LE ORIGINE ECONOMICHE DELLE GUERRE "ETICHE"

 

Dopo la conclusione della prima fase dell'intervento della NATO in Jugoslavia che rinnova l'egemonia americana nel Continente, "il modello neoliberista-americano" viene presentato sempre più come l'unico in grado di promuovere lo sviluppo in Europa continentale che sarebbe ancora ingessata dal Welfare e dalle politiche sociali di tipo keynesiano.
Tra coloro che si sono allineati su questa direttiva c'è certo il Presidente D'Alema e il suo Ministro del Tesoro Giuliano Amato che hanno già ottenuto un brillante risultato di stima prima rompendo con i sindacati e poi determinando un'astensione massiccia del popolo della sinistra che ha permesso a Berlusconi ed alla destra di incassare, dopo il 13 giugno, una nuova immeritata vittoria nell'ultima tornata elettorale del 27 giugno.
Questo disegno non è solo cinico e in contrasto con la storia economica di questo secolo ma è, a mio avviso, fondato su basi insussistenti. Vengono portate avanti, di solito, a riprova della superiorità del "modello" neoliberista americano il tasso di disoccupazione e il lungo periodo della congiuntura favorevole degli anni '90.
Io credo che bisogna domandarsi prima di tutto se il modello di sviluppo americano nelle sue caratteristiche fondamentali è comparabile ed esportabile in qualsiasi altra regione del mondo ed anche nell'Europa Occidentale. Bisogna poi stabilire se il modello economico americano sia nel suo elemento centrale un modello liberista o se non sia invece un caso particolare ed avanzato di intervento e di dirigismo statale. Ed infine bisogna domandarsi se i "successi" dell'economia americana di quest'ultimo decennio non siano soprattutto pagati dagli insuccessi e dai disastri prodotti in tutto il mondo, con varietà di modalità e situazioni, dopo la fine del bipolarismo, a causa della politica di dominio incontrastato degli Stati Uniti e del conseguente diffondersi del pensiero unico neoliberista attraverso i diktat delle istituzioni internazionali, da essi dominate, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale.


Mi si consentano tre ordini di osservazioni.

1. Livelli di occupazione, galere e caserme.

E' stato già altre volte affermato che le stime americane si basano su sistemi di rilevamento diversi rispetto alle statistiche europee ed in particolare che una grande massa di posti di lavoro, specie di recente formazione, è ottenuta a livelli salariali estremamente bassi, spesso al di sotto del livello di povertà. Ma bisogna sottolineare due altri aspetti.
"Il confronto tra le percentuali di disoccupazione degli USA e in Europa è assai più complicato di quanto si creda. La posizione europea è meno debole e quella Usa meno forte di quanto si legga per solito".
Così inizia un articolo dal titolo suggestivo: "Eurosclerosi e dinamismo americano" di Vincente Navarro, professore della Joan Hopkins University, pubblicato nella rivista Surplus.
Non starò qui a svolgere tutto il ragionamento voglio solo riportare alcuni dati contenuti nell'ultima tabella statistica proposta nell'articolo.


Confrontando e depurando con certosina pazienza i valori percentuali della disoccupazione e il numero dei carcerati si ottiene per gli anni '95 e '96 una percentuale dell'11,7 per gli Stati Uniti e del 10,4 per la media dei 4 paesi dell'Europa: Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna.
In realtà circa un milione e ottocento mila maschi adulti da 16 a 64 anni sono in carcere negli Stati Uniti. Per raggiungere questo modello dovremmo noi in Italia quintuplicare il numero degli attuali carcerati (anche se il Governo e il Parlamento italiano decidessero di mettere in prigione i deputati che sono stati salvati dalla richiesta di mandato di cattura, i mafiosi che sono stati scarcerati anche dopo condanne all'ergastolo in primo e secondo appello per decorrenza dei termini, le migliaia di condannati a cui sono stati concessi gli arresti domiciliari senza i controlli che in questi casi ci sono invece negli Stati Uniti non si raggiungerebbero certo le percentuali americane).
Questo tipo di riflessione era stata già formulata da Marcello De Cecco e da altri in vari articoli su Repubblica, suscitando un coro di sdegnate proteste.


Io mi permetto di sollecitare una ulteriore ricerca cioè quella di sommare ai carcerati il numero dei cittadini americani in età di lavoro occupati sia come secondini nelle carceri sia soprattutto fuori dalle carceri, specie nelle grandi città, per proteggere il ceto medio-alto dal dispiegarsi di una criminalità di massa (di cui il numero dei carcerati rappresenta un indice e che è conseguenza, secondo la maggioranza degli osservatori e dei sociologi, dell'esclusione ed emarginazione di almeno un terzo della popolazione degli stati). La spesa per le varie forme di polizia privata a difesa delle imprese e delle abitazioni dei cittadini più abbienti supera infatti la spesa sostenuta dallo Stato e dagli altri enti pubblici per il mantenimento dell'ordine pubblico. Per fare un esempio immaginiamo una grande città come Milano in cui vigilantes e metronotte superino la somma di carabinieri, poliziotti, finanzieri, etc. operanti nel territorio.


Il recente conflitto balcanico ha richiamato l'attenzione sulla potenza militare americana. Questa potenza si basa su un esercito di oltre 2 milioni di persone tra militari effettivi e impiegati civili della difesa, dotato di strumenti sofisticati e sparso per tutto il globo. Gli Stati Uniti, infatti, hanno mantenuto in piedi basi militari in tutti i paesi sconfitti nella II guerra mondiale: Germania, Italia, Giappone e Corea del Sud. Hanno dovuto abbandonare soltanto e per fondati motivi il Vietnam. Hanno allargato questo sistema di basi in altri paesi europei come la Spagna ed ora nei nuovi paesi aderenti alla NATO e già facenti parte del Patto di Varsavia. Dopo la guerra del Golfo si sono insediati in pianta stabile nel Kuwait e in tutti i paesi petroliferi del Medio Oriente ad esclusione dell'Iraq e dell'Iran. Con la guerra balcanica, infine, hanno stabilito presidi in Bosnia, Albania, Macedonia, Kosovo e Montenegro.


Questo enorme numero di militari tenuti in servizio in periodo di cosiddetta pace influisce certamente sul mercato del lavoro più di quanto non avvenga negli altri paesi del mondo e in particolare dell'Europa Occidentale e in Italia.
Non credo sia auspicabile e soprattutto possibile arrivare rapidamente in Europa ad occupare nelle caserme e nelle galere una percentuale così alta di potenziali lavoratori specie giovani.
Ma così come secondini, guardie giurate, vigilantes costituiscono l'occupazione indotta dall'alto numero di criminali carcerati e liberi l'occupazione indotta dall'apparato militare è ben più ampia e strutturalmente notevole.

 

2. 50 anni di keynesismo militare

Sull'influenza della spesa militare, sull'occupazione e sull'andamento del ciclo economico sono stati scritti molti saggi e volumi. In particolare si sono soffermati su questo autori della sinistra marxista più o meno vicini a Keynes.
Basta scorrere la collezione della rivista "Montly Review" di Baran, Swuezy, Magdoff, Huberman o gli scritti di O' Connor e in Italia quelli di Napoleoni per avere analisi e documentazioni di questo fatto. Ma si tratta di scrittori della sinistra marxista e quindi non sono ritenuti attendibili.
Vorrei perciò citare un economista americano che più democratico non si può (nel senso della sua appartenenza al partito democratico da Kennedy a Clinton) J. K. Galbraith. Egli così scrive: "Sebbene la recessione del 1937 rendesse rispettabili le idee di Keynes a Washington i provvedimenti per alleviare la disoccupazione (New Deal, NRA, TVA, etc.) erano sempre fiacchi. Nel 1939 l'anno dello scoppio della guerra in Europa, in America vi erano 9 milioni e mezzo di disoccupati. Era il 17% della forza lavoro. L'anno dopo la percentuale dei disoccupati era ancora del 14,6%. La guerra portò di colpo al rimedio keynesiano. Le spese raddoppiarono e poi raddoppiarono di nuovo e il deficit pure. Prima della fine del 1942 la disoccupazione era minima e in molti posti c'era scarsità di mano d'opera.
Si può guardare a questa storia da un altro punto di vista. Hitler, dopo aver posto fine alla disoccupazione in Germania, ( ) si era mosso per porvi fine anche tra i suoi nemici. Egli fu il vero protagonista delle idee keynesiane."
"Le spese in armamenti - il ciclo di progettazione, produzione, obsolescenza, sostituzione - è servito allo scopo. Una volta lo definii keynesismo militare."
J. K. Galbraith "L'età dell'incertezza" pagg. 214 e 251.

 

A questo "keynesismo militare" da allora gli Stati Uniti non hanno mai rinunziato malgrado tutte le professioni di fede liberista.
A partire dall'avvento di Truman dopo la morte di Roosevelt ("dottrina Truman" enunciata il 12 marzo 1947) essi hanno utilizzato lo strumento dell'intervento e della spesa pubblica militare anche in deficit per assicurare una domanda effettiva che tenesse in tensione l'economia americana cioè assicurasse alle imprese fondamentali un flusso di ordinativi tali da garantire pieno impiego degli impianti, finanziamento e sviluppo della ricerca da riversare poi anche sulle produzioni cosiddette civili, e piena occupazione in settori vitali che hanno trainato il resto dell'economia americana. Da questo punto di vista l'economia americana è la più dirigistica di tutte le economie dei paesi industriali avanzati dell'occidente e dell'oriente. Non è solo la quantità, pur notevole, della spesa militare che determina una domanda effettiva, ma è la qualità di questa spesa soprattutto per quanto concerne lo sviluppo dell'industria degli armamenti ad influire ed orientare ciclo economico e politica industriale.
Il Sole 24 Ore del 17 luglio 1999 ha riportato notizia di una rivoluzione "molecolare" eccezionale che potrebbe presto cambiare il volto dell'informatica. "Questa scoperta spiana la strada per una nuova scienza battezzata "molettronica" (elettronica molecolare) e apre nuovi, immensi orizzonti per il settore dell'informatica, della medicina e della ricerca scientifica senza parlare delle applicazioni militari. Uno dei principali finanziatori della ricerca è stato infatti il Pentagono." "E' questo il primo passo della creazione di un computer 100 miliardi di volte più veloce di quelli attuali".


La situazione di avanguardia in cui si trova l'industria americana nei settori di punta è dovuta a questo tipo di ricerche e di stanziamenti, basta pensare al rapporto tra nucleare militare e nucleare civile, tra guerra chimica (Vietnam) e sviluppo dei pesticidi in agricoltura, aeronautica militare e sviluppo dell'aeronautica civile, industria elettronica aerospaziale, informatica, posta elettronica, Internet, etc. sono tutte derivazioni di ricerche effettuate a totale carico dello Stato e nel più rigoroso segreto (naturalmente militare) e che pongono l'industria americana in condizioni di estremo vantaggio rispetto alle industrie degli altri paesi più avanzati che vedono persino limitati da accordi internazionali sollecitati dagli Stati Uniti i finanziamenti pubblici destinati alla ricerca. Se gli stanziamenti per la ricerca decisi dal Pentagono per uno di questi settori fossero stati riversati, ad esempio, nella ricerca per prevenire e combattere il cancro forse a quest'ora questa malattia sarebbe già stata debellata. Ma la stragrande maggioranza dei fondi per la ricerca scientifica, che interessano le principali università e centri di ricerca americani, sono decisi dal Pentagono e dal complesso militare industriale e non da un organismo democratico sottoposto al controllo popolare come il Parlamento.


C'è da aggiungere che praticamente anche tutto il sistema dei prezzi pagati dall'amministrazione militare all'industria sfugge ad ogni controllo di mercato. Esiste cioè un settore dell'economia americana in cui investimenti per la ricerca, quantità prodotte e prezzi vengono determinati fuori da ogni regola economica di mercato, fuori da ogni controllo pubblico in condizioni analoghe, se non più rigorose, di quelle in cui operavano le industrie militari dell'ex URSS "impero del male".
Il keynesismo militare iniziato con la seconda guerra mondiale si è sviluppato con la guerra fredda.
Come ci ricorda bene Arrighi nel suo libro "Il lungo XX secolo" pag. 387.

 

"..Il nuovo indirizzo politico che essi (cioè il segretario di Stato Acheson e il capo del Policy Planning Staff Paul Nitze) proposero - n.d.r. a Truman - un massiccio riarmo da parte di Stati Uniti ed Europa - fornì una brillante soluzione ai principali problemi della politica economica statunitense. Il riarmo interno avrebbe fornito un nuovo mezzo per sostenere la domanda, svincolando l'economia dall'esigenza di mantenere un'eccedenza nelle esportazioni. Il sostegno militare all'Europa avrebbe fornito uno strumento per continuare a garantirle aiuti anche dopo la conclusione del Piano Marshall. E la stretta integrazione delle forze militari europee e americane avrebbe fornito lo strumento per impedire che l'Europa, in quanto regione economica, si isolasse dagli Stati Uniti".
Il filo rosso degli investimenti militari comincia con la guerra in Corea e si snoda per tutta la durata della guerra fredda passando per il Vietnam (le due date segnano profondamente il trentennio di maggiore sviluppo dell'economia mondiale in cui la spesa bellica americana fu la locomotiva che trainò la ricostruzione e lo sviluppo industriale della Germania, del Giappone, dell'Italia e di tutti gli altri paesi che uscivano in condizioni precarie dalla II guerra mondiale).

Tutti i Presidenti che tentano vie di coesistenza pacifica foriere di riduzione di queste spese sono spazzati via anche se con metodiche diverse (da Kennedy al Nixon che fa l'accordo del Vietnam e l'apertura alla Cina). Dopo la caduta del muro, l'armistizio di Gorbaciov e la resa senza condizioni di Eltsin il riarmo continua, la politica militare continua, non c'è una riduzione sostanziale delle spese belliche ma solo piccoli ritocchi in termini reali mentre in termini nominali la spesa bellica continua ad aumentare anche nel primo periodo di Clinton. Le sue velleità riformistiche sono subito bloccate prima dai successi elettorali repubblicani poi dalle lobby del sistema militare industriale. Come è cronaca di questi ultimi tempi Clinton riesce a farla franca dalla procedura di impeachment senza dimissioni alla Nixon solo perché inaugura una nuova fase con l'aggressione nel Golfo e con la guerra balcanica. In conseguenza a questi fatti propone per il bilancio del 1999 nuovi enormi aumenti per gli stanziamenti militari sia per stipendi sia soprattutto per il riarmo che superano in tutti i sensi i livelli della guerra fredda. La commissione bilancio della Camera con una maggioranza "bulgara" di repubblicani e democratici ha approvato di recente il finanziamento delle "guerre stellari" abbandonato in seguito agli accordi tra Reagan e Gorbaciov.


Anche nel periodo reaganiano, il periodo in cui la coppia Reagan-Busch (direttore della CIA) lanciò sul piano ideologico mondiale la teoria e la pratica del neoliberismo, il keynesismo militare è stato pienamente applicato. Si può ricordare che la spesa pubblica militare più alta 1981-987 corrisponde al secondo mandato del liberista Reagan. La terza in ordine di grandezza corrisponde al penultimo anno della presidenza Johnson mentre era in corso l'intervento statunitense in Vietnam, come ricorda Sergio Finardi su Alternative Europa del maggio 1999. Il debito pubblico prevalentemente rivolto all'estero è aumentato come non mai nella storia degli Stati Uniti per finanziare la seconda fase della guerra fredda, quella finale che doveva portare alla resa dell'URSS, "per sfinimento" come ebbe a dire icasticamente Norberto Bobbio.


Accanto a questa politica della domanda effettiva militare di tipo keynesiano si è sviluppata una politica dell'offerta basata sulla riduzione delle imposte per le imprese e per i ceti medio-alti e sul taglio progressivamente sempre più accentuato delle spese sociali. Cioè gli Stati Uniti hanno potuto nel periodo Reagan-Bush attuare contemporaneamente due tipi di politica economica: quella dello sviluppo della domanda effettiva del settore militare e quella neoliberista del settore civile, come due facce della stessa medaglia: "warfare contro welfare" come dicono gli esponenti della sinistra americana. Nessun altro paese al mondo può permettersi di condurre una simile politica. E tanto meno possono farlo i paesi dell'Europa occidentale che negli ultimi 50 anni sotto la spinta del movimento operaio interno socialisti e comunisti in Italia specialmente e sotto la pressione esercitata dall'URSS che ha aumentato enormemente il potere contrattuale delle organizzazioni operaie e dei partiti di sinistra nei confronti delle rispettive borghesie, hanno costruito sistemi di stato sociale avanzato che hanno garantito non solo un'estensione dei diritti sociali di cittadinanza sconosciuti ad una parte notevole del popolo americano, ma anche la principale fonte di occupazione soprattutto nei settori della scuola, della sanità, della cultura ed ora dell'ambiente man mano che l'aumento della produttività del lavoro industriale faceva stagnare e poi ridurre ogni possibilità di aumento in questo settore.
Estrapolare ed imporre a questi paesi la politica neoliberista americana significa condannarli ad un ristagno economico, politico e culturale, ad una posizione di debolezza e di subordinazione che è uno degli obiettivi appunto della politica americana.


In questo senso l'attuale spinta americana al neoliberismo (fatta propria in Europa sconsideratamente anche da forze con tradizioni socialdemocratiche), ha ricordato a più di uno storico il liberismo propagandato e imposto dall'Impero inglese nell'800 e nei primi del '900 attraverso la politica delle cannoniere (la guerra dell'oppio) come strumento per mantenere una posizione dominante già acquisita. Certo è paradossale il fatto che proprio il governo americano che più di tutti esercita, attraverso il keynesismo militare, un dirigismo totale in settori vitali dell'economia del suo paese si possa presentare nella propaganda a livello mondiale come il "paladino" della libertà di impresa e di commercio. E' ancora più paradossale che ampi settori della sinistra, non solo socialdemocratica e moderata, accettino di discutere su questo terreno senza preventivamente denunziare la frode propagandistica che sta alla base di tutto il castello del pensiero unico. Se provassimo tutti a sinistra a cominciare il discorso sulla fase attuale del capitalismo nella sua forma di globalizzazione, mondializzazione, etc. partendo da questo aspetto della politica economica del paese dominante forse sarebbe più facile individuare alleanze con interessi colpiti, mobilitazioni sociali ed ideali, internazionalizzazione dei movimenti, programmi e rivendicazioni capaci di isolare il nucleo dirigente e determinante dell'imperialismo americano.
Il "keynesismo militare" nella misura in cui costituisce il fondamento su cui è basata tutta la struttura economica degli Stati Uniti determina anche profonde modificazioni nel tipo di società, di organizzazione dello Stato, di equilibrio di poteri con sempre maggiore peso nella vita della nazione e quindi nella vita internazionale dei gruppi dominanti il sistema militare industriale.


L'adesione corporativa a questo tipo di politica dei lavoratori (operai, tecnici, ricercatori) impegnati nel settore militare allargato spezza il blocco storico delle forze democratiche americane basate sul potere dei sindacati, indebolisce e snatura il ruolo del partito democratico, favorisce con ciò l'emarginazione economica, sociale e politica crescente di una parte notevole della società (causa questa anche dell'insorgere della criminalità diffusa di massa, rende sempre più estranea e priva nel fatto del diritto di voto la grande maggioranza dei cittadini americani potenziali elettori).
Questo fatto costituisce in primo luogo un grave pericolo per i cittadini e la democrazia americani. Si avverte sempre più una diminuzione del potere delle istituzioni della democrazia e dell'affermarsi di un potere più continuo e permanente capace di progettare a lunga scadenza linee di sviluppo di politica interna ed internazionale, di sviluppo industriale, di condizionamento della ricerca scientifica e quindi dell'istruzione superiore, dell'orientamento dei mass media non subordinato a nessuna forma di controllo democratico. Un gruppo dirigente "legibus solutus" in gran parte operante fuori dalla legge scritta e dalle consuetudini tradizionali di governo democratico, anzi, capace di contrastare e condizionare ogni persona ed ogni potere democratico operante in modo non conforme con i propri fini.

Capace di esercitare un ruolo decisivo nell'orientamento dell'opinione pubblica attraverso i mass media. Una rilettura del libro di George Orwell "1984" scritto nel 1946 permetterebbe di individuare le linee in cui un simile potere si muove e cerca di imporre i propri orientamenti agli Stati Uniti ed al mondo (una forma di potere perciò di tipo totalitario e fascista). Orwell in questo libro quasi anticipa gli strumenti nuovi di questo dominio: dallo schermo interattivo per orientare e controllare i cittadini alla pratica del "revisionismo storico" .
Certo è chiaro che nel popolo americano ci sono ancora grandi forze democratiche, nella struttura economica e sociale ci sono interessi che sono non solo non compromessi ma potenzialmente ostili e danneggiati dagli interessi e dalle azioni del complesso militare industriale, così come ci sono nel mondo, dopo 150 anni di lotte per il socialismo e la democrazia e dopo la caduta delle vecchie forme di imperialismo e colonialismo e l'emergere di nuove gigantesche strutture sociali, dopo i tentativi di accorpamento più vasto che superino le divergenze storiche nazionali tra paesi di una stessa area a cominciare dall'Europa, dopo le modificazioni strutturali determinate dalle conquiste dello stato sociale ci sono forze che si oppongono a questo disegno. Questo disegno costituisce certo un grave pericolo, come si è visto di recente nelle guerre del Golfo e dei Balcani, per la pace e per la libertà e il progresso di tutta l'umanità. Qualunque ricostruzione di un "comune sentire" della sinistra, a cominciare da quelle forze che si richiamano alla cultura del Manifesto di Marx e di Engels, non può che partire dall'individuazione di questo nuovo pericolo di fascismo e di guerre.

 

3. Il dollaro di carta vale più dell'oro. Ovvero come le spoglie del vinto arricchiscono il vincitore.

Il finanziamento di questa politica di spesa militare in deficit (il debito americano è aumentato in modo travolgente proprio nel periodo neoliberista di Reagan e di Bush) è finanziato, com'è noto, attraverso prestiti in dollari ottenuti sul mercato internazionale. Attraverso questo meccanismo gli esuberi dei paesi esportatori di petrolio (i petrodollari), gli avanzi della bilancia commerciale dei paesi esportatori negli Stati Uniti, a cominciare dal Giappone, vengono investiti in buoni del tesoro americani permettendo così al risparmio americano di affluire verso la Borsa e verso il finanziamento degli acquisti di beni durevoli. E' noto anche come l'altalena del dollaro sui mercati valutari influisca positivamente per gli Stati Uniti in tutta questa manovra.
Ma io voglio qui sottolineare un aspetto particolare di questo ricorso al risparmio internazionale a favore dell'economia americana.


La stampa di un biglietto verde da 100 dollari costa al governo americano 10 centesimi di dollaro (185 lire) e viene venduto a 185 mila lire. Il governo americano non si limita a stampare la quantità di dollari necessari per il funzionamento del mercato americano ma ne stampa tre o quattro volte di più perché il dollaro, pur essendo di carta e pur non avendo a partire dal 1972 nessun riferimento a riserve più o meno auree, in tutto il mondo è accettato sia come moneta per determinati tipi di scambi (il turismo ad esempio) sia anche come moneta da tesoreggiare, cioè da mettere sotto il mattone, specie nei paesi sottoposti a processi inflazionistici galoppanti.
Gli Stati Uniti sono l'unico paese che può permettersi di collocare all'estero dei titoli per centinaia di miliardi di dollari senza pagare nessun interesse. Se un qualsiasi paese del mondo avesse stampato in proporzione questa quantità di biglietti sarebbe stato travolto da un'inflazione a due o tre cifre.
Il più lungo periodo di crescita costante dell'economia americana dalla fine della II guerra mondiale è quello iniziato nei primi anni '90 e non se ne vede la fine. Questo periodo è stato dominato dal crollo del bipolarismo e dall'affermazione degli USA come unica super potenza a livello mondiale.
Questo fatto è senza conseguenze economiche?


In occasione della nuova crisi russa i giornali hanno riportato che dopo la sconfitta della guerra fredda e l'apertura al mercato internazionale si calcola che siano tesoreggiati dalle famiglie e da altri soggetti della Russia oltre 50 miliardi di dollari di carta, una delle cause dell'inflazione galoppante e della svalutazione del rublo. E' questo uno dei tributi che la Russia paga al vincitore dopo l'armistizio di Gorbaciov e la successiva resa senza condizioni di Eltsin e dei cosiddetti riformatori liberisti (ci sono poi le ipoteche dei grandi monopoli internazionali sulle ricchezze naturali dell'ex Unione Sovietica. Ma il fatto più grave è l'emigrazione, specie in USA e in Israele di migliaia e migliaia di scienziati e di tecnici di altissimo valore che avevano permesso per quasi mezzo secolo di sostenere dal punto di vista tecnologico il confronto con l'industria militare americana, e i segreti scientifici e tecnologici che lo sfascio dell'apparato statale russo ha permesso di saccheggiare impunemente).
Altro che aiuti! Le ricette neoliberiste dell'FMI sono servite ad inchiodare il popolo e l'economia russa.
In che misura questo saccheggio costituisce uno dei motivi dell'attuale lunghissimo ciclo ascendente dell'economia americana?


Tanto più che in questi 10 anni si è accresciuto notevolmente il peso degli USA sulla politica e sull'economia dell'intero mondo. Il dollaro di carta ha continuato ad invadere sempre nuove aree, come sanno bene tutti coloro che sono andati anche a Cuba. (Dal '93 al '97 l'ammontare delle banconote emesse dagli USA è passato da 431,4 miliardi di dollari a 575,1 con un aumento di circa il 25%. Nello stesso periodo in Francia l'emissione di banconote è passata da 280,7 a 292 miliardi di franchi con un aumento del 4%. In 5 anni per gli Stati Uniti si tratta dell'emissione di 143,7 miliardi di dollari cioè oltre 244.000 miliardi di lire - Dati della BIS - Bank for International Settlements -dicembre '98).


E' da domandarsi a questo punto se il conflitto balcanico e l'occupazione militare della NATO in pratica di tutti i paesi della ex Jugoslavia e dell'Albania ad esclusione della Serbia non porterà ad una nuova invasione di dollari di carta. Le cronache drammatiche dei rifugiati del Kosovo hanno svelato che alla base dell'economia di queste regioni c'erano le rimesse degli emigrati essenzialmente accumulate in modo primitivo attraverso il tesoreggiamento di marchi tedeschi che sono serviti a pagare tutte le intermediazioni più o meno mafiose che hanno permesso a centinaia di migliaia di kosovari di rifugiarsi fuori dai confini del loro paese. Cioè si è visto che tutto il territorio della ex Jugoslavia, come in gran parte era avvenuto per l'Ungheria, la Boemia e la Slovacchia e la Polonia era dominato dalla banconota tedesca utilizzata come strumento sia di tesoreggiamento che di scambio.


L'ingresso in forza delle truppe americane e degli apparati della NATO con le loro spese potrà modificare questo rapporto preferenziale tra marco (dal 1° gennaio 1999 Euro) e il dollaro?
I trafficanti che hanno assorbito i marchi dei rifugiati li trasformeranno in dollari?
Si determinerà una nuova preferenza dei risparmiatori verso il dollaro a detrimento del marco?
L'avanzata e la conquista militare avrà ripercussioni anche monetarie?
Anche per questa via non si determina una nuova difficoltà per l'Euro?
Sono tutti interrogativi che partono dall'esperienza di questi ultimi anni.
Del resto tutti i vincoli internazionali degli Stati Uniti sono messi in discussione: dal pagamento delle quote dei contributi all'ONU, dalla gestione della crisi asiatica, dal rifiuto di ogni vincolo ambientale richiesto dalle conferenze internazionali di Rio de Janeiro, di Kyoto ed attuato sotto la spinta delle opinioni pubbliche dei paesi europei, dagli interventi sempre più conformi agli interessi ed all'orientamento del Fondo Monetario Internazionale fino alle sanzioni unilateralmente applicate nei confronti delle imprese anche europee e giapponesi che osano infrangere gli embarghi stabiliti dagli USA verso Cuba, verso la Libia, verso l'Iraq, etc. In molti si pongono la domanda se lo sviluppo americano non sia speculare alle crisi, che vanno verificandosi in tante parti del mondo, ed alle difficoltà che incontrano i principali partners economici degli Stati Uniti cioè l'Europa ed il Giappone.


In ogni caso risulta chiaro che alla base della potenza economica americana e dell'attuale lunga congiuntura favorevole, dello stesso livello dell'occupazione stanno motivi non riproducibili in nessun paese dell'Europa occidentale (e del mondo) e oggi nella stessa Unione Europea. Anzi è da porsi la domanda se questa congiuntura favorevole è causata dalla politica neoliberista o si verifica malgrado gli effetti di questa politica che, come è avvenuto in Europa a causa delle restrizioni di Maastrich, non può che contribuire a produrre riduzione della domanda dei beni di consumo, disoccupazione e stagnazione. In ogni caso questa politica colpisce in primo luogo il popolo americano e soprattutto quella parte di esso che è privata dei più elementari diritti sociali. Lo stesso Clinton ha ricordato a D'Alema che 18 milioni di cittadini americani sono sprovvisti di ogni copertura medica paragonabile a quella a cui ha diritto in Italia l'ultimo immigrato dal momento in cui sbarca da un gommone sul suolo italiano.


Numerosi osservatori aggiungono che più di un terzo dei cittadini americani hanno un trattamento per quanto riguarda la scuola e la sanità inferiore a quello di cui gode tutta la popolazione di Cuba malgrado l'embargo soffocante.
In ogni caso questa politica non può essere esportata in Europa perché mancano i presupposti economici fondamentali.
La ricetta reganiana in Europa non e passata quando a portarla avanti sono stati i governi di destra, da Berlusconi a Kohl, sia, bisogna ricordarlo, quando questa politica fu sposata negli anni '70 e '80 in Germania e Francia dal Cancelliere Schimdt e dallo stesso Mitterand.


Chi proclama, come Blair, Schroeder (dopo avere eliminato Lafontaine e la sua linea in modo oscuro, che ricorda il complotto contro Willy Brandt gestito dai servizi segreti americani a favore della destra socialdemocratica,) come D'Alema e Amato l'attacco allo stato sociale e il neoliberismo viene immediatamente colpito in modo fulminante dal popolo alla prima occasione (da Bologna, alla Saar, al Brandeburgo). L'unica politica di sviluppo economico che si può realizzare in Italia e in Europa è quella basata sull'aumento della domanda effettiva prodotta dagli aumenti salariali, dalla riduzione di imposte sui redditi medio-bassi, dalla tassazione delle rendite, e dei redditi e patrimoni più elevati, dalla riduzione dell'orario di lavoro, dall'aumento dell'occupazione nella scuola, nella sanità, nell'assistenza sociale, nella gestione dell'immenso patrimonio culturale che i secoli ci hanno lasciato, nella difesa dell'ambiente. E' un caso che l'unica sinistra di governo in Europa risparmiata dal ciclone del 13 giugno dovuto all'astensione del popolo della sinistra sia quella francese dove una simile politica è stata tenacemente portata avanti.


Certo questo ritorno alla politica di sviluppo sociale dei primi tre decenni dopo la II guerra mondiale non può essere riproposta oggi tale e quale. Anche perché ci sono fatti nuovi come l'istituzione dell'Euro che pagata a caro prezzo può rappresentare una fonte di finanziamento di una politica sociale e di sviluppo neokeynesiana e un modo di collegamento anche con altri importanti aree del mondo che vogliono sottrarsi al dominio incontrastato del dollaro.
In questo quadro grande è la responsabilità delle forze della sinistra critica e alternativa, dei sindacati e di quanti avvertono la debolezza e il ritardo del nostro Paese in questa così delicata fase della vita dell'Europa e del mondo. Essi hanno l'obbligo di proporre non solo all'interno del proprio paese e per tutta l'Europa attualmente riunita nell'Unione Europea, ma per tutta l'Europa nei suoi confini naturali, dall'Atlantico agli Urali, un progetto di democrazia e di società che porti avanti le conquiste fondamentali realizzate dai lavoratori europei in questi 150 anni e che faccia dell'Europa uno dei poli in cui si articolerà il progresso dell'umanità nel prossimo millennio.