IL PREZZO DEL PETROLIO E LO SPIRITO DI KYOTO

 

 

L’andamento del prezzo del petrolio a livello internazionale sta richiamando l’attenzione dei media in questa estate anche per le conseguenze gravi e persino devastanti che può avere, immediatamente sul prezzo della benzina e in prospettiva sull’andamento dell’economia.

Quasi tutti i commentatori sono d’accordo nell’indicare cause immediate e anche strutturali che stanno dietro l’aumento del prezzo del petrolio: gli effetti della guerriglia in Iraq, le lotte di potere in Russia tra Putin e i magnati del petrolio, la speculazione che approfitta della situazione per giocare al rialzo, l’aumento dei consumi a livello internazionale con particolare riferimento alla Cina ed all’India.

A questo riguardo vorrei fare alcune considerazioni.

Gli accordi di Kyoto avevano sancito l’impegno di tutti i partecipanti, compresi gli Stati Uniti di Clinton, a ridurre le emissioni serra causate essenzialmente dall’uso dei combustibili fossili e in primo luogo dal petrolio attraverso pratiche di risparmio energetico e di sviluppo di fonti energetiche rinnovabili.

Come è noto l’amministrazione Bush, come suo primo atto, annunciò la volontà di non onorare la firma apposta da Clinton a quel trattato, peraltro limitato e insufficiente. In seguito a questa posizione gli accordi non sono entrati in vigore finora, anche perché la Russia di Putin, locupletata in questa stagione dall’aumento del prezzo del petrolio, rinvia la firma che permetterebbe il raggiungimento del quorum necessario per dare avvio formale a quegli accordi.

Ciò ha portato sotto la spinta di forze economiche industriali e nazionali interessate ad un rilancio dei consumi energetici in generale e di petrolio in particolare in tutti i paesi più  industrializzati  e soprattutto negli Stati Uniti.

Per capire le dimensioni del fenomeno basta riflettere su un dato riportato mercoledì 4 agosto su Il  Sole 24 ore che gli Stati Uniti, con il 5% della  popolazione mondiale,  consumano il 45% della benzina prodotta nel mondo, mentre in atto la Cina e l’India che superano il 40% della popolazione mondiale ne consumano poco più del 5%.

E’ da sperare che i dirigenti indiani e soprattutto cinesi siano capaci di operare nel settore del risparmio energetico e nell’uso di fonti alternative con la stessa sovrumana determinazione con cui i dirigenti cinesi hanno affrontato il problema della regolamentazione delle nascite. In caso contrario entro pochi anni con i ritmi di sviluppo della produzione industriale attuale la situazione del pianeta diventerebbe veramente insostenibile.

Il simbolo della politica di aumento dei consumi energetici e in particolare di benzina è dato dal fatto che quasi la metà dell’immenso parco di auto private degli Stati Uniti oggi è rappresentato dai cosiddetti SUV, cioè quella specie di veicoli di derivazione militare adibiti con pochi fronzoli ad uso, diciamo così,  civile e che consumano quasi il doppio delle pur energivore macchine che nel corso degli ultimi anni hanno sostituito in America (voglio die che a partire dalla prossima finanziaria bisognerebbe introdurre in Italia una forte tassazione su questo tipo di veicoli che si stanno diffondendo anche da noi).

E’ ovvio che i principali beneficiari di questo aumento sono le industrie petrolifere e i paesi detentori a qualsiasi titolo di queste risorse e per converso i più danneggiati sono i consumatori e i paesi, come l’Italia, che non possono sottrarsi a questo insostenibile pedaggio. Le industrie petrolifere esercitano un peso e una pressione notevole sui governi dei vari paesi industrializzati ed in particolare sull’amministrazione Bush i cui componenti, a partire dal Presidente e dal vice Presidente e da tanti ministri e rappresentanti provengono direttamente da industrie petrolifere in cui hanno svolto il ruolo di dirigenti di alto livello e naturalmente, secondo le regole del capitalismo americano, sono anche compartecipi dal punto di vista dell’azionariato delle stesse.

Certo il governo americano, oppresso da un doppio deficit della bilancia commerciale e del bilancio dello Stato,  ha interesse a valorizzare il prezzo del petrolio non solo nazionale (che rappresenta ormai una quota dei consumi nazionali) ma anche a livello internazionale (l’Iraq, il Kuwait e gli Emirato Arabi sono occupati militarmente dagli USA) ed anche le entrate che i paesi esportatori di petrolio ricavano dai paesi industrializzati non produttori (l’Europa e il Giappone in  particolare) per permettere loro di sottoscrivere con i ricavi del petrolio venduto a questi paesi i finanziamenti necessari al governo americano per pareggiare i suoi deficit ormai strutturali e storici (circuito dei petrodollari).

Ciò spiega tutta la politica americana nei confronti del Kuwait, dell’Iraq dei paesi del Caucaso ex Unione Sovietica, del sostegno ai contras del Venezuela, dell’intervento nella crisi della Nigeria, nella pressione costante su paesi come Libia e Algeria. Aumentare il controllo in varie forme sui paesi produttori di petrolio può contribuire a tenere sottomessi i paesi industrializzati non produttori che, specie dopo la caduta del muro di Berlino, hanno tentato di assicurarsi una maggiore autonomia politica, economica e finanziaria (l’EURO) nei confronti della declinante egemonia americana.

Queste considerazioni spingono ad una riflessione sul ruolo dell’Europa (che è stata determinante nel raggiungimento degli accordi di Kyoto), del movimento ambientalista come parte essenziale e determinante dell’orientamento del movimento No Global. Sulle iniziative da prendere anche  a livello europeo a partire dal prossimo incontro di Londra. Sulla caratterizzazione rosso-verde della “sinistra europea” con iniziative unitarie anche al Parlamento Europeo. A livello nazionale occorre una ripresa unitaria del movimento ambientalista che spinga, non solo avanti il programma di governo del futuro fronte del centro-sinistra ma che immediatamente utilizzi l’occasione della finanziaria per proporre unitariamente misure a favore dello sviluppo delle fonti alternative (in Sicilia, ad esempio,  sono stati già approvati impianti eolici  per oltre 1000 megawatt - un quinto dell’attuale potenza installata negli impianti elettrici siciliani ed anche migliaia di domande per impianti solari che non sono finanziabili con le attuali risorse). O come il ritorno alla funzione pubblica dell’ENI quale garante della concorrenza sul mercato come ai tempi di Mattei per ridurre il prezzo della benzina e sviluppare fonti energetiche alternative al petrolio a cominciare dal metano per autotrazione. Finanziamenti per sviluppare  gli investimenti per il risparmio energetico e la tassazione delle forme più evidenti e macroscopiche di spreco energetico e così via.

Una crisi petrolifera come quella attuale può produrre anche effetti favorevoli alla mobilitazione della coscienza ambientalista a condizione che le forze interessate la affrontino con lo stesso spirito con cui l’allora nascente movimento ambientalista italiano all’esterno ed all’interno del PCI affrontò il problema del nucleare che si voleva imporre come via d’uscita alla crisi del kippur, o con lo stesso slancio unitario con cui a Scanzano la popolazione ha lottato contro le conseguenze di un modello energetico pernicioso e inaffidabile.

 

Nicola Cipolla