LA SCONFITTA SICILIANA
alcuni perché e come rovesciare la tendenza

 

Il disastroso esito delle elezioni nazionali, regionali e in ultimo comunali del 25 novembre a Palermo ed in altri capoluoghi della Sicilia meritano una riflessione soprattutto da parte di chi non si rassegna al ruolo di "palla di piombo" della democrazia in Italia che ormai da troppo tempo svolge l'Isola. Questo ruolo è stato, nel corso degli ultimi anni, talvolta interrotto come, all'inizio degli anni '90, quando le elezioni comunali svoltesi in Sicilia segnarono l'inizio di quella che sembrò allora una fine duratura di un sistema di potere basato in Sicilia e in Italia sulla corruzione e sulla mafia.
E' stato ricordato che in quella felice stagione, ad esempio, nella città di Catania si svolsero elezioni comunali che videro contrapposti Bianco che ottenne una risicata maggioranza e, su posizioni più radicali, Claudio Fava, espressione del movimento della rivista I Siciliani.


Come è stato possibile in poco più di un decennio bruciare totalmente quell'avanzata democratica ed anzi far precipitare la sinistra, nel suo complesso, al suo minimo storico (malgrado la pur promettente tenuta di Rifondazione Comunista in quantità e qualità con l'elezione a Palermo di una personalità come Peppino Di Lello e l'affermazione di candidature femminili che negli ultimi anni erano invece scomparse dalla scena della sinistra siciliana: causa ed effetto della sua crescente debolezza)?.
Non ho la pretesa di potere dare una risposta completa ed esaustiva a questa corposa domanda. Ma vorrei pormi e porre ad altri alcune domande.


In primo luogo che significa 61 a zero?
In secondo luogo come il consociativismo, vecchio e nuovo, ha influito nella crisi della sinistra siciliana?
E in terzo luogo, ma la domanda è sfacciatamente retorica, se la mafia in Sicilia esiste ancora e se ha svolto un ruolo nell'affermazione, così clamorosa della destra in Sicilia.
Cominciamo con il 61 a zero. Per cercare di capire bisogna partire da una premessa: che si è votato in Italia e in Sicilia con leggi basate sul collegio uninominale e sul premio di maggioranza di derivazione non europea ma americana che esistevano e di cui l'Italia si era liberata con Nitti e soprattutto, dopo la caduta del fascismo e la Costituzione della Repubblica, con il sistema proporzionale che aveva permesso, sollecitato e sviluppato il sistema dei partiti di massa, sia dei partiti di sinistra, socialisti e soprattutto comunisti, sia della stessa DC e in misura minore di MSI.


L'esistenza dei partiti di massa con programmi alternativi, con chiare collocazioni di classe, aveva promesso alla sinistra di realizzare schieramenti, non maggioritari, ma capaci di sostenere dall'opposizione e imporre programmi di rinnovamento.
Il rovesciamento della scelta istituzionale, promosso incredibilmente dai dirigenti dell'ex Partito Comunista, ha distrutto la base stessa dell'esistenza dei partiti, com'erano in Italia prima della riforma e come sono in Germania, in Spagna, in Portogallo, in Austria, in Finlandia, in Norvegia, in Svezia, in Irlanda in Danimarca, in Grecia, cioè in Europa con la sola eccezione della Francia gaullista e promosso, invece, l'affermazione del personalismo, del clientelismo, che già nel Mezzogiorno esisteva malgrado la proporzionale, in cui gli erede della DC si muovono come i pesci nell'acqua.


La stessa nomina diretta dei sindaci ha contribuito a distruggere il tessuto dei partiti. Bassolino a Napoli si è salvato perché ha mantenuto e valorizzato il rapporto con i partiti eredi della tradizione proporzionalistica. Non so fino a quanto tempo ciò possa durare. Ciò che invece non si è realizzato a Palermo dove Orlando ha agito sistematicamente contro i partiti che lo sostenevano creando immediatamente nel Consiglio Comunale una situazione tale che ha portato al ribaltamento della maggioranza espressa dalle ultime elezioni e quindi al blocco di ogni iniziativa veramente riformatrice del comune a cominciare dal Piano Regolatore.
La critica del sistema elettorale anglosassone imposto al nostro paese da una scelta di un gruppo di ex burocrati stalinisti convertiti al neoliberismo deve essere uno degli elementi per superare l'attuale stato di confusione, di incertezza e di scoraggiamento che può prendere chi voglia lottare per la democrazia e la pace in Sicilia.
Ma il risultato siciliano per la sinistra è più grave di quello realizzatosi in altre parti dell'Italia meridionale e quindi qui c'è un elemento derivante non dall'oggettività esterna (il sistema elettorale) ma proprio della concezione e della pratica della sinistra in Sicilia a partire da una certa data.


E qui il discorso è sull'autonomia regionale e sulla politica che la sinistra ha sviluppato dentro le istituzioni regionali. Io dico, sulla base di polemiche sviluppate dalla sinistra interna ed esterna al Partito Comunista, che la causa della debolezza della sinistra è nel consociativismo operato nelle sedi istituzionali e in maniera particolare all'Assemblea Regionale.
La migliore definizione a livello ideologico programmatico della pratica del consociativismo è stata offerta dall'onorevole Mario D'Acquisto, allora deputato regionale, nel corso di un convegno promosso a Palermo dal PCI siciliano alla vigilia della sua elezione a Presidente del governo regionale dopo l'assassinio di Piersanti Mattarella. " il controllo del legislativo sull'attività dell'esecutivo è un metodo positivo, volto nella sostanza a rendere possibile una forma atipica di governo della cosa pubblica in cui l'equilibrio tra il legislativo e l'esecutivo si realizza secondo formule nuove di compartecipazione decisionale. In fondo si tratta di uno schema, sia pure improprio in cui la duttilità e l'originalità della classe politica siciliana hanno trovato modelli nuovi per uscire fuori da problemi vecchi". Questa pratica di governo rovesciava di 180° il ruolo assunto dal PC nell'Assemblea Regionale e nelle altre istanze democratiche della Sicilia riducendolo ad un ruolo sussidiario del sistema di potere democristiano a cui erano stati ammessi in Sicilia, prima che nel resto dell'Italia, i socialisti, anch'essi in funzione chiaramente subalterna.


Fino a che l'opposizione in Sicilia fu capace di costruire, sulla base dei poteri dell'autonomi, programmi alternativi di riforma al blocco sociale e politico dominato dalla DC, riuscendo a mobilitare attorno a questo programma non solo le masse operaie, contadine, popolari direttamente influenzate dalla sinistra ma anche strati sociali e ceti popolari coinvolti ideologicamente nello schieramento avversario, furono ottenuto risultati notevoli e concreti per la trasformazione della Sicilia, non solo la rottura del latifondo sia pure con tutti i suoi limiti e contraddizioni, ma anche grandi programmi di irrigazione, la prima forma di nazionalizzazione dell'energia elettrica, la prima forma di pensione sociale per i lavoratori senza pensione e così via. In questo quadro il PCI riuscì a costruire una forza organizzata politica e di massa e ad ottenere consensi di massa sempre crescenti fino a raggiungere e lievemente superare, nel 1968, la media nazionale del partito, mettendo in crisi il partito socialista che prima che nel resto dell'Italia aveva realizzato in Sicilia il centro-sinistra rompendo l'unità con il PC.


Il punto di svolta fu costituito dalla politica del compromesso storico e dall'interpretazione di esso fatta da Occhetto, che non solo era estraneo al processo di costruzione del partito in Sicilia, chiaramente critico nei confronti dei più autentici rappresentanti di questo a cominciare da Pio La Torre.
Questo incontro con la DC a livello nazionale fu superato dall'iniziativa di Berlinguer e fu particolarmente disastroso in Sicilia dove la DC oltre ad essere come nel resto dell'Italia il partito della gestione più spericolata del potere era anche in Sicilia il partito che la mafia riconosceva come suo principale interlocutore fino al punto da permearne alcune fondamentali strutture e correnti.


Il PC invece era stato il partito che più si era battuto contro la mafia sul piano della lotta di classe con il motto "né mafia né Mori" spostando, a partire dalle lotte del feudo, ma specie dopo la strage di Ciaculli, per quanto riguarda la mafia delle grandi città riuscendo ad ottenere l'istituzione della Commissione Parlamentare contro la mafia e portando in quella sede, attraverso la mobilitazione di tutte le sue federazioni l'analisi delle strutture di classe e dei rapporti con l'economia e con la politica del fenomeno mafioso avanzando proposte di interventi legislativi che poi culminarono con la presentazione da parte di Pio La Torre del suo progetto.


Da allora comincia un progressivo indebolimento della forza del PC e della sinistra nel suo complesso in modo contraddittorio e con le ondate democratiche che coinvolgevano il popolo siciliano nel suo complesso e con i risultati che il PC e la sinistra riuscivano ad ottenere nel resto del paese.
E' significativo che, malgrado la Sicilia avesse dato un contributo di primissimo piano nella grande consultazione sul divorzio, nel 1974, non si ebbe in Sicilia uno spostamento a favore del PC analogo a quello che si verificò nel 1975 non solo nelle grandi città del nord ma anche e soprattutto a Roma e a Napoli. Anno dopo anno i risultati elettorali del partito per la Regione che erano stati sempre migliori rispetto a quelli nazionali immediatamente precedenti e susseguenti diventano drammaticamente sempre più invertiti.

Man mano che va avanti il consociativismo come pratica di governo della Regione, e addirittura nei grandi Comuni dove la DC sfiorava la maggioranza assoluta, per cui l'apporto dei voti comunisti poteva solo essere utile alla guerra per bande condotta all'interno della DC fino all'ultima esperienza del governo Capodicasa, in cui un'assemblea a maggioranza di destra impossibilitata a trovare al suo interno un'unità per fare il governo sceglie un presidente diessino che però è costretto a lasciare nel suo governo esponenti della destra tra cui Cuffaro che resta ininterrottamente al governo, all'assessorato all'agricoltura a gestirlo nello stesso modo, che poi sarà il vincitore delle ultime elezioni regionali contro la candidatura di Orlando.
Il popolo siciliano si è trovato perciò davanti, ormai da alcuni decenni, ad un personale politico che solo formalmente si differenzia in vari partiti, ma che sostanzialmente si trova unito nell'affrontare, non solo i problemi della gestione quotidiana delle risorse economiche e finanziarie della Regione Siciliana ma anche le questioni più di principio: abusivismo, appalti, lavoro precario, favoritismo nei confronti di un personale regionale dominato da cosche e clientele, etc.


Il popolo siciliano ha grandi aspirazioni di libertà e di giustizia ed è capace di esprimerlo democraticamente quando il problema è posto in modo chiaro, netto e alternativo. La storia dei referendum, da quello sulla difesa della proporzionale del '53, a quello sul divorzio e sull'aborto che dimostrò una Sicilia più matura della Lombardia , a quelli sul nucleare e in ultimo alla resistenza alla difesa del sistema proporzionale nelle varie consultazioni, ha dimostrato di superare gli schemi politici e di mettere in minoranza le forze dominanti.
Le elezioni amministrative dei primi anni '90 rappresentarono una specie di plebiscito contro un sistema di governo, quello rappresentato dal monopolio politico della DC, e contro l'insorgere del fenomeno mafioso nelle forme più acute paragonabile ai risultati delle elezioni sulla legge truffa o degli altri referendum. E i siciliani cominciarono per primi a stabilire questa ondata.


Ma a questo plebiscito contro il sistema di potere clerico-mafioso non ci fu una risposta adeguata sul piano delle forze politiche. Nella fase iniziale dei primi anni '90 mentre nei Comuni scompariva la DC all'Assemblea Regionale continuava un'alleanza di governo tra la vecchia DC e il PC diventato PDS fino all'anomala e incredibile vicenda del governo Capodicasa come abbiamo detto.
In queste condizioni se il popolo non percepisce più un'alternativa, se un governo regionale a presidenza DS fa la stessa politica del clientelismo e del consociativismo allora diventa più credibile chi in modo netto e chiaro propone una politica di privatizzazione, di difesa degli interessi degli abusivi, di privilegi al personale regionale di spesa pubblica facile, di appalti concordati, etc.


Questo ha influito anche sulla vicenda dei grossi Comuni ed è stata aggravata dall'orientamento neoliberista e antisiciliano dei governi di centro-sinistra nazionale.
E qui siamo al terzo punto: la questione della mafia.
Fa impressione che nelle ultime campagne elettorali il problema della mafia non solo non sia stato al centro del dibattito politico ma sia stato oscurato e messo da parte anche da chi aveva interesse, come la sinistra, ad affrontare il problema.
Come dice l'onorevole Di Lello: "l'unico dei personaggi che storicamente si sono occupati della lotta contro la mafia, in modo sobrio e garantista, mi si permetta di dire in continuità con la linea del PCI d cui l


Lo statuto dell'autonomia siciliana è uno statuto formalmente democratico e ritengo una grande conquista sulla via di una riforma dello Stato accentratore. I federalisti attuali propongono norme che in gran parte sono contenute nello statuto siciliano. Ma ogni istituzione democratica presuppone l'esistenza non solo di una maggioranza di governo ma anche di un'opposizione. In tutta l'Europa, che è per questo diversa anche nelle strutture sociali dagli Stati Uniti, il ruolo dell'opposizione è stato assunto da forze che si richiamano, in forme più o meno accentuate a secondo i luoghi e le epoche della storia, ai principi del socialismo, affermati nel Manifesto del 1848 ed al programma politico socialista approvato nel programma di Erfurt nel 1892 (suffragio universale a scrutinio proporzionale, libertà di sciopero e di organizzazione politica e sindacale, tassazione progressiva dei patrimoni e dei redditi per finanziare la politica scolastica, sanitaria e di assistenza sociale estesa a tutti i cittadini, riduzione dell'orario di lavoro, divieto del lavoro minorile, etc.).


Fino a che l'opposizione in Sicilia fu capace di costruire un programma di riforma e mobilitare attorno a questo programma non solo le masse degli interessati ma anche strati coinvolti ideologicamente nello schieramento avversario e guidarli ad una lotta per costringere le istituzioni autonomistiche, sia pure con grandi limiti, una parte di questo programma l'autonomia ha funzionato anche con governi di destra e il PC che dello schieramento di sinistra era la parte determinante ha continuato ad andare avanti anche sul piano elettorale fino a che, nel '63 e nel '68, riuscì a raggiungere e superare lievemente la media nazionale, malgrado la scissione operata nel blocco della sinistra dalla istituzione prima che nel resto dell'Italia del centro-sinistra del partito di Nenni che costò una profonda scissione di questo partito confluito poi nel PCI. Il punto di svolta è determinato dalla politica del compromesso storico e dalla teorizzazione di questo vissuto da Occhetto che era estraneo alla storia, anzi nemico, del PCI siciliano come un incontro a livello di governo tra comunisti e democristiani. Incontro particolarmente disastroso perché ila DC siciliana era il partito in cui la mafia riconosceva il suo principale interlocutore e permeava nella sua presenza le stesse strutture della DC.