L'esigenza posta da Pietro Ingrao
(Il Manifesto 27/2/97) di ricomporre una "sinistra larga" è
certamente condivisibile, anzi necessaria. Crediamo che le migliaia di azionisti
del Manifesto (noi siamo tra questi) la condividano e non sarebbe male, ad esempio
riconvocare le assemblee nelle varie città per discuterne e per discutere
in ruolo che il giornale può avere in questo processo (forse sarebbe
anche di una qualche utilità per rinvigorire il sostegno al giornale
stesso).
Siamo ovviamente d'accordo sulla centralità che la questione del lavoro
assume oggi in tutto il mondo e, per quel che ci riguarda da vicino, nei paesi
dell'Europa Occidentale. Ma che significa dire che la questione del lavoro è
"al centro della tempesta" e che la parola chiave di questo scontro
è la "flessibilità"? Significa semplicemente riconoscere
che il modo di produzione capitalistico ha riconquistato, per dirla con Marx,
il rango di produzione che decide della posizione di tutte le altre e i cui
rapporti decidono, quindi, del rango e dell'influenza di tutti gli altri. In
fondo non è forse la "flessibilità" del cosiddetto postfordismo
(specularmente agli alti salari del primo fordismo: Gramsci docet) un modo con
cui il capitale cerca di combattere la caduta tendenziale del saggio del profitto?
Varrebbe la pena di chiedersi se la ritrovata egemonia del modo di produzione
capitalistico fosse davvero un esito necessario. Se alle soglie del XXI secolo
le masse sono analfabete rispetto ai loro stessi processi riproduttivi, lo si
deve anche ad una sinistra che assai spesso si è attardata a criticare
lo stato sociale (e non solo le sue degenerazioni, criticabilissime, di matrice
democristiana) vedendone semplicemente lo strumento di integrazione di una "aristocrazia
operaia" nelle secche della "affluent society", senza scorgere
nemmeno lontanamente l'innovazione sul terreno dei rapporti di produzione cui
questo metteva capo. Quanti, a sinistra, hanno discettato di "crisi fiscale
dello stato " senza avvedersi che la spesa pubblica costituiva lo strumento
peculiare con il quale lo stato appropriava alla collettività i frutti
del progresso tecnico? Quanti hanno compreso che questo era un passaggio necessario
perché gli "esuberi strutturali" del sistema capitalistico
fossero posti in condizione di produrre per tutti i cittadini una "ricchezza"
(la salute, l'istruzione, la cultura, una informazione libera, il sistema dei
trasporti, l'ambiente non sono una merce valutabile e cifrabile in termini di
P.I.L.) che il capitale non avrebbe mai prodotto e di cui essi non avrebbero
mai goduto? Quanti hanno compreso che lo stato sociale creava, non solo nuovi
diritti, ma anche strati di lavoratori praticamente nuovi (la quantità
diventa qualità) disponibili per una strategia di avanzamento di una
nuova società e comunque pronti a scendere in campo come dimostrano le
grandi lotte degli anni '90 in Italia ed in Europa contro ogni tentativo di
riduzione e di mercificazione del loro lavoro e del loro ruolo nella società?
L'effetto di questo misconoscimento è proprio la ritrovata egemonia del
modi di produzione capitalistico (il mito dell'imprenditore) e la disoccupazione
di massa che investe i paesi occidentali è "il prezzo" che
il capitale, ciecamente, cerca di imporre per costringere la produzione materiale
entro i confini, sempre più esigui, della propria capacità di
valorizzarsi. Si intende, ragionando sulla base di categorie come quelle, attualmente
assai in voga, di "capitalismo cognitivo" o di "produzione di
merci a mezzo di linguaggio", tutto ciò scompare e si finisce con
l'immaginare che il capitalismo sia dotato di una capacità di espansione
(e di integrazione sociale) che non solo Marx ma nemmeno Keynes gli riconosceva.
Un potere più ampio di quello già troppo grande che possiede.
E la conseguenza logica diviene il ripiegamento etico su sé stessi alla
ricerca di luoghi verso i quali "fare esodo" per sperimentare modalità
di relazioni non mercificate. Ma è davvero così? O non si tratta,
per riprendere Gramsci, di escludere a priori la possibilità di trasformazione
del "gruppo subordinato in dominante"?
Oggi la possibilità di ricomporre una sinistra "larga" passa
attraverso la risposta ad un quesito: se cioè in questi cinquant'anni
trascorsi dal dopoguerra ci siamo effettivamente impoveriti (come dicono i soloni
della Confindustria) ovvero siamo diventati talmente ricchi da aver bisogno
di una riorganizzazione generale delle nostre forme di relazione. Quesito cui
si lega indissolubilmente l'altro concernente il responsabile del nostro impoverimento
o del nostro arricchimento, vale a dire lo stato sociale. Anzi, si potrebbe
dire che nel modo in cui si risponde a queste domande si articola la discriminante
tra "destra" e "sinistra". Vale a dire che, se si è
convinti che siamo più poveri (e che lo stato sociale è l'artefice
di questa nostra povertà, di cui il debito pubblico è la manifestazione
più lampante), diventa conseguenziale ragionare "à la"
D'Alema, mettere sotto accusa, non Cofferati, ma la lotta dei lavoratori in
difesa dei loro diritti, e ritenere che la "flessibilità" sia
lo strumento necessario per ridar fiato all'unico agente capace di creare ricchezza
- l'impresa capitalistica - in un'epoca segnata dall'apertura delle frontiere
e dalla competitività totale -. Se invece si è convinti che lo
sviluppo dello stato sociale ci ha reso portatori di una ricchezza "potenziale2
che non riusciamo a trasformare in "effettiva" a causa della nostra
pretesa di continuare a praticare i rapporti sociali nei quali siamo tuttora
immersi, il discorso cambia radicalmente. Ma nel senso che, muovendo dal riconoscimento
che il capitale non può essere più l'agente principale dell'integrazione
sociale (perché, già per lunghi decenni di questo secolo, almeno
completamente non lo è stato più) dobbiamo pur adoperarci per
conquistare il tempo necessario per costruire qualcosa di adeguato alla sua
indubbia grandezza.
Noi non pensiamo in materia di stato sociale che sia possibile, nella fase attuale,
una pollitica di mera difesa dei risutati, importanti per l'umanità,
già acquisiti, anche perché, proprio per effetto di questi risultati
e per lo sviluppo economico che hanno contribuito a determinare, sono cambiate
molte situazioni anche dal punto di vista delle esigenze sociali. La risposta
a queste nuove esigenze può costituire un momento di unificazione e di
incontro tra il mondo del lavoro organizzato, le culture della sinistra storica
e la cultura ambientalista.
Pensiamo sia vano sperare nella costruzione (ricostruzione) di quel "senso
comune alternativo" auspicato da Ingrao prescindendo da una risposta a
queste domande (sulle quali crediamo stimolanti le riflessioni sulla redistribuzione
e riduzione del tempo di lavoro che Giovanni Mazzetti ha recentemente raccolto
nel volume "Quel pane da spartire": - libro che a nostro avviso andrebbe
assai più largamente meditato e discusso.
In mancanza di un chiarimento della prospettiva generale anche in presenza di
vittorie elettorali certamente utili o di successi sindacali certamente producenti
per le masse interessate c'è sempre il rischio di un loro svuotamento
e persino di esiti contraddittori.
Il Manifesto può farsi veicolo di un dibattito generale su questi nodi
e di svelarli nei fatti di ogni giorno sostenendo così tutte le lotte
e le iniziative concrete. Assolverà così al suo compito di quotidiano
comunista alla fine del millennio che ha visto il lento emergere del capitalismo
dall'interno delle società feudali e signorili e a partire dal Manifesto
del 1848 l'inizio della lotta per conoscere, rendere consapevoli e mobilitare
le forze disponibili per il suo superamento.
P.S.
Avevamo scritto questo cose prima della pubblicazione nel Manifesto di mercoledì
19 dell'articolo di Valentino Parlato. Siamo sostanzialmente d'accordo con lui
e riteniamo che quanto abbiamo detto sopra possa contribuire a continuare non
solo il dibattito ma il suo allargamento anche al di là delle "mura
della redazione" "contro le scorrerie del pensiero attualmente dominante".