Dopo lo sciopero nazionale e la vittoriosa
manifestazione dei COBAS (una delle manifestazioni sociali più ampia
di questi ultimi tempi e politicamente rilevante per gli obiettivi e i primi
risultati che ha conseguito) si è aperto un dibattito nella sinistra
sulle prospettive della scuola in Italia.
Intendo riferirmi in maniera particolare al 1° e 2° articolo di Rossana
Rossanda, comparsi su Il Manifesto del
. , all'articolo di Bernocchi dei
COBAS del
.. pure sul il Manifesto ed all'articolo di Semeraro sull'ultimo
numero del mensile il Manifesto.
Di fronte al tentativo dei mass media filo governativi e di destra di ignorare
e minimizzare l'importanza di questo movimento, di fronte all'approvazione della
cosiddetta legge sulla parità è opportuno portare avanti il dibattito
a sostegno di coloro che si battono con i fatti contro i tentativi di bloccare
e svuotare del suo grande significato sociale e politico lo sviluppo della scuola
di stato unica e aperta a tutti i cittadini secondo le norme della Costituzione.
Io non mi sento in grado di intervenire su che cosa dovrebbe essere la scuola
in astratto oggi e domani. Vorrei fare solo alcune considerazioni che riguardano
la scuola così come è oggi, la natura del lavoro degli insegnanti
e il loro ruolo non solo nella scuola ma nell'attuale società e nell'attuale
momento storico, il modo come utilizzare l'autonomia scolastica, istituto in
linea di principio certamente democratico e che in atto viene stravolto dal
modo come si tenta di applicarlo per favorire la penetrazione di concetti e
pratiche neoliberiste che contrastano con il ruolo che invece deve avere ed
ha in parte, malgrado tutto, la scuola di stato.
Io sono stato testimone nella mia vita, non breve, di profonde modificazioni
avvenute nel corpo della scuola pubblica di Stato. Ho fatto le elementari e
le medie sotto il fascismo e ho potuto vedere come in quel periodo la scuola
in un comune rurale e in una città di provincia della Sicilia discriminasse
tra i ceti sociali e consegnasse all'analfabetismo la grande massa dei figli
dei contadini.
Ho seguito negli anni '50 e '60 il percorso scolastico dei miei figli nella
scuola della prima fase dell'Italia repubblicana in cui, dopo il 18 aprile '48,
lo spirito democratico e progressista della lotta di Liberazione e della stessa
Costituzione era osteggiato e soffocato dal saldarsi dei residui del passato
regime con il clericalismo clientelare dominante nel Ministero di viale Trastevere.
I miei figli dovettero, assieme ai loro coetanei, partecipare alla grande ondata
del '68 per rompere questa cappa di piombo e stabilire nuovi rapporti, che ancora
oggi rimangono, incomparabilmente più liberi e democratici di prima tra
personale docente, presidi, studenti, famiglie. Una delle conseguenze più
positive e uno dei frutti più rilevanti di quel movimento.
La scuola che c'è oggi in Italia è cosa completamente diversa
e più avanzata sia rispetto all'esperienza prefascista sia alla stagnazione
del ventennio, malgrado la riforma Gentile, sia al periodo ante sessantotto.
Che cosa è la scuola oggi?
Forse è bene ricordare che ogni mattina 9 milioni di giovani dai 6 ai
18-19 anni entrano nelle scuole accolti da un esercito di 700 mila insegnanti,
sostenuti da oltre 100 mila collaboratori tecnici e vi si trattengono per 4-5
ore e per 10 mesi dell'anno.
Nessuna comunicazione televisiva può vantare uno "share" così
elevato e persistente e soprattutto può vantare il fatto che questa forma
di comunicazione ha carattere "interattivo", tra studenti e professori
e coinvolge anche, naturalmente con diversi gradi di intensità e frequenza,
le famiglie degli studenti.
In un momento in cui si frantumano blocchi sociali, formazioni politiche, correnti
ideologiche, ed entrano in crisi anche istituzioni a carattere religioso la
scuola non conosce una riduzione del suo ruolo ma, anzi, tende ad aumentare
il suo peso nella società.
Una scuola così non era pensabile all'epoca in cui Marx ed Engels scrissero
Il Manifesto o quando il partito socialdemocratico tedesco approvò il
Programma di Erfurt, base della costruzione dello stato sociale nell'Europa
occidentale ed era soltanto una rivendicazione del movimento rivoluzionario
leninista dal '17 in poi, realizzatasi in seguito, sia pure parzialmente ma
comunque prima ed in modo più ampio che nei paesi dell'Europa occidentale,
attraverso i piani quinquennali.
Nell'attuale situazione della società italiana la scuola di stato è
la struttura sociale più organicamente presente nel territorio, dal nord
al sud. Essa si muove, sia pure naturalmente con difficoltà e lentezze,
nel senso di un'estensione di un diritto sociale di cittadinanza fondamentale
quale quello all'istruzione. Oggi rappresenta, per dirla con Braduel, un elemento
sostanziale della "Civilisation materielle" realizzato in un periodo
storico di "lunga durata" che ha praticamente avuto inizio con la
Rivoluzione Francese (un aspetto concreto del principio di égalite) e
che si è sviluppato in tutto il mondo sia nei paesi capitalistici, sia
nei paesi di socialismo reale, sia anche ora nei paesi usciti dalla dominazione
colonialistica. Per chi ritiene che la storia è storia delle lotte di
classe l'attuale sistema scolastico è il risultato di lunghe lotte condotte
dalla classe operaia e dai ceti ad essa vicini ed alleati che hanno portato
da un lato all'aumento della produttività del lavoro impegnato nella
produzione delle merci (il che rende materialmente possibile l'abolizione del
lavoro minorile e il prolungamento dell'età scolastica) sia di una specifica
rivendicazione tendente ad allargare sempre di più il diritto e la possibilità
dell'istruzione a classi e ceti che nella storia dell'umanità antica,
(a partire da Atene) ed anche alquanto recente, ne erano di diritto o di fatto
esclusi. La storia dello sviluppo della scuola di massa è uno degli aspetti
fondamentali della lotta per lo sviluppo dello stato sociale.
L'esistenza di questo tipo di scuola contraddice nel fatto l'impostazione neoliberista
dominante negli Stati Uniti (che infatti non hanno né una scuola né
una sanità di massa degna di questo nome) e che si vorrebbe trasferire
nel nostro paese ed in Europa.
Questa tendenza non solo si scontra con la resistenza delle forze interne alla
scuola: professori, studenti, famiglie, forze della sinistra, più o meno
consapevoli, ma anche con una esigenza obiettiva del sistema produttivo attuale
dominato dal capitalismo, che oggi richiede per potere sviluppare in modo competitivo
lo stesso settore capitalistico dell'economia un sempre maggiore numero di diplomati,
di laureati capaci di programmare, produrre e usare gli strumenti tecnico-scientifici
della cosiddetta rivoluzione informatica. Il ritardo nell'avere sviluppato una
scuola di massa capace di affrontare queste nuove esigenze ha portato i paesi
capitalistici più avanzati a tentare di saccheggiare i giacimenti di
specialisti in queste materie costituiti in varie parti del mondo in cui si
erano storicamente potuti realizzare. Una delle componenti dell'attuale fase
di sviluppo economico degli Stati Uniti (ed anche di Israele) è data
dall'immigrazione di decine di migliaia di tecnici ex sovietici formatisi in
quelle scuole.
Ora Schoereder scimmiottando gli americani propone di aprire le porte dell'immigrazione a decine di migliaia di tecnici provenienti dai paesi dell'ex socialismo reale e anche dall'Asia la cui immissione nel sistema produttivo tedesco, in funzione dirigente, porterebbe alla creazione di 300 mila nuovi posti di lavoro per tedeschi meno qualificati. E' noto poi che un aspetto della globalizzazione è dato non solo dal decentramento nei paesi ex coloniali di parti delle lavorazioni industriali che richiedono mano d'opera poco qualificata ed a basso costo ma nel trasferimento anche di servizi logistici, di ricerca e di organizzazione da parte di multinazionali in alcune isole di sviluppo del sapere tecnologico ad esempio dell'India (Bangalore).
Le dimensioni raggiunte dal sistema scolastico e le prospettive e le esigenze della società attuale fanno si che, tutti i tentativi, i contorcimenti, le abiure opportunistiche (ad esempio in materia di laicità della scuola) non possono che marginalmente scalfire l'esistenza di questa struttura sociale e al massimo rallentarne l'ineluttabile sviluppo. Diventa difatti sempre più chiara e pressante la richiesta di un aumento della durata dell'obbligo scolastico, dell'istituzione di corsi di recupero, della formazione permanente, dell'istituzionalizzazione della pratica dell'anno sabbatico in tutti i settori a cominciare dalla scuola, l'allargamento dell'insegnamento universitario attraverso l'istituzione di lauree brevi che di fatto prolungano la scuola secondaria, etc.
Esiste cioè una domanda che proviene dalla società, dall'economia
e naturalmente dall'interno della scuola che spinge verso un allargamento dei
compiti della scuola di stato, che non possono essere affidati a privati e tanto
meno ad imprese che vogliono realizzare dei profitti. Comunque si voglia considerare
il risultato del lavoro e degli investimenti necessari a portare avanti un'istruzione
non possono essere realizzati in termini di merce.
Per chi si pone poi da una prospettiva di sinistra la scuola non può
essere considerata soltanto un servizio pubblico ma anche un'istituzione che
è stata concretamente, anche nel recente passato, protagonista di lotte
culturali, politiche e sociali sia per affermare esigenze proprie dello sviluppo
della scuola sia anche per sostenere movimenti che hanno grande influenza nelle
modificazioni di costume, di cultura ed anche degli equilibri politici a cominciare
almeno dal '68.
Nessuna delle battaglie per la democrazia, la pace, contro la mafia, etc. avrebbe
potuto essere sostenuta nel nostro paese senza la partecipazione della scuola
nel suo complesso di insegnanti e studenti. Nessuna strategia di rinnovamento
della sinistra può essere oggi elaborata e portata avanti senza tenere
conto non solo dal punto di vista delle rivendicazioni programmatiche ma anche
e soprattutto delle forze mobilitabili per la realizzazione di un progetto della
sinistra senza tenere conto e forse senza partire da questa grande struttura
sociale.
L'esplodere di grandi contestazioni all'interno della scuola crea scompiglio
non solo nelle forze conservatrici ma anche nelle forze della sinistra che non
sono abituate a considerare pienamente valide queste potenzialità. Per
cui si rischia non solo di suscitare sopravvalutazioni della capacità
dell'avversario e quindi di considerare la scuola pubblica come un elemento
facilmente dominabile e corrompibile, ma anche e soprattutto di fronte all'attenuarsi
della capacità di lotta di strati sociali che negli ultimi 150 anni sono
stati fondamentali e quasi esclusivi per la sinistra (operai e contadini) di
non valutare le potenzialità di apporto alla causa del progresso che
provengono da strati di lavoratori e dai cittadini impegnati in questa struttura
fondamentale della società civile.
Che tipo di lavoratori sono gli insegnanti (e tutti gli altri) lavoratori impegnati
nei servizi alla persona promossi dallo stato sociale?
E' giusto omologarli a tutti gli altri lavoratori che hanno un rapporto salariato
con un datore di lavoro pubblico o privato?
Anche se è evidente il tentativo di mercificazione, corporativizzazione,
umiliazione e sottovalutazione di questo lavoro nel contesto della società
capitalistica esso è qualitativamente diverso dal lavoro salariato produttivo
di merci. Può essere un lavoro non alienato nella misura in cui, anche
per renderlo tecnicamente più efficace, l'insegnate, il medico, l'organizzatore
e il produttore di cultura o di informazione, è costretto a misurarsi
direttamente col malato, con lo studente, con i loro familiari, con gli utenti,
con la società interna. E questi lavoratori della scuola, della sanità,
della cultura, dell'informazione sono interessati nel profondo della loro essenza
al mantenimento della società delle diseguaglianze, delle alienazioni
e delle crisi o possono aspirare e contribuire al realizzarsi di una società,
come dice Baran, più razionale in cui le loro capacità possano
pienamente e liberamente esprimersi?
Dice Claudio Napoleoni: "Anche questa è una questione rilevante
perché nella maggior parte dei servizi che ci interessano il lavoro non
è incluso in una tecnologia, il lavoro è il rapporto diretto tra
chi fornisce il servizio e chi lo riceve, quindi il lavoro viene tolto da questa
sua posizione di dominato dalle cose e viene ripristinato come elemento di mediazione
del rapporto umano". "Naturalmente - aggiunge - non è che con
queste cose si può pensare di eliminare il sistema di dominio in generale,
però, certamente, sono strade attraverso le quali si può incominciare
ad incidere sul particolare tipo di dominio che esiste nella storia".
Il movimento dei COBAS da una prima risposta a queste domande che è riassunta
nell'articolo de Il Manifesto di Piero Bernocchi del 24 febbraio 2000.
L'esperienza ci dice che i sindacati confederali e la CGIL hanno sbagliato profondamente
a considerare questi lavoratori alla stessa stregua degli altri dipendenti dell'industria,
del commercio ed anche della funzione pubblica. Perché sorgono sindacati
sui generis come i COBAS e GILDA, associazioni come il CIDI, che ottengono risultati
non solo in termini organizzativi ma in termini di rappresentazione esterna
delle esigenze di questo strato di lavoratori?
Malgrado le asprezze inevitabili dovute anche alla cieca negazione dei più
elementari diritti democratici nei loro confronti (il ritardo nella costituzione
degli organi rappresentativi della scuola è più umiliante per
chi lo determina e lo impone che per chi lo subisce e trova in questa negazione
di diritti democratici motivo di protesta ed anche di proselitismo) la posizione
dei COBAS è quella più rispondente alle attuali esigenze della
suola e del movimento.
Si è avviato un processo di autonomia scolastica e su questo processo
ci sono giustificati timori ma anche sottovalutazioni della capacità
di reazione della scuola. L'autonomia scolastica mi fa andare indietro negli
anni scolastici 1937-38 e 1938-'39 il primo e secondo anno del Liceo Umberto
a Palermo . eravamo in pieno regime fascista, alla vigilia della II Guerra Mondiale
in un momento in cui l'avventura in Spagna cominciava a porre forti interrogativi
tra i giovani della mia generazione. Ho avuto la fortuna assieme ad altri, che
poi sono stati impegnati nelle lotte della sinistra socialista e comunista a
Palermo, di avere dei professori che concepivano il loro compito di docenti
in modo autonomo dalle direttive dei Presidi, dei Provveditori, del Ministero
e dei federali. Questi ci insegnavano a capire la Rivoluzione Francese, nella
storia della letteratura latina sottolineavano il valore della repubblica rispetto
all'Impero visto come l'inizio della decadenza dio Roma, ci parlavano di Giordano
Bruno, di Galileo ed uno di essi faceva circolare tra di noi, come ho ricordato
altre volte, un libro stampato da la terza in cui era contenuto assieme ad alcuni
saggi di Labriola ed una prefazione di Benedetto Croce il testo del Manifesto
dei Comunisti di Marx ed Engels.
E' un caso che da quell'istituto sono emersi tutta una serie di militanti della
sinistra palermitana?
Questi professori esercitavano un diritto inerente alla loro funzione insopprimibile.
Certo c'erano altri licei, altri corsi dello stesso istituto in cui questo diritto
non veniva esercitato o per timore o per mancanza di convinzione, o per incultura.
Questo fatto non è stato limitato a Palermo. Praticamente in tutte le
città d'Italia ci sono stati istituti che sono stati formatori di cittadini
che poi si sono impegnati nelle lotte politiche e sociali.
Questa esperienza mi fa guardare con una certa serenità e vorrei dire
anche con una certa fiducia a come la scuola di oggi utilizzerà il principio
dell'autonomia scolastica (oggi a differenza di ieri formalmente affermato)
per garantire una giusta attuazione di questo principio e per reagire e respingere
tutte o in parte le manovre che saranno portate avanti.
La scuola è uno dei tanti settori in cui si sviluppa la lotta sociale
e politica nel nostro paese. Io credo che sia un settore in cui il rapporto
di forze è più favorevole oggi alla sinistra ed anche dove ci
sono maggiori possibilità di azione. Il problema è che coloro
che si ritengono di sinistra siano capaci di comprendere chi sono gli interlocutori
della sinistra nella scuola, come concretamente può essere aiutata la
loro lotta, quali sono gli obiettivi possibili di questa.
Siamo in una fase in cui rispetto all'importanza sociale della scuola l'impegno
dello Stato è miserrimo, 4,1% del PIL. Già questa è una
rivendicazione immediata: raggiungere la media europea di investimenti nella
scuola rispetto al PIL, specie in questo momento in cui ci sono a sentire i
Ministri competenti, maggiori disponibilità finanziarie che non devono
tutte essere destinate alla riduzione delle tasse. Si cerca di contrapporre
i giovani alle generazioni più anziane e non si propone nessun realistico
aumento delle disponibilità finanziarie.
In secondo luogo usare l'autonomia scolastica significa aiutare una cultura
d'avanguardia attraverso un impegno, certo faticoso e vorrei dire anche umile,
di compagni, docenti universitari, giornalisti, uomini di cultura a intervenire
nella scuola per affrontare, d'accordo con insegnanti e Presidi che ritengono
necessario e utile questo apporto, la costituzione di crediti formativi.
Bisogna, cioè, non limitarsi a criticare questo o quell'aspetto dell'azione
di massa ma intervenire costruttivamente mettendosi in prima persona a disposizione
della scuola e ritenendo che questo è uno dei campi in cui di più
si può utilmente operare.