IL METANO PUO’ DARE UNA MANO
crisi petrolifera ed energie alternative
La stampa ha dato notizie che l’IVECO, leader italiano nella costruzione di autobus e camion, dopo essersi aggiudicato un contratto internazionale per la fornitura di 330 motori a gas per equipaggiare il parco bus da utilizzare durante le prossime olimpiadi di Pechino, sta trattando con il municipio di questa città per la progressiva sostituzione di tutto il parco veicolare.
Si tratta di oltre 10.000 bus urbani pari a 4-5 volte il mercato annuo italiano. Nel programma si dice ancora c’è la realizzazione in Cina di una fabbrica di motori a gas visto che la municipalità di Pechino, ed in prospettiva altre città, stanno estendendo le zone vietate al traffico di motori pesanti e diesel preoccupati dall’aumento dell’inquinamento specie per quanto riguarda le emissioni di polveri sottili (Pm10) responsabili dello smog.
La notizia è certo interessante per chi ha a cuore le sorti della vivibilità del nostro pianeta di fronte al poderoso sviluppo industriale della Cina tende ad incrementare i consumi petroliferi ben più inquinanti del metano.
Attraversiamo un momento di crisi del modello di sviluppo, basato sul petrolio che ha dominato nel secolo scorso. Questa crisi è dovuta alle conseguenze ambientali (effetto serra, smog, inquinamento dei mari, etc.) al raggiungimento del picco produttivo (con riduzione della produzione e aumento dei costi di estrazione) nei paesi occidentali a partire dagli Stati Uniti che dal 1970 hanno cominciato a trasformarsi da principale paese produttore ed esportatore di petrolio in principale paese importatore. Ciò provoca la corsa all’accaparramento delle risorse ancora disponibili nel pianeta concentrate prevalentemente nell’area medio orientale e quindi conflitti di ogni genere che vengono alimentati dal gruppo dirigente neoconservatore degli Stati Uniti diretta emanazione dei grandi complessi petroliferi americani.
Viene subito da domandarsi perché, ad esempio, i sindaci di grandi città italiane come Roma, Napoli, Bologna e così via non seguono l’esempio pechinese dando vita ad una operazione che non solo riduce lo smog nelle grandi città ma anche può essere motrice di sviluppo industriale nel settore dell’autotrasporto, e quindi della FIAT, ed anche dell’occupazione.
La FIOM, e qui il pensiero corre all’indimenticabile Claudio Sabattini, di fronte alla chiusura di stabilimenti (come Arese) o di settori industriali (come a Napoli), ha da tempo posto la rivendicazione di promuovere ricerca, sperimentazione di mezzi di trasporto non legati ai derivati del petrolio ma in prospettiva mossi da energie alternative e soprattutto rinnovabili.
Nel prossimo novembre finalmente, dopo 15 anni di progetti e di lavori, sarà completato ed entrerà in funzione il metanodotto che dalla Libia porterà in Italia 8 miliardi di mc l’anno di metano, modificando in modo notevole il rapporto sul mercato interno italiano tra petrolio, carbone e metano.
Non da oggi sosteniamo a partire dal convegno del CEPES del 1986: Metano e fonti energetiche alternative che il metano può costituire un ponte tra l’uso delle energie non rinnovabili e inquinanti e l’uso delle energie alternative.
Allora si trattava di bloccare l’installazione di centrali atomiche in Italia proposte come rimedio in un momento di grave crisi petrolifera determinata dalla guerra del kippur, e fornire un’alternativa valida in un periodo di transizione verso le fonti energetiche rinnovabili.
Questo dibattito che animò una forte polemica all’interno del PCI e della sinistra e che vide schierati contro la destra migliorista e centrista che governava il PCI e la CGIL la sinistra interna che faceva capo a Bassolino e Mussi la FGCI di Nichi Vendola e di Folena, la FIOM di Garavini e Bertinotti il mondo della scuola animato da Luporini e naturalmente la sinistra, si diceva allora, extraparlamentare e il nascente movimento Verde. Questo schieramento non vinse totalmente però ottenne importanti risultati. L’Italia è in coda nell’utilizzazione di energie alternative.
Il primo e più notevole fu la promozione e la vittoria del referendum contro il nucleare e il secondo meno conosciuto ma, secondo me, anch’esso importante fu quello di sbloccare il gasdotto algerino e quello russo promosso dell’ENI, sulla linea tracciata a suo tempo da Mattei, che Reagan voleva a tutti i costi impedire anche con forme di embargo illegittimo nei confronti di tutte le imprese europee, perfino inglesi, che comunque partecipavano alla costruzione di questa infrastruttura.
L’entrata in funzione dei due gasdotti ha fatto si che in Italia l’aumento dei consumi energetici, che si è verificato in questi ultimi decenni del secolo, è stato quasi interamente coperto dall’aumento del consumo di metano mentre è rimasto praticamente stazionario il consumo di petrolio.
Questo aumento si è verificato in tutta Italia ma specialmente a sud attraverso finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno. In un primo tempo ha sostituito nei consumi civili e della piccola e media industria il gasolio, e solo negli ultimi anni si è andato accelerando il processo di sostituzione del mefitico olio combustibile ultimo residuo delle raffinerie nella produzione di energia elettrica attraverso le centrali a ciclo combinato che oltre ad essere meno inquinanti avevano un migliore rendimento termico che potrebbe essere ancora aumentato ove si abbandonasse la pratica delle grosse centrali ereditate dalla politica ENEL collegata alle raffinerie di petrolio per centrali di minore dimensione capaci di cogenerare utilmente acqua calda per abitazioni private, ospedali, impianti commerciali ed anche industriali. Il ritardo con cui questo metodo di produzione di energia elettrica è stato realizzato è dovuto alla “preferenza” vischiosamente manifestata dai gruppi dirigenti dell’ENEL nei confronti delle raffinerie.
Bloccata invece è stata l’utilizzazione del metano sia nel settore chimico e sia soprattutto nel settore dei trasporti. Per quanto riguarda i trasporti pubblici i governi dopo un primo tentativo di incentivare l’uso del metano nei trasporti pubblici, specie cittadini, praticamente abbandonato con l’avvento di Berlusconi, non hanno mai affrontato in termini di programmazione (in quanti anni il processo di sostituzione si deve verificare) la sostituzione globale del gasolio con il metano nei servizi pubblici con gravi conseguenze in primo luogo per l’inquinamento delle grandi città.
E’ praticamente impossibile ad oggi d’altro canto l’utilizzazione del metano nel trasporto privato.
E ciò perché mancano sia l’offerta di auto con motore a gas, sia soprattutto la disponibilità di una rete di distribuzione di proporzioni analoghe a quella delle stazioni di servizio per benzina e gasolio. L’ENI ha una grossa responsabilità in materia perchè di tutte le compagnie presenti sul mercato italiano è l’unica ad avere contemporaneamente la disponibilità di prodotti delle raffinerie e di metano proveniente dall’Africa, dalla Russia, dal Mare del Nord ed anche dai residui giacimenti italiani e soprattutto di una rete di distribuzione del gas che copre ormai tutta la penisola e la Sicilia.
L’ENI non sfrutta questa sua vantaggiosa condizione perché dopo il processo di privatizzazione fa ormai parte obiettivamente di un cartello internazionale interessato a mantenere una situazione di monopolio che privilegia la filiera giacimenti petroliferi, navi cisterna, raffinerie, stazioni di servizio. Anche l’industria automobilistica, cioè la FIAT, si adegua e pur possedendo la tecnologia necessaria si orienta ad utilizzarla al servizio, come detto sopra, di un paese che fa una giusta politica ambientale come la Cina. La FIAT ha sbandierato come un grande successo (il che in parte è vero) la progettazione e la costruzione di motori diesel di moderna concezione che stanno modificando il rapporto tra benzina e gasolio a favore di quest’ultimo per quanto riguarda il parco automobilistico italiano. Ma questa modifica si sviluppa all’interno della logica del cartello petrolifero che vuole utilizzare greggi con scarsa percentuale di benzina. Il problema invece è oggi di sostituire il petrolio con il metano e ciò per molte ragioni.
In primo luogo, come abbiamo visto, l’Italia si trova al centro di una rete di metanodotti che costituiscono il sistema più economico di trasporto di materie energetiche e può attingere a fonti politicamente meno soggette al dominio ed all’influenza ai conflitti suscitati dai centri di potere americani. Gli USA che stanno dilapidando le loro riserve di gas, come hanno dilapidato quelle di petrolio, dovranno sostenere spese maggiori sia in termini economici sia in termini di rendimento energetico perché dovranno trasportare il metano algerino, libico, russo in America non solo su una distanza più lunga ma con un metodo più costoso (la liquefazione del metano a temperature estremamente basse, e la successiva rigassificazione che assorbono una notevole aliquota dell’energia trasportata).
Ma il metano non solo è l’energia non rinnovabile meno inquinante ma è anche un’energia riproducibile attraverso l’utilizzazione di rifiuti (biogas) e può costituire un ponte verso il traguardo ultimo del motore a idrogeno. Infatti per la sua composizione (CH4 un atomo di carbonio e quattro atomi di idrogeno) assai semplice rappresenta uno dei metodi per la produzione dell’idrogeno su basi industriali. Si potrebbe così arrivare ad un passaggio graduale dal motore a scoppio, benzina o diesel, al motore a scoppio a metano e da qui al motore a idrogeno prodotto dal metano fino ad arrivare al motore a idrogeno prodotto con l’energia elettrica da fonti rinnovabili come l’eolico il solare fotovoltaico, le biomasse etc.
Un simile processo presuppone una nuova politica industriale basata innanzitutto sul ritorno alla funzione pubblica dell’ENI come elemento di rottura di monopoli che in regime di mercato inevitabilmente si costituiscono nel settore del petrolio. In secondo luogo una politica industriale della FIAT basata sulla presenza in Italia (e non solo in Polonia, in Argentina e domani in Cina) di grandi strutture produttive automobilistiche per evitare di continuare il processo che si è aperto cn il prevalere degli orientamenti neoliberisti di smantellamento in Italia della grande industria.
Occorre, in terzo luogo, che non solo la FIOM, che sul Corriere della Sera del 23 settembre Pietro Ichino ha colpevolizzato per avere osato avanzare proposte di politica industriale, ma anche altri sindacati, a cominciare b nda quello dei trasporti e soprattutto le confederazioni dovrebbero porsi il problema dello sviluppo della grande industria in Italia basata sull’ENI, sulla FIAT e su altri grossi complessi.
Ogni programma politico di sinistra non può fare a meno di porsi questo problema vitale se non volgiamo far perdere al nostro paese il ruolo di potenza industriale che si era guadagnato all’epoca della prima repubblica per merito di uomini come Valletta o Mattei sostenuti in questo loro sforzo, pur nella dialettica forte sindacale, da tutto lo schieramento della sinistra italiana.