Le modificazioni che stanno mettendo in pericolo la vivibilità del pianeta a seguito principalmente dell’effetto serra, e la pretesa, nell’epoca della globalizzazione neoliberista, della mercificazione totale di una risorsa fondamentale per la vita come è l’acqua, hanno fatto sorgere un movimento per riconoscere l’acqua come un bene comune appartenente a tutti gli organismi viventi ed in particolare all’umanità che acquista sempre più rilievo nell’ambito del movimento generale di lavoratori e di popoli contro il neoliberismo (Seattle).
Questa nuova fase della lotta per l’acqua, perché di questo si tratta, acquista in Sicilia un particolare rilievo, per la posizione geografica dell’isola e per le difficoltà che storicamente vi si sono determinate. In questa fase la Sicilia sarà chiamata a confrontarsi con le conseguenze dell’effetto serra sul clima di questa parte del Mediterraneo ed anche con l’ondata di privatizzazioni tentate finora che hanno scandito nel corso dell’ultima legislatura regionale il ritmo delle ripetute crisi di governo sia all’interno dello schieramento di destra sia anche nei partiti di centro-sinistra.
La posta in gioco in Sicilia è difatti alta. Si tratta cioè di definire nei prossimi mesi ed anni se il patrimonio di grandi infrastrutture (dighe, acquedotti, traverse, reti di distribuzione per uso civile, irriguo e industriale), frutto di grandi lotte popolari e di finanziamenti a totale carico dello Stato e della Regione devono essere ulteriormente dispersi e infeudati ad interessi che in una regione come quella siciliana non possono che essere dominati da forze parassitarie e mafiose. Oppure se, per superare le attuali difficoltà e disfunzioni non bisogna voltare pagina e creare strumenti di programmazione e di gestione unitari capaci di affrontare gli antichi bisogni e le nuove emergenze in materia di approvvigionamento idrico.
Nella lunga storia dell’Isola l’unico periodo in cui il problema dell’utilizzazione delle risorse idriche costituì un elemento determinante di una delle tante civilizzazioni e dominazioni nella storia della Sicilia fu quello arabo. Gli arabi introdussero in Sicilia le colture irrigue, a cominciare dagli agrumi, e le pratiche e le tecniche dell’irrigazione. Nelle epoche successive, in pratica, non ci furono grandi ampliamenti e le superfici irrigue e la rete degli acquedotti si svilupparono con lentezza assicurando scarsi progressi sia negli usi agricoli che in quelli civili. Anzi la distruzione dei boschi nell’interno della Sicilia operata nel ‘600 e nel ‘700 ad iniziativa dei feudatari per aumentare le superfici seminative (la Sicilia ancora una volta esportatrice di grano verso l’Italia e tutto il Mediterraneo) contribuì a creare dissesto idrogeologico, rovinosi alluvioni, riduzione delle stesse falde idriche che gli arabi avevano utilizzato.
Una svolta decisa per affrontare il problema dell’acqua si ebbe dopo la caduta del fascismo e l’inizio di un grande movimento di liberazione contro i residui feudali e le altre strozzature che impedivano lo sviluppo della Sicilia.
Fin dalla Liberazione le forze della sinistra siciliane individuarono nel latifondo, nella mancanza di acqua e nel monopolio elettrico della SGES le cause che impedivano lo sviluppo economico e sociale della Sicilia. Il grande movimento riformatore che, a partire dai Decreti Gullo (1944), si sviluppò nelle campagne dell’isola contro il latifondo e contro i residui feudali non fu solo un movimento tendente alla ripartizione delle terre ma si pose obiettivi, e in parte li raggiunse, di modificazione strutturale nell’economia siciliana.
Era chiaro al movimento siciliano che qualunque riforma agraria, anche la più radicale, non avrebbe potuto dare terra, lavoro e reddito sufficiente a circa 700 mila lavoratori della terra se non si innestava sulla rottura del latifondo anche un grande processo di trasformazione agraria e fondiaria e di sviluppo industriale. Da ciò la rivendicazione portata avanti dalla CGIL, dalla Confederterra e dai partiti di sinistra unità al governo di unità nazionale, sorto dalla caduta del fascismo, di fornire alla Sicilia, accanto ad una legislazione agraria riformatrice anche provvedimenti per la rottura del monopolio elettrico della SGES e un programma di utilizzazione delle acque capace di affrontare i problemi della difesa idrogeologica e della raccolta di centinaia di milioni di metri cubi di acqua da utilizzare per uso civile, irriguo e idroelettrico.
Il governo dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) accolse queste proposte in due decreti uno del 3 giugno 1946 n° 40 che affidava all’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, diretto da Mario Ovazza, il compito di effettuare direttamente le opere di irrigazione e la conseguente trasformazione fondiarie e agraria, il compito di provvedere all’esecuzione in concessione delle opere relative con preferenza in confronto dei consorzi dei proprietari e di qualsiasi altro aspirante ala concessione.
Con il secondo decreto del 2 gennaio 1947 n° 2 (il ritardo è dovuto alle resistenze che già allora si manifestavano da parte dei monopoli elettrici nazionali) costituiva l’Ente Siciliano di Elettricità (ESE primo esempio di nazionalizzazione della produzione di energia elettrica) con lo scopo di produrre energia elettrica e rendere disponibile l’acqua per l’irrigazione nonché di sovrintendere a tutta produzione ed alla distribuzione dell’energia elettrica in Sicilia (anche dei privati).
I due decreti diedero alla Sicilia la possibilità di iniziare subito l’elaborazione di un piano generale di utilizzazione delle acque, cui diede un decisivo contributo Mario Ovazza, e si iniziò la costruzione di un complesso imponente di opere di raccolta delle acque e di centrali idroelettriche, di reti e canali di irrigazione che trasformarono il volto di intere zone della Sicilia e sono state uno dei principali motivi per cui l’agricoltura siciliana è oggi al secondo posto per Produzione Lorda Vendibile dopo la Lombardia, senza ricorrere né agli allevamenti senza terra né a produzioni superprotette dalla CEE e inquinanti come quelle del riso e della barbabietola da zucchero.
E’ cambiato il paesaggio agrario della Sicilia.
La trasformazione più notevole è stata quella della Piana di Catania, che era la piana della “malaria” e del dissesto idrogeologico come fu definita nella novella di Verga e si è trasformata nella “piana degli aranci” come l’ha vista Vincenzo Consolo nelle sue opere sulla Sicilia.
Si è sviluppata l’irrigazione in tutta la fascia meridionale da Ragusa a Castelvetrano e nella Sicilia settentrionale nella zona dello Jato-Partinico.
La superficie irrigua è passata da 80 mila ettari a 240 mila, sono sorte centrali idroelettriche che forniscono ancora oggi il 90% della produzione idroelettrica siciliana. Il grosso delle dighe e delle opere connesse è stato realizzato, sotto la spinta del movimento bracciantile e contadino e per la convergenza politica tra il Blocco del Popolo e settori e personalità del mondo cattolico, in pochi anni, due, tre al massimo, per un totale di 365 milioni di mc.
Quando è cessata questa spinta di massa e politica ed è iniziata la rottura a sinistra, con il centro-sinistra prima e poi con il periodo del consociativismo subalterno del PCI siciliano rispetto alla DC di D’Acquisto e di Lima, si è impantanato anche il processo di costruzione di nuove dighe. I casi più eclatanti sono quelli della diga Garcia di Roccamena sul fiume Belice iniziata sotto la spinta di un movimento capeggiato da Danilo Dolci e la cui costruzione si è protratta per oltre 40 anni. Affidata, dalla Cassa per il Mezzogiorno, contro lo spirito e la lettera del decreto sull’irrigazione in Sicilia, al Consorzio di Bonifica dell’Alto e Medio Belice, dominato dalla mafia di Corleone, San Giuseppe Jato e di Salemi e la Diga Rosamarina sul fiume San Leonardo in una zona dominata dalla mafia di Caccamo e di Sciara ancora non in piena funzione dopo oltre 40 anni.
I ritardi incredibili della costruzione di nuove opere causati da un balletto di perizie di varianti, revisioni dei prezzi, anticipazioni a diverso titolo, appalti e subappalti, con particolare riferimento alle forniture di materiali inerte si sommò, in questi anni, con i ritardi dei collaudi (che impediscono la piena utilizzazione delle capacità degli invasi già costruiti), la mancata attuazione dei piani di difesa idrogeologica a monte delle dighe che portano ad interramenti e a difficoltà di ogni genere, il ritardo nella manutenzione ordinaria e straordinaria con particolare riferimento alle dighe dell’ESE (Ancipa in modo particolare) specie dopo il passaggio degli impianti idroelettrici dall’ESE all’ENEL e dopo la trasformazione di questo ente in società anonima.
Molte dighe sono rimaste senza acqua, molte reti di distribuzione non sono costruite o non sono mantenute in condizioni da evitare perdite, molta acqua finisce a mare.
E’ venuto meno il coordinamento tra la miriade di enti che man mano si sono sostituiti ai due precedenti con forme di clientelismo e di chiusura municipalistica.
Tutto ciò ha costituito non solo causa di sperpero di finanziamenti per migliaia di miliardi e di acque per centinaia e centinai di milioni di mc l’anno con il risultato in gran parte voluto di favorire manovre di speculazione sull’acqua dei pozzi e delle sorgenti specie dell’agro palermitano controllate dalla mafia e per utilizzare le ricorrenti crisi idriche estive al fine di giustificare il ricorso a stanziamenti ed appalti d’urgenza a trattativa privata fuori da ogni controllo e programmazione. L’assorbimento dell’ESE da parte dell’ENEL e successivamente il processo di privatizzazione dell’Enel stesso hanno contribuito ad aggravare la situazione
L’Assemblea Regionale Siciliana ha, d’altro canto, rifiutato di rendere operanti in Sicilia i principi delle leggi nazionali che a partire dalla legge n° 183 del 1989 si sono occupate della difesa del suolo e della utilizzazione delle risorse idriche.
Le forze politiche siciliane sulla questione dell’acqua hanno operato negli ultimi anni non con lo spirito costituente dell'autonomia ma con la pratica dell’arroccamento separatista, conservatore e retrivo analoga a quella utilizzata nell’altro settore di grande rilievo sociale e ambientale che è il settore dell’abusivismo edilizio.
Queste forze non hanno trovato a sinistra, dentro e soprattutto fuori il Parlamento, una contrapposizione programmatica e propositiva capace di mobilitare anche dall’opposizione grandi masse di lavoratori e di cittadini, di forze della cultura e della scienza e per questa via, come era avvenuto in Sicilia dal ’47 al ’60, costringere le forze di destra a realizzare riforme e d interventi almeno parzialmente conformi alle esigenze della società siciliana.
Nella nuova fase politica che si apre, di rilancio dell’autonomia siciliana, è necessario perciò predisporre un programma chiaro e preciso che abbia obiettivi capaci di mobilitare l’opinione pubblica e le forze sociali.
In primo luogo bisogna pretendere di assicurare a tutti i cittadini siciliani l’acqua corrente nelle case per 24 ore al giorno e per 365 giorni l’anno.
L’acqua delle dighe e delle sorgenti captate in atto permette di realizzare questo obiettivo fondamentale di civiltà a condizione che cessino gli sprechi e le manovre del sottogoverno e della mafia.
In secondo luogo bisogna garantire l’approvvigionamento delle attuali aree irrigue ed estenderle per decine di migliaia di ettari attraverso l’utilizzazione di pratiche colturali di risparmio (irrigazione a goccia ad esempio), sistemazione delle reti di distribuzione in modo da evitare le perdite, utilizzazione, ove possibile, delle acque reflue dopo la depurazione.
In terzo luogo occorre promuovere un’azione di difesa idrogeologica nel territorio, a partire dalle zone interessate alla raccolta delle acque per le dighe, che garantisca il raddoppio delle aree boschive in Sicilia per raggiungere la media nazionale favorendo così una maggiore occupazione bracciantile e le conseguente difesa dei diritti previdenziali.
Questi obiettivi possono essere realizzati a condizione di:
· bloccare il processo di privatizzazione e confermare come demanio pubblico inalienabile le grandi infrastrutture (dighe, traverse, acquedotti ed altre opere connesse) costruite ad intero carico della finanza pubblica;
· ricostituire una autorità unica per tutta la regione con il compito di programmare e gestire (anche tenendo presente il modello israeliano di utilizzazione delle acque) le risorse idriche demaniali e controllare gli enti di distribuzione comunale per gli usi civili e comprensoriale per gli usi agricoli e industriali con potere di sostituzione in caso di inadempienza;
· questa autorità deve essere democraticamente espressa da una maggioranza qualificata dell’Assemblea Regionale e sottoposta al controllo di un’apposita commissione parlamentare allargata ad esponenti del mondo del lavoro e della produzione, ed anche istituzionalmente collegata ad enti locali, provincie e comuni;
· il controllo popolare sull’utilizzazione dell’acqua deve essere esteso a tutte le fasi successive della distribuzione attraverso forme di democrazia partecipata che sono ben diverse, ad esempio, da quelle oggi rappresentate dai consorzi di bonifica e tantomeno in un domani da società anonime incaricate di gestire la distribuzione con il solo fine del profitto d’impresa.
La situazione in Sicilia oggi è ben diversa da quella che 50 anni fa portò alla Riforma Agraria, alle grandi opere di irrigazione all’Ente Siciliano di Elettricità. Ma a partire dal problema dell’acqua, bene essenziale per la vita dei cittadini e lo sviluppo della Sicilia, può costituirsi un largo di fronte di consenso e di forze che unisca la città alle campagne, lo sviluppo civile allo sviluppo economico, alla difesa dell’ambiente, capace di invertire l’attuale tendenza alle privatizzazioni neoliberiste che in Sicilia troverebbero immediatamente sostegno e alleanze nel mondo della mafia favorendone la ricostituzione.
Questo movimento per l’acqua della Sicilia si può saldare, come 50 anni fa il movimento per la Riforma Agraria, con lo sviluppo del movimento sociale e culturale contro il neoliberismo e le privatizzazioni che in ogni parte d’Italia, dell’Europa e del mondo si vanno levando in difesa del diritto alla vita e ad uno sviluppo sostenibile dei popoli.
Questo movimento darà naturalmente nuovo significato e nuovi stimoli al Parlamento siciliano che sarà eletto il 24 giugno prossimo. Il problema dell’acqua può costituire un fattore fondamentale per l’orientamento del popolo siciliano prima e dopo le elezioni.
Nicola Cipolla