ATTUARE KYOTO E ANDARE OLTRE

Smantellare gli ecomostri

 

Alla Conferenza dell’ONU sul clima, in corso a Montreal, si è completato il ciclo di adempimenti degli accordi di Kyoto, che sono diventati esecutivi. Il governo italiano ha pubblicato, con un anno di ritardo, lo schema di decisione di assegnazione delle quote di anidride carbonica per il periodo 2005-2007 che ora passa all’approvazione  degli organismi competenti compreso il Parlamento. Naturalmente gli interessi colpiti stanno cercando di opporsi a questa regolamentazione e il ministro Scaiola annunzia azioni per una attenuazione ulteriore. Malgrado l’intervento dell’Unione Europea, che ha imposto una riduzione delle cifre previste, però, siamo ancora distanti di più del 10% rispetto al taglio del 6,5% delle emissioni di anidride carbonica previsto dal trattato.

Pur con queste difficoltà la pubblicazione del documento di 94 pagine, che chiunque può procurarsi su Internet,  costituisce un primo risultato della innovazione nel campo energetico prodotta dal protocollo di Kyoto. Ogni organizzazione ambientalista, al limite ogni cittadino, potrà scorrendo questo elenco individuare la centrale elettrica o l’impianto industriale che vomita vicino casa sua, nell’atmosfera, milioni di tonnellate di anidride carbonica che contribuiscono all’effetto serra che sta  distruggendo l’ambiente di tutto il mondo ed anche del nostro paese. Il documento però  si riferisce  soltanto alle emissioni di CO2 ma, a mio avviso, sarebbe necessario,  a fini generali di orientamento, conoscere anche le emissioni di componenti a contenuto di zolfo e soprattutto il particolato M10 che è la causa principale dello smog che in questa stagione rende particolarmente invivibili le nostre grandi città. Un impegno in tal senso dovrebbe essere preso nel programma dell’Unione, così come dovrebbe essere affrontato il problema del monitoraggio delle emissioni dei mezzi di trasporto su gomma con l’apposizione, in sostituzione del famoso bollino blu che non significa più praticamente niente, di segnali visibili sulla quantità di inquinanti emesse da ogni singolo tipo di veicolo in modo da potere esercitare un’azione di scrematura del traffico sia per zone delle città sia anche nei momenti di maggiore incidenza dello smog. Un vecchio slogan pubblicitario dice: Se lo conosci lo eviti! Questo dovrebbe essere un impegno del programma del prossimo governo dell’Unione ed anche una rivendicazione a livello dell’UE che ha avuto come è noto un ruolo di primo piano per l’approvazione degli accordi di Kyoto.

Il  documento prevede per il 2005 l’emissione di 221,79 milioni di tonnellate di anidride carbonica, di cui 131,1 milioni riguardano il settore termoelettrico principale inquinatore. Guardando l’elenco spunta subito la più grossa anomalia che è quella della centrale Federico II di Brindisi che da sola produce 13.859.000 di anidride carbonica, il 10,6% circa del settore elettrico e circa il 6% dell’intero ammontare ammesso.

Questo mostruoso gigante, che non ha simili in nessun paese dell’Europa neanche in quelli provvisti ancora di giacimenti di carbone nazionali,  consuma ogni anno milioni di tonnellate di carbone che arriva da decine di migliaia di chilometri di distanza, occupa un’enorme superficie di terreno  e un impianto portuale per il carico e lo scarico del carbone che, per le sue caratteristiche, produce anch’esso inquinamenti di ogni tipo. L’area industriale di Brindisi assieme a Priolo, Gela e poche altre costituisce un’offesa storica al Mezzogiorno che è stato trasformato in una pattumiera petrolchimica. Però in nessuno di questi posti ci si è mai sognati di aggiungere mostruosità a mostruosità con la costruzione di impianti a carbone di questo tipo e dimensioni.

Si comprende perciò che il Presidente della Regione Puglia, il compagno Nichi Vendola, abbia detto NO alla proposta di aggiungere al petrolio e al carbone, nella stessa area  anche una centrale di rigassificazione per accogliere le metaniere che trasportano gas liquefatto e raffreddato sia da giacimenti non collegabili con metanodotto (ad esempio la Nigeria) sia da giacimenti collegati o collegabili con metanodotto che pur essendo il sistema più economico sia in termini  di costo industriale sia soprattutto  in termici di costo energetico (le metaniere bruciano dal 15 al 20% del metano nel processo di liquefazione e rigassificazione) a causa delle strozzature monopolistiche e dei pedaggi a cui sono sottoposti, risulta insostenibile. Ed ha motivato questo NO con un frase di ferma ed umana determinazione: “…abbiamo già dato”. In termini di sopraffazione ambientale in vista di interessi pseudonazionali prevalenti. A questo punto nel dibattito che certamente si aprirà man mano che nelle varie istanze avanzerà il processo di approvazione del sistema delle quote forse potrebbe introdursi una considerazione.

Negli anni scorsi, anche prima che Scaroni ne diventasse presidente, l’ENEL privatizzato  lanciò piani di costruzione di centrali a carbone, anche per sfuggire all’azione dell’altro monopolio ex pubblico, l’ENI, che controllava e controlla il gas metano e la sua distribuzione. E ciò in  aggiunta o in sostituzione dell’olio combustibile residuato più inquinante della distillazione del petrolio anche sulle centrali a carbone adottato dopo il fallimento dell’avventura nucleare. Sotto la presidenza Scaroni fu lanciato un piano di costruzione di centrali a carbone che praticamente esportasse in altri siti, a cominciare da Civitavecchia, lo stesso modello che era riuscito a imporre a Brindisi. Per fortuna questo disegno ha trovato un’opposizione forte tra le  popolazioni e nel frattempo a favore del metano si sono sviluppate una serie di circostanze tra cui fondamentale l’aumento del prezzo del petrolio e quindi dei suoi diretti derivati e una generale  opposizione alle centrali inquinanti con  olio combustibile. Lo stesso Scaroni, passato dalla guida dell’ENEL a quella più ambita dell’ENI, ormai ha abbandonato l’ipotesi del  carbone e quella delle centrali atomiche come afferma lui stesso  nella lezione dal titolo: Energia oltre il petrolio in occasione del conferimento della laurea Honoris Causa in Ingegneria Elettrica da parte dell’Università degli Studi di Genova il 14 novembre u.s.

Anche a seguito del decreto sblocca centrali sono ora in costruzione o approvate centrali a metano in massima  parte a ciclo combinato per oltre 20 mila megawatt che possono produrre più di quanto importiamo finora dalla Francia e dall’Austria,  al punto che nei giornali economici si avanza l’ipotesi di un’Italia che da importatore netto di energia elettrica comincia a diventare in certe ore di punta un paese esportatore. Anche questo è il risultato di una liberalizzazione e mancata pianificazione nel settore dell’energia che può portare a vendere in Germania, Olanda, Danimarca elettricità prodotta da centrali italiane che consumano il metano importato  dal Mare del Nord.

Partendo da queste considerazioni si può proporre la chiusura totale della centrale di Brindisi?

O in subordine della sua trasformazione parziale in centrale a metano a ciclo combinato?

Questa chiusura renderebbe enormemente più facile per tutto il sistema produttivo italiano il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Influirebbe positivamente per centinaia di milioni di euro  ogni anno sul conto dei Certificati Verdi. E soprattutto sarebbe  un sollievo per le popolazioni di Brindisi e della Puglia e acquisterebbe un valore simbolico per tutto il movimento ambientalista e per un governo dell’Unione che se ne facesse promotore.

In questa ipotesi in una piccola parte delle attrezzature portuali oggi impegnate per il carbone potrebbe essere installato il famoso rigassificatore senza occupare nuovi spazi. Certo l’ENEL e la sua “governance” e il suo CEO (Chef Esecutive Officer) non sarebbero contenti, ma una simile proposta potrebbe essere sostenuta, non solo dalle forze ambientaliste e di sinistra, ma anche  da molte altre forze a cominciare dai produttori presenti e futuri di energia e elettrica concorrenti dell’ENEL e dai consumatori che pagano prezzi  più alti in Europa per colpa dell’ENEL.

In ogni caso la discussione che si apre può diventare un momento importante di mobilitazione dell’opinione pubblica, di interessi economici seri che si propongono di interrompere il monopolio dell’ENEL e anche dell’ENI, per la fornitura di gas, e soprattutto il movimento ambientalista e le popolazioni.

La Regione Puglia è impegnata in modo molto innovativo nell’elaborazione del Piano Energetico Ambientale  Regionale che costituirà uno strumento di progresso, non solo ambientale ma anche economico della Puglia, ma anche un esempio per tutte le altre regioni del Mezzogiorno.

Il rifiuto del nucleare, la chiusura delle centrali a carbone e ad olio combustibile, l’uso del metano specie con  impianti piccoli e di cogenerazione,  nella fase di transizione  verso le energie rinnovabili, del sole, del vento, delle biomasse, sono obiettivi che da almeno 20 anni, dalla vittoriosa battaglia referendaria contro il nucleare il movimento ambientalista e di sinistra comunista italiano si propone.

La battaglia per l’attuazione e il superamento degli accordi di Kyoto offrono l’occasione per passare dalla fase difensiva, come Scanzano, Pisticci, Civitavecchia ed altri ci indicano, ad una fase offensiva che  ha per obiettivo lo smantellamento degli ecomostri che inquinano non solo l’atmosfera naturale ma anche la società specie meridionale.