ceti mafiosi e para mafiosi.
L'emergere e il diffondersi del fenomeno dei pentiti sembrò colpire al cuore la mafia in uno degli aspetti fondamentali della sua cultura e modo di essere: l'omertà. Il fenomeno del pentitismo chiarì anche che se lo Stato assumeva nei confronti della mafia un atteggiamento di ostilità e di separazione la mafia era destinata a crollare perché mancava il presupposto fondamentale che dall'unità d'Italia in poi (chi non ricorda la sequenza del Gattopardo in cui il cavaliere Sedara scaraventa nelle urne il pacco di schede a favore dell'annessione della Sicilia alla monarchia sabauda) ha caratterizzato l'utilizzazione del sistema mafioso come "istrumentum regni". Quindi tolto questo appoggio i mafiosi mostrarono il loro vero volto di criminali assetati di sangue, di favori e di denaro pubblico.