LA SICILIA SALVATA DALLE DONNE

 

 

Domenica (26 marzo u.s.) scorsa a Palermo in un teatro pieno in ogni ordine di posti compreso il loggione e con centinaia di persone in piedi si è svolta una manifestazione promossa da varie associazioni di donne e dai partiti che si riconoscono su scala nazionale nell’Unione e, in Sicilia,  nella formazione capeggiata da Rita Borsellino entrambi designati a furor di popoli in due tornate di primarie. Una manifestazione così tesa, vibrante, partecipata, unitaria io credo oggi può essere realizzata solo in Sicilia e ciò per diversi motivi.

In primo luogo perché il calendario politico chiama i siciliani alle urne in aprile (come tutti gli altri italiani) e subito dopo alla fine di maggio per leggere il Presidente e Assemblea Regionale Siciliana. E ciò fa sì che le due campagne si sovrappongono anche se la posta in gioco è solo formalmente uguale (cambio di governo e di maggioranza) ma sostanzialmente molto diversa e, per le caratteristiche particolari della Sicilia della sua situazione sociale e del consolidato consociativismo che pervade non solo il blocco di destra al potere con Cuffaro ma anche importanti sezioni dell’Unione (non bisogna nascondersi dietro un dito).

In Sicilia alle primarie l’alternativa non era tra Prodi e Bertinotti ma tra Rita Borsellino e il Professore Latteri da poco traslocato dalla maggioranza di centro-destra alla Margherita. Perciò è tanto più importante il fatto che le donne dell’Unione (tutte) con l’appoggio delle donne del sindacato (Rita Borsellino ha avuto consegnata al congresso regionale della CGIL la tessera unitaria del sindacato firmata da tutti e tre i sindacati confederali – CGIL, CISL e UIL  - cosa che non sarebbe  mai potuta accadere e non è difatti accaduta nei congressi  nazionali delle tre organizzazioni che pur si sono pronunciate contro il governo Berlusconi.

Nella sala piena per il 90% di donne di tante generazioni si potevano vedere donne che avevano partecipato a tutte le varie fasi drammatiche e possenti, vittoriose e non, della lotta del popolo siciliano per liberarsi, a partire dall’occupazione militare anglo-americana, dal condizionamento che un male antico ed oscuro della Sicilia, la mafia, che il governo militare alleato rileggittimò come forza di potere statuale, ruolo che da allora ha mantenuto nel corso di tutte le vicende della nostra Repubblica.

C’erano nella sala donne come Antonietta Renda che partecipò a partire dalla sua Mazzarino, uno dei centri più forti della lotta contadina nei primi anni del secondo dopo guerra, a tutta una fase di lotta che vide non solo le donne contadine ma anche quelle della città, come Anna Grasso, Giuliana Saladino, Vittoria Giunti, Giuseppina Vittone ed altre che contadine non erano ma che lasciavano le loro case borghesi nelle città per mobilitare, si diceva allora, le donne nella lotta per la riforma agraria, per l’acqua, come a Mussomeli, e per la pace, subendo, come a Portella della Ginestra, perdite di vite, carcerazioni, pestaggi  e minacce della polizia e della mafia, sostenendo i loro uomini continuando la loro lotta per la giustizia e per la libertà anche quando venivano a mancare sotto i colpi della repressione mafiosa e dello Stato non ancora completamente democratizzato. 

Senza l’apporto di queste donne la lunga lotta per costringere un governo di centro-destra ad applicare in Sicilia, secondo la Costituzione e lo Statuto dell’autonomia una sia pur insufficiente riforma agraria non sarebbe stato possibile. Una  riforma agraria che spezzò l’alleanza di centro-destra alla Regione, formatasi dopo la strage di Portella della Ginestra, e costituì la premessa per la sconfitta anche in Sicilia della “legge truffa” del ’53 con la quale si voleva porre da parte della DC e dei suoi alleati la premessa per lo stravolgimento della Costituzione repubblicana. E c’erano nel teatro, in numero certamente maggiore per motivi anagrafici, molte donne militanti protagoniste delle lotte del  ’68 siciliano che  creò le condizioni per sconfiggere, alcuni anni dopo all’inizio degli anni 70, anche in Sicilia l’accordo, si direbbe oggi neocom, tra Almirante e Fanfani per abrogare con referendum la legge sul divorzio che di quel movimento era uno dei risultati più cospicui per fare tornare indietro l’Italia non solo sul terreno dei diritti civili ma anche sul terreno dello spostamento politico e di classe verso destra. A quella vittoriosa battaglia parteciparono non solo le donne delle zone nostre, siciliane, e degli strati più politicizzati e orientati a sinistra ma anche donne di strati sociali influenzati dai cattolici e dalla destra.  Una   Sicilia in cui dopo il ’68 e dopo le leggi di riforma (statuto dei  lavoratori, abolizione dei patti agrari, e legge sul divorzio) c’era stato, in particolare a Catania, uno spostamento a destra con l’aumento del MSI diventato primo partito a scapito della DC.

Fanfani ed Almirante conducevano una propaganda molto aggressiva e nella direzione del PCI c’era preoccupazione ed anche sfiducia sull’esito della battaglia referendaria che aveva portato al Senato anche ad umilianti proposte di modifica della legge per evitare il referendum.

Io ero stato eletto da poco senatore a Ragusa con i voti non solo di questa formidabile roccaforte della sinistra ma con l’aggiunta del suffragio di contadini medi affittuari  (i massari),  di tradizione cattolica, che avevano usufruito di una legge che li liberava da prestazioni servili e li rassicurava nel possesso delle loro aziende sparse nell’altopiano dove vivevano incontrandosi con le famiglie in occasione di festività. Queste riunioni furono utilizzate per la campagna elettorale politica e poi anche per quella referendaria.

Ad una di queste riunioni la padrona di casa  manifestò apertamente la sua propensione a favore del divorzio. Io rimasi stupito e volli domandarle in privato il perché di questa opinione. Lei mi rispose che la riunione era stata preparata dalla figlia studentessa universitaria a Catania, “sessantottina”, che aveva orientato tutta la famiglia e tutto uno strato di contadini benestanti, che Stalin avrebbe chiamato “kulak”, e Vittorio Foa “agenti del capitalismo nelle campagne” e che, anche per la squisita qualità del loro prodotto, dal punto di vista di classe sono molto simili ai produttori che Josè Bovè rappresenta. Il risultato del referendum fu in Sicilia trionfale, anche a Catania, e invece gli antidivorzisti ottennero parziali successi  nell’avanzata e industriale Lombardia.

Ma non solo nelle campagne ma anche in una città come Catania parteciparono a quella battaglia di libertà e di emancipazione delle donne anche esponenti dei ceti medio-alti che facevano capo all’organizzazione elitaria “soroptimist” che fecero le loro riunioni e quel che mi colpì di più, e lo feci notare all’aeroporto di Catania al ritorno dall’ultima tornata dei comizi ad uno scettico Enrico Berlinguer, fu che il giornale La Sicilia di Catania (una specie di Corriere della Sera siciliano) fu costretto a pubblicare con titoli vistosi non certo i comunicati e le notizie delle iniziative a favore del divorzio dell’UDI ma quelle di questa organizzazione elitaria.

In un’altra stagione della drammatica storia della politica siciliana più recente il contributo delle donne è stato decisivo per rianimare un movimento antimafia che rischiava, specie dopo le stragi di Capaci e di via d’Amelio, di restare privo di parola e di una iniziativa che non fosse quella di ripetitivi riti funerari, di proclami a vuoto a cui l’ufficialità partitica anche dell’opposizione rischiava di essere condannata. Furono le “donne del lenzuoli” e le donne del digiuno che escogitarono forme di protesta nuove ed inusitate e che portarono con il loro esempio all’iniziativa ed alla lotta antimafia donne di ogni strato della società palermitana chiamate ad esporre nei loro balconi e quindi a dichiararsi apertamente, e non in modo anonimo come in un corteo o in una cerimonia, contro la mafia o ad esprimere con il digiuno una indicibile sofferenza, una protesta contro l’impotenza e la complicità dei pubblici poteri, continuando il digiuno in una piazza Politeama resa rovente anche fisicamente dal sole di luglio ed agosto fino a che Questore,  Prefetto e Procuratore della repubblica, responsabili di avere osteggiato e non protetto falcone, Borsellino e gli altri giudici impegnati in uno scontro mortale con la mafia, non fossero stati rimossi.

Come ricorda Simona Mafai in una delle testimonianze rese in una delle pubblicazioni su questi eventi (che forse bisognerebbe ripubblicare) l’iniziativa partì dalla UDI dove Daniela Dioguardi continuava con ipostazione ideologica diversa dal punto di vista della cultura femminista, l’opera della fondatrice dell’UDI in Sicilia, Anna Grasso. Con Simona Mafai  si schierarono subito Mezzocielo (testata storica del movimento femminile palermitano),  il Comitato delle donne contro la mafia, decine di donne alcune cattoliche che recitavano il rosario, tutte però unite nella protesta e nell’affermazione della diversità della loro azione rispetto alle consuetudini politiche che avevano portato la Sicilia a questa drammatica situazione. Quel movimento ebbe una grande importanza in quella particolare stagione. Poi le cose cambiarono anche perché arrivò Caselli, fu arrestato Riina, la mafia di Provenzano cambiò tattica e strategia mantenendo però la presa sul territorio e i contatti con il mondo politico comete vicende giudiziarie di Cuffaro e degli uomini della sua maggioranza a lui più vicini dimostrano.

Contemporaneamente a questo movimento però un’altra donna, Rita Borsellino, aveva trasformato il dolore per la perdita, non solo del fratello ma anche degli altri magistrati, degli uomini e delle donne   agenti delle scorte,  e l’oltraggio arrecato ai valori ed alla cultura dello stato in cui era stata allevata nella sua famiglia, che erano molto diversi dai nuclei fondamentali che animavano i  movimenti dei lenzuoli e del digiuno,  in  una missione più continuativa di mobilitazione della società civile, per stabilire una cultura della legalità, della solidarietà e quindi anche della pace che ha visto in questi anni il suo impegno in un percorso che l’ha portata in modo  tanto naturale quanto provvidenziale a diventare un punto di riferimento per una battaglia in Sicilia che non è solo come a Roma per allontanare dal potere Berlusconi e la coalizione di leghisti e fascisti che gli si è stretta attorno  e di cui Cuffaro rappresenta un ornamento simbolico, ma di interrompere un sistema di governo basato sulla politica del giorno per giorno, sul compromesso consociativo, sulla mancanza di trasparenza che alimenta ed è sostenuta dal fenomeno mafioso e che fa della Sicilia una regione separata dal consesso nazionale (ed europeo) e quindi una regione di seconda categoria, chiamata a fornire ascari, truppe coloniali a governi nazionali che operano contro gli interessi non solo del paese ma soprattutto della Sicilia. La presenza a questa manifestazione di donne di Rita Borsellino era come un fatto che conclude, a mio avviso, una lunga serie di battaglie condotte dalle donne siciliane in questo ultimo mezzo secolo e ne apre un’altra non meno difficile se dopo il 61 a 0  e contro ogni pronostico (come  in Puglia ieri o come il voto sul divorzio negli anni ‘70) il popolo siciliano e la maggioranza di questo popolo che è costituito dalle donne opterà per il cambiamento, per fare sì che sia possibile costruire un’altra Sicilia. 

 

 

 

Nicola Cipolla