IL PETROLIO, L’AMBIENTE, L’EURO E IL DOLLARO.

 

 

L’aumento del prezzo del petrolio ha richiamato alla memoria i periodi più neri, nel ‘72 e nel ’79, in cui il rialzo del prezzo del greggio contribuì a determinare, soprattutto nei paesi industrializzati dell’occidente, e specialmente in Europa e Giappone, depressione e inflazione. Questo periodo coincise  con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro e quindi con la fine degli accordi di Bretton Woods proclamata dal Presidente americano Nixon. Nell’attuale congiuntura i governi dell’Europa occidentali e quello italiano in particolare si sono rivelati incapaci di fronteggiare quest'ondata di aumenti che formalmente è determinata da una decisione dell’OPEC, allargata alla Norvegia ed a qualche altro piccolo produttore,  sostenuta ed amplificata dalle grandi multinazionali del petrolio che stanno avvantaggiandosi  al di là degli stessi aumenti decisi dai paesi produttori di fronte alla assoluta incapacità dei governi dei paesi europei e dell’Italia ma anche del Giappone, di  imbastire una qualche politica di contenimento e di contrasto. Il governo in Italia se l’è presa con i benzinai e poi il Ministro dell’Ambiente ha proposto di ritornare alle domeniche senza auto, misura certamente utile a ridurre l’inquinamento atmosferico sia pur di poco, ma insufficiente a risolvere il problema se non inquadrata in un’organica nuova politica energetica, pietra angolare di ogni programma di sviluppo sostenibile.

Per cercare di comprendere che cosa accadde allora (e che cosa può accadere oggi) cerchiamo di fare alcune considerazioni sugli effetti che ebbero quegli aumenti che si rivelarono eccessivi e del tutto lontani da ogni realtà economica. Il prezzo del petrolio dovrebbe tendere ad adeguarsi al suo costo di ricerca, coltivazione e trasporto, invece, allora il prezzo salì ad oltre 30 $ il barile, quasi 10 volte più il costo.

La prima conseguenza fu che il rapporto tra l’andamento del PIL e quello dei consumi energetici, che prima del ‘72 era superiore all’unità scese al di sotto di questa, cioè si determinò un effetto di risparmio energetico sia nei processi produttivi industriali sia nei trasporti, etc. Furono così ridotti gli sprechi energetici che nei paesi industrializzati erano stati allegramente consentiti dal basso prezzo dei prodotti (da questa osservazione è sorta tra le forze ambientaliste la proposta di istituire una carbon tax che portasse il prezzo al consumo a livelli tali da favorire il risparmio energetico).

La seconda conseguenza fu che entrarono in produzione nuove zone petrolifere, in particolare per noi europei nel Mare del Nord. In conseguenza l’Inghilterra, che era uno dei principali paesi importatori di petrolio, divenne autosufficiente e persino esportatore  ed ancora di più divenne esportatore la Norvegia.

In terzo luogo si aprì un dibattito tra economisti, ambientalisti e uomini di governo sulle alternative al petrolio. Scartata l’ipotesi, per la vivace resistenza del movimento ambientalista in Italia specialmente, del ricorso al nucleare o al carbone come alternativa al petrolio, si sviluppò una politica di sostituzione di questo con il metano attraverso la costruzione di grandi metanodotti che fecero affluire in Italia ed in Europa il gas dell’Algeria e soprattutto dell’Unione Sovietica, degli Urali, ed ebbe inizio un periodo in cui il rapporto del bilancio energetico nazionale tra petrolio e metano si andò modificando a favore di questo.

Oggi finalmente, rimosso l’embargo alla Libia, potrà essere completato l’approvvigionamento di questo combustibile che è certamente meno inquinante del petrolio, facile da trasportare, fino all’ultimo consumatore, attraverso la rete dei gasdotti senza intasare di autocisterne il traffico e che ha un tasso di inquinamento molto inferiore. Assieme ai giacimenti dell’Olanda, del Marte del Nord e quelli esistenti in Italia questa possibilità di collegamento con i giacimenti degli Urali (che hanno lo stesso peso per quanto riguarda il metano proporzionalmente a quello che hanno i giacimenti dell’Arabia Saudita per il petrolio il che rende il rapporto tra l’Europa e la Russia indispensabile dal punto di vista geopolitico) rappresenta per i prossimi decenni l’avvenire della trasformazione energetica dell’Italia e dell’Europa.

In quarto luogo si iniziarono una serie di tentativi che facevano ricorso a fonti energetiche riproducibili  non inquinanti come il solare, l’eolico, le biomasse, etc.

In alcune parti d’Europa per motivi oggettivi e soggettivi (per esempio l’uso dell’energia eolica in Olanda sta trasformando il paesaggio prima caratterizzato dai mulini di tela e legno) si è sviluppato in maniera particolare.

L’aumento del prezzo del petrolio portava ad altre conseguenze di carattere finanziario: da un lato per i paesi produttori di petrolio con forti popolazioni e dotati di strutture statuali capaci di progettare uno sviluppo economico come l’Algeria, l’Iran, l’Iraq, la Libia, l’alto prezzo del petrolio servì a finanziare questo sviluppo attraverso l’importazione di prodotti ed impianti industriali da parte di paesi avanzati come l’Europa e il Giappone consumatori di petrolio. Il gettito delle esportazioni di petrolio fu invece adoperato dai paesi con scarsa popolazione e con grandi risorse petrolifere come l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati del Golfo per finanziare o l’acquisto di armi, soprattutto dagli Stati Uniti, o l’acquisto di valuta americana. Si formò così il circuito cosiddetto dei petrodollari per cui i paesi dell’Europa occidentale e il Giappone cercavano a qualunque prezzo dollari sui mercati finanziari per pagare le importazioni petrolifere e questi dollari si trasformavano in Buoni del Tesoro o altri depositi presso il sistema bancario americano, contribuendo così a saldare i grandi deficit del bilancio statale americano e quelli della bilancia commerciale provocati dalla guerra del Vietnam e dalla politica di riarmo in generale.

Si deve a questo congegno anche il fatto che pur dopo la dichiarazione unilaterale di inconvertibilità del dollaro, formulata da Nixon nei primi anni ‘70  e la conseguente fine degli accordi di Bretton Woods, il dollaro, senza più alcuna copertura, non venne travolto ma anzi prima resistette e poi ricominciò a risalire le quotazioni nei confronti di tutte le altre monete. Questo processo di sostituzione è stato però rallentato e persino bloccato dal fatto che negli anni ’80 forze potenti che dominano sia il mercato petrolifero sia l’economia mondiale hanno imposto una riduzione del prezzo del greggio che era ritornato all’inizio di quest’anno praticamente, tenendo conto delle svalutazioni intervenute di tutte le monete, ai livelli precedenti alla guerra del kippur.

Formalmente chi ha rotto l’accordo tra i paesi dell’OPEC tendente a limitare la produzione e tenere alti i prezzi è stata in tutti questi anni l’Arabia Saudita  che, essendo il massimo produttore e non rispettando le quote, ha messo in crisi il mercato petrolifero.

La ripresa di efficienza del cartello anche con l’adesione della Norvegia e degli altri paesi che non ne facevano parte non avrebbe neanche oggi nessuna efficacia ove l’Arabia Saudita e i suoi satelliti Emirati Arabi e Kuwait ritornassero a rompere, come negli anni ’80 e ’90, il cartello del petrolio. Oggi, anche più di 30 anni fa, questi paesi sono praticamente sotto il controllo dei poteri forti, militari, finanziari ed economici, degli Stati Uniti senza il cui bene placido non si sarebbe mai potuto riformare e irrigidire il cartello petrolifero.

L’aumento del prezzo del petrolio sta infliggendo colpi seri all’economia dell’Europa occidentale ed è una delle cause della perdita di competitività dell’euro rispetto al dollaro. L’euro è stato in questi ultimi mesi sottoposto, ad iniziativa dei poteri forti degli USA, ad una doppia pressione: da un lato l’aumento del prezzo del petrolio, come abbiamo detto, e dall’altro il triplice aumento dei tassi di riferimento da parte della FEN che ha allargato la forbice esistente tra i tassi di riferimento determinati dalla banca Europea e quelli americani.

La domanda che ci si pone oggi è se questi due avvenimenti: aumento del prezzo del petrolio ed aumento dei tassi di riferimento americani non siano una nuova fase della lotta degli Stati Uniti contro l’Europa per impedire il consolidamento dell’euro come moneta capace di entrare in concorrenza con il dollaro sia come moneta di riserva valutaria sia come moneta circolante nei paesi come la Russia, l’Europa dell’est e l’ex Jugoslavia dove a partire dalla caduta del muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’URSS circolano decine e decine di miliardi di dollari di carta ricercati dagli operatori e dai semplici cittadini come garanzia contro le ripetute svalutazioni del rublo e delle altre monete orientali.

Il premio Nobel per l’economia di quest’anno, Robert Mundell, in una sua intervista di sabato scorso su la Repubblica,  propone di fissare da qui a febbraio dell’anno prossimo dei tassi di cambio tra le aree monetarie principali: dollaro, yen ed euro in modo tale da fare perdere a questi ultimi ogni autonomia nei confronti del dollaro stesso.

Dopo tutti i sacrifici imposti ai lavoratori ed ai cittadini dell’Europa e dell’Italia per realizzare l’autonomia  monetaria dell’Unione rispetto al predominio ed alla prepotenza del dollaro si ritornerebbe alla stessa situazione di subordinazione in cui l’Europa si trovava rispetto al dollaro subito dopo la fine della II guerra mondiale quando era territorio distrutto ed in gran parte occupato militarmente (e lo è del resto ancora oggi) dalla potenza vincitrice.

Ma ritornando al problema più strettamente energetico io credo che bisogna subito porre mano ad una riflessione, all’elaborazione di proposte concrete e ad una mobilitazione di forze economiche e sociali per realizzare una politica energetica che risulti sostenibile per l’ambiente e che liberi l’Europa dalla dipendenza sia del dollaro sia del petrolio dominato dalle forze che abbiamo qui evocato.

Alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80 la sinistra italiana, entro cui cominciava a manifestarsi attraverso la Legambiente ed il WWF una coscienza ambientalista, riuscì ad imporre una riflessione nazionale sui problemi energetici attraverso le conferenze nazionali sull’energia e soprattutto a condurre battaglie che portarono alla vittoria dei  referendum contro il nucleare.

Nella nuova situazione, nella ripresa di coscienza di una parte degli esponenti del movimento ambientalista, della necessità di collegarsi alla sinistra di classe e politica per portare avanti la battaglia per uno sviluppo alternativo dell’economia e della società può essere utile riprendere la battaglia ambientalista partendo dalla considerazione che la questione energetica è il pilastro fondamentale di una politica di difesa dell’ambiente e di costruzione di una società nuova.

 

Nicola Cipolla