CHI E' LA MADRE DELLA MUCCA PAZZA?

 

Si sviluppa in questi giorni il tentativo, condotto dalle autorità nazionali e comunitarie, di raffreddare l'attenzione dell'opinione pubblica che il caso mucca-pazza aveva suscitato tra tutti i cittadini dell'Europa occidentale sulla grave situazione dell'industria alimentare europea, e nel contempo di chiudere la partita con un'ecatombe di centinaia di migliaia di vacche vecchie e malandate con l'esborso di centinaia, se non migliaia, di miliardi di euro comunitari, nazionali e regionali non solo per contentare gli allevatori allarmati ma anche favorire manovre tendenti a scoraggiare forme di allevamento bovino non sottoposte ai vincoli della grossa industria alimentare.
Vorrei, perciò, prima che i fari della propaganda si rivolgano in altre direzioni, cercare di fare alcune osservazioni e porre alcune domande.


La prima osservazione è che i consumatori di carne bovina della UE rispetto ad altre zone del mondo (l'America del Sud, La Polonia, l'Ungheria, le stesse popolazioni balcaniche) si cibano essenzialmente di carne di vacca macellata a fine carriera, dopo cioè che o per malattia, anche diversa dalla BSE o per età, non sono più in condizioni di assicurare quell'enorme flusso di latte per animale che costituisce il centro del business non solo per gli allevatori ma per tutto quello che c'è dietro.


A mio avviso, infatti., il vero problema della mucca-pazza risiede non tanto nella fase finale della macellazione quanto nella gestione del ciclo di produzione del latte. Queste vacche macellate a fine carriera sono state sottoposte nel corso della loro vita ad ogni specie di stress, in contrasto con la loro naturale costituzione specializzatasi nel corso di millenni in cui il bestiame bovino è stato il principale puntello dell'attività agricola ed economica di una parte dell'umanità, quella a cui noi occidentali apparteniamo in Europa e in America (l'area del riso attorno alla Cina ha tutto un altro sistema alimentare in cui l'allevamento bovino non è presente).
Attraverso la fecondazione artificiale e il mancato allattamento dei vitelli, che vengono subito allontanati perché neanche un litro del prezioso liquido sia sottratto al "mercato", viene a mancare lo stimolo esistenziale della riproduzione. I bovini sono sottratti all'attività del pascolo di piante non commestibili per l'uomo e che solo essi riescono a trasformare in grassi e proteine attraverso un sistema digestivo specializzato nei millenni. Le mucche rinchiuse entro recinti senza terra sono ipernutrite con una miscela di mangimi a base di soia e di granturco che costituisce oltre che un ulteriore stress fisico per gli animali un enorme e clamoroso spreco di risorse (per fare un chilo di carne ci vogliono da 70 a 100 chili di farina di soia e di granturco in gran parte trasportato attraverso l'Atlantico).


Infine a questi animali sono state somministrate, in aggiunta e in parziale sostituzione alle farine di soia e granturco, mangimi contenenti i residui della macellazione dei loro simili. Per tenere in piedi questi animali e fare produrre il massimo di latte sono necessari tutta una serie di medicinali e droghe che le industrie farmaceutiche e chimiche forniscono attraverso una loro rete di distributori senza passare attraverso istituzioni collegate al SSN, come avviene, invece, nel caso delle medicine per gli uomini.


Questa situazione non è il frutto di un progresso tecnologico inevitabile, di una modernizzazione. E', invece, la conseguenza di atti e di scelte che risalgono all'inizio della politica agricola comune (PAC) negli anni '50 e'60. Come è noto la PAC fu concepita come una politica iperprotezionistica che ha convissuto con lo sviluppo del Mercato Unico, invece, sempre più aperto all'interno ed all'esterno per i prodotti industriali e i servizi.
Questa politica fu costruita a partire dalla sommatoria delle varie politiche protezionistiche dei sei paesi che costituirono per primi il Mercato Comune Europeo (MEC). Tra questi paesi l'Italia, attraverso 20 anni di fascismo, aveva sviluppato le forme più rigide di intervento statale per il controllo dei mercati agricoli attraverso istituzioni come la Federcorsorzi, l'Ente Risi ed altre. Dopo l'estromissione delle sinistre dal governo, in pratica, la politica agraria della DC e dei suoi alleati fu ideata e gestita dal personale formatosi durante il periodo fascista attraverso gli Enti e le istituzioni che restarono in piedi anche dopo la caduta del regime e furono occupati dai rappresentanti del blocco rurale che appoggiava il governo. Furono queste forze e queste persone che trattarono gli atti della PAC e costituirono anche l'aliquota italiana del personale della Commissione Europea.

I principali regolamenti comunitari di settore furono modellati sulla politica fascista della battaglia del grano e soprattutto sulle forme di protezione della produzione risicola attraverso l'Ente Risi. I principi che sono alla base della PAC:
· la fissazione di un prezzo di intervento a cui l'ente pubblico si impegna ad acquistare qualsiasi quantità venga proposta (ammasso);
· il prelievo variabile, cioè un dazio che varia con il variare del prezzo internazionale, in modo da rendere impossibile l'importazione del bene protetto dal mercato internazionale;
· la restituzione, cioè il premio all'esportatore che può così' rovesciare la quantità di derrate ammassate che il mercato interno non può assorbire a quel prezzo.
sono copiati dalle norme fasciste che regolavano in particolare l'Ente Risi.


Nel palazzo della Commissione a Bruxelles, accanto alla statua di Jean Monnet bisognerebbe mettere se non quella di Benito Mussolini, almeno del Ministro dell'Agricoltura che attraverso l'Ente Risi e la Federconsorzi creò gli strumenti operativi che poi furono copiati dai regolamenti comunitari e presentati, in Italia, come il non plus ultra della tecnica dell'intervento pubblico in agricoltura.
Subito dopo l'approvazione del primo regolamento di settore quello sui cereali (grano tenero e riso) gli Stati Uniti protestarono perché veniva meno lo sfogo alle loro enormi eccedenze di grano che avevano rovesciato, nei primi anni dopo la fine della guerra, sul mercato europeo. Gli Stati Uniti imposero perciò ai paesi del MEC, a compensazione della mancata esportazione di grano, la liberalizzazione totale dell'esportazione delle loro eccedenze di soia, senza nessuna forma di dazio, né variabile né fisso.

Da questo momento in poi (come ha ricordato su Liberazione Antonio Onorati) comincia a cambiare tutta la scena dell'allevamento bovino nell'Europa dei 6, dei 9, dei 12, dei 15. Si riduce sempre più l'area dei pascoli e delle foraggiere, aumenta il numero dei bovini per azienda e si arriva alle odierne aziende senza terra dentro cui si è sviluppata l'epidemia della mucca-pazza.
I grandi importatori di soia americana sono alcuni complessi monopolistici internazionali il cui capofila è l'Unilever anglo-olandese. La soia arrivata a Rotterdam si trasforma in olio che servirà a fare la margarina e farina proteica che comincia ad essere usata come integrazione dell'alimentazione del bestiame bovino prima in Olanda, poi in Germania, Belgio, Francia, etc.


A questo punto vengono approvati i regolamenti, con gli stessi principi di quelli sul grano, che riguardano i prodotti dell'allevamento: il latte e la carne.
Come per i cereali il prezzo di intervento di latte e carne viene stabilito fuori da ogni rapporto con il mercato mondiale sotto la protezione dei prelievi variabili. La disponibilità a basso costo, a prezzo mondiale delle farine proteiche di soia svincola anche la produzione di latte dall'altro limite costituito dalla disponibilità del foraggio prodotto nell'azienda cerealicola-zotecnica. Quindi la produzione di latte si sviluppa oltre ogni limite. L'ultima denuncia di questo processo è quella di Jean Bové e del suo movimento che accusa giustamente la PAC di puntare sulla quantità (di latte) da portare all'ammasso e non sulla qualità per secondare i gusti e le esigenze dei consumatori. Per rendere il latte eccedentario, conferito all'intervento, gestibile bisogna trasformarlo: sorge così un intero settore industriale per la produzione di latte in polvere che non esiste in nessuna altra parte del mondo almeno in queste proporzioni. Alla testa di queste industrie ritroviamo l'Unilever e gli altri grandi operatori del settore i quali assumono non solo il ruolo di trasformatori del latte in materie stoccabili, burro e polvere, ma anche di depositanti di queste materie, naturalmente a spese della Comunità Europea, e poi quando in questi magazzini le scorte superano certe dimensioni diventano i gestori dell'alienazione sottocosto di questi prodotti nella Comunità e all'estero.


Per fare degli esempi all'interno della Comunità lo sbocco principale del latte in polvere è quello dell'alimentazione dei vitelli sottratti alle loro madri nei primi giorni di vita, ma perché ciò sia possibile questo latte deve costare molto meno di quanto il latte delle loro madri è stato pagato e di quanto è costata la trasformazione in polvere e tutta la gestione. Una parte notevole delle risorse dell'UE sono servite a finanziare questo giochino. Per decenni la stampa europea e la sinistra ha denunciato che questo latte destinato ai vitelli è stato in realtà dirottato verso usi diversi sia reidratato come latte alimentare, sia soprattutto come base per produrre la pasta filante che viene largamente usata nella confezione delle pizze.
Il latte in polvere comunitario, poi, è stato usato, e qui si è coperta di gloria la Nestlè, come aiuto alle popolazioni dell'Africa e di altri paesi del Terzo Mondo per sostituire nell'alimentazione dei bambini il latte delle loro madri affamate causando conseguenze mortali che sono state più volte denunziate da movimenti di solidarietà con queste popolazioni.


Ci troviamo, cioè, davanti ad uno dei casi più sintomatici, ed anche più rivoltanti, di quella che io vorrei chiamare mondializzazione corporativa. Una politica cioè imposta prima di tutto dal paese che domina ogni processo di mondializzazione da 50 anni a questa parte, gestita nell'interesse di grandi compagnie internazionali (Unilever, Nestlè, etc.) e in danno dei consumatori, dei contribuenti e soprattutto degli allevatori da una Commissione priva di tutti i controlli democratici che sono presenti nelle democrazie occidentali. A fare le spese di questo processo non sono stati solo i consumatori e i contribuenti ma soprattutto i coltivatori-allevatori. Infatti, attraverso questo processo, in 30 anni il loro numero si è ridotto a poche decine di migliaia e questi sopravvissuti si sono trasformati in puri dipendenti dei fornitori di mangimi, di medicinali, etc. e di coloro che gestiscono l'acquisto del latte e in misura minore della carne delle loro vacche a fine carriera.


A questo punto abbattere un certo numero, anche grande, di animali vecchi e malati (anche di altre malattie) non può modificare la situazione senza una profonda riforma della PAC, nell'interesse dei consumatori, in primo luogo, (e quindi dei distributori) dei contribuenti comunitari e dei singoli paesi e degli stessi allevatori. Né è sufficiente solo vietare le farine animali perché immediatamente risorge la pretesa americana di esportare in Europa soia e mais transgenico. Per combattere il male alle radici bisogna disincentivare, a mio avviso, gli allevamenti senza terra e le conseguenti eccedenze, ristabilire un corretto rapporto tra agricoltura e allevamento, tra agricoltura ed ambiente, tra agricoltura e mercato cioè tra agricoltori e consumatori. Tanto più che oggi non possiamo più, nell'Europa del 2001, giustificare ogni manovra protezionistica con i fantasmi della fame e delle crisi belliche degli anni '50 e '60.
Vorrei fare alcune domande. In primo luogo oggi c'è nell'America del Sud, a partire dall'Argentina, Uruguay, etc. un allevamento bovino da carne che si sviluppa in un ambiente naturale in cui gli animali mangiano quello che per millenni hanno mangiato, l'erba della Pampas, curati da pochi uomini, uno ogni cinquecento animali, che si limitano ad assicurare alle mandrie la loro vita naturale in un ambiente adatto senza rischi di malattie e quindi senza necessità di ipercontrolli.


Perché ostinarsi ad importare da oltre Atlantico, anche dall'Argentina, soia ed altri cereali da foraggio invece di carne ottima per qualità e prezzo (perché fare attraversare l'Atlantico a 100 chili di soia invece che ad 1 chilo di carne?).
Perché la Commissione Europea non stabilisce un rapporto preferenziale per l'importazione di carne da questi paesi con la certezza che ogni miliardo di euro che viene speso per l'acquisto di carne si trasformerà in un miliardo di commesse all'industria europea per prodotti necessari allo sviluppo di questi paesi?
E' in corso un processo di adesione all'UE di paesi come la Polonia, l'Ungheria, la Romania, i paesi della ex Jugoslavia che hanno grandi allevamenti basati o sul pascolo, specie l'Ungheria, o su aziende coltivatrici cerealicole-zootecniche analoghe a quelle esistenti nell'Europa Comunitaria prima delle distorsioni operate dalla PAC.


La carne che questi paesi offrono alle nostre frontiere non è ottenuta con nessuna specie di mangime artificiale, in gran parte non è ancora raggiunta dalle tecniche farmaceutiche di doping e viene offerta a prezzi estremamente bassi.
Aprire subito, in questa situazione straordinaria, all'importazione da questi paesi significa accelerare il processo di unificazione reale e di integrazione di questi paesi nella CEE.


Infine parliamo degli allevatori e di quelli italiani in specie. L'Italia è un paese che non produce tutto il latte e tutta la carne che consuma, anche perché attraverso le quote latte, espediente peggiore del male, inventato per cercare di bloccare le eccedenze comunitarie, viene impedito ogni sviluppo produttivo anche se richiesto dal mercato.
Il nostro allevamento è ancora oggi, ad esclusione di un ristretto numero di poche migliaia di aziende senza terra che allevano oltre 500 animali, un allevamento che può fornire qualità se liberato dai vincoli e dalle suggestioni di una politica dominata non dagli interessi degli allevatori e dei consumatori ma da quelli esterni ed interni alla Comunità che abbiamo indicato. Il grosso del nostro allevamento è concentrato nella Pianura Padana, il latte che vi si produce ha come destinazione principale non la fabbrica di latte in polvere ma il caseificio in cui si produce il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, cioè i formaggi di altissima qualità e valore di mercato che hanno possibilità di aumento del consumo in Europa e in tutto il mondo a condizione che la Commissione Esecutiva, asservita ai grandi monopoli alimentari, non permetta loro di fabbricare chimicamente qualcosa che somigli a Grana e Parmigiano, fuori dalle zone tipiche di produzione.


L'altro grande settore di allevamento che in questi giorni sta venendo alla luce della cronaca è quello della razza Chianina con la bistecca alla fiorentina. Questi allevamenti non sono sottoposti agli stress della mucca-pazza e non possono essere trattati allo stesso modo. Io credo che questi produttori abbiano ragione di protestare. Poi ci sono gli allevatori di tante parti della penisola (in particolare per quella che è la mia esperienza quelli dell'altopiano ragusano) che producono formaggi tipici locali che i regolamenti comunitari vorrebbero distruggere non per imporre norme più igieniche ma per far si che sui banconi non solo dei supermercati ma anche delle botteghe dell'ultimo paese ci siano solo prodotti delle grandi multinazionali del settore lattiero-casearie ed alimentare. Quelle che garantiscono una grande parte della pubblicità, specie televisiva, che assorbe il 30-40% del loro fatturato. Lo sciopero dei COBAS del latte contro le quote latte che impediscono lo sviluppo dell'allevamento nel nostro paese, l'attuale mobilitazione degli allevatori della Val di Chiana forse hanno le stesse motivazioni di fondo che hanno spinto i produttori di Rochefort di Jean Bové, alle loro proteste per la difesa della qualità contro il produttivismo industriale nemico dell'agricoltura e dei consumatori.


Bové e i suoi, di pieno diritto, fanno parte ormai di quello che si chiama il popolo di Seattle.
Che cosa bisogna fare perché anche questi allevatori italiani, di cui ho parlato, si uniscano a quelli francesi ed a quelli di tutto il mondo per condurre assieme la battaglia contro la mondializzazione neoliberista, il dominio dei monopoli e per la solidarietà tra lavoratori, produttori e consumatori?
Il dibattito aperto nello speciale di Liberazione del … sull'atteggiamento della sinistra alternativa di fronte al processo di costruzione di una nuova Europa deve essere sostenuto dalla denuncia puntuale, dalla critica di trent'anni di stravolgimento operato dalle forze che hanno dominato il processo di costruzione dell'UE ma anche e soprattutto dalla mobilitazione accanto alle altre forze sociali e culturali che formano il popolo di Seattle, di quegli strati larghi di consumatori e di piccoli produttori che sono le vittime principali di questa politica.


Nicola Cipolla


Di tante crisi che mettono in contrasto gli interessi generali dell'umanità con le attuali forme dello sviluppo capitalistico quella della mucca pazza ha, a mio avviso, un rilievo particolare per l'ampiezza degli interessi coinvolti (tutti i consumatori), per i settori agro-industriali costretti dall'oggi al domani ad affrontare una crisi di dimensioni così radicale, per gli aspetti anche morali e culturali che la vicenda propone.
L'allevamento bovino, collegato con l'agricoltura, è una delle espressioni più antiche della civiltà occidentale (nell'economia dell'altro grande ceppo culturale dell'umanità che fa capo alla Cina il problema dell'allevamento bovino non ha le stesse caratteristiche anche perché nel corso dei millenni nell'area del riso il rapporto agricoltura allevamento non ha assunto le caratteristiche dell'emisfero occidentale).
Nel corso dei millenni i bovini sono stati gli animali più utili all'umanità al punto da essere quasi divinizzati in varie occasioni e in varie epoche storiche. La letteratura, le arti figurative hanno cercato di esprimere questo rapporto tra l'uomo e l'animale a lui utile in tanti modi nel volgere delle epoche. Il toro è stato l'emblema della forza della virilità (dai graffiti di Altamura ai quadri di Picasso) la giovenca è stata emblema della fertilità e dell'abbondanza.
A partire dal 1492 i bovini e gli altri animali utili all'uomo hanno seguito i conquistatori nelle terre del nuovo mondo e di quelle che poi nel corso dei secoli successivi sono state occupate e colonizzate dalle potenze imperialiste dovunque fosse possibile la colonizzazione e l'insediamento. Basta pensare all'epopea del west, alle Pampas argentine, all'Africa del sud, alla Nuova Zelanda, all'Australia, dove bovini e ovini hanno trovato terre vergini dove potere sviluppare le loro capacità di vita e di riproduzione. Per adottare un termine di paragone lo sviluppo economico dell'umanità è legato alle risorse minerarie da poco più di un secolo mentre lo sviluppo della vita di questa parte dell'umanità ha utilizzato l'allevamento come fonte di nutrimento, di lavoro, di materie prime e, specie nell'Europa continentale, come integrazione indispensabile per lo sviluppo dell'attività agricola.
Come dicevano i georgofili l'agricoltura europea era basata sul principio "foraggio bestiame, bestiame letame, letame grano" con un rapporto tra superficie agricola e carico di bestiame che aveva dei limiti invalicabili.
Subito dopo la II guerra mondiale questo schema è entrato in crisi in conseguenza della trasformazione dell'economia europea all'insegna dell'americanismo e del fordismo, come direbbe Gramsci. Per cui entrano nell'agricoltura europea stravolgimenti che modificano completamente il panorama sociale ed economico delle città ed anche delle campagne.