SI PUO’ LOTTARE CONTRO IL RICATTO PETROLIFERO?

 

 

Il problema del caro-petrolio continua a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica (specie in Sicilia dove si è appena attenuata una fase avventuristica di rivolta dei  camionisti ispirata dal governo regionale di Forza Italia) e può assumere di nuovo toni allarmanti se dovesse ancora peggiorare, cosa che nessuno auspica il conflitto in Palestina. In ogni caso conviene continuare a riflettere sul ricatto petrolifero e sui modi  di evitarlo nell’interesse dell’ambiente, dello sviluppo economico ed anche dell’indipendenza dell’Italia e dell’Europa. 

Il governo ha previsto lo stanziamento di oltre 3.000 miliardi nella Finanziaria per venire incontro ai problemi creati dal caro-petrolio.

Queste somme sottratte al cosiddetto bonus fiscale sono in gran parte destinate a risarcire camionisti, pescatori, agricoltori e persino consumatori di gasolio per riscaldamento e quindi non sono più disponibili per venire incontro, invece, alle esigenze di pensionati, insegnanti, etc. che giustamente in questi giorni fanno sentire la loro voce nelle piazze.

Questa sottrazione è ancora più scandalosa se viene confrontata con le dichiarazione rese due settimana fa, baldanzosamente, da Vittorio Mincato, amministratore delegato dell’ENI secondo cui nei primi sei mesi di quest’anno l’ENI ha realizzato maggiori profitti per oltre 5 mila miliardi rispetto all’anno scorso.

Un quotidiano che riportava l’intervista titolava: “L’ENI fa il pieno di utili grazie al caro-petrolio”.

L’azionista di riferimento dell’ENI è ancora oggi quello stesso Ministro del Tesoro che propone al Parlamento lo stanziamento di fondi a favore di coloro che sono stati costretti a versare pro quota all’ENI un sovrapprezzo dovuto alla congiuntura.

Ma l’ENI rappresenta una quota notevole, ma tutt’altro che maggioritaria dei prodotti petroliferi messi sul mercato. Analoghi utili sono stati realizzati dalle grosse multinazionali del petrolio, che agiscono in regime di monopolio, tanto è vero che sono state flebilmente multate dalla cosiddetta autorithy.

I 40 mila miliardi  che, secondo organismi internazionali, rappresentano il costo che sopporta l’economia italiana a causa del caro-petrolio vanno certo in parte ai paesi produttori di petrolio ma anche forse  soprattutto alle grandi compagnie petrolifere che hanno realizzato utili per decine di migliaia di miliardi di lire tra l’altro vendendo scorte acquistate a meno di 10 dollari a oltre 30 dollari al barile.

Luigi Einauidi, economista liberista, ma non stalinista e succube dei monopoli, avrebbe proposto una tassazione straordinaria di questi utili di congiuntura di questo reddito non guadagnato.

Si può proporre nel corso del dibattito sulla Finanziaria una misura fiscale straordinaria a carico delle compagnie petrolifere per l’acquisizione di questi sovraprofitti  in modo da coprire almeno le spese necessarie per garantire il lavoro delle categorie autonome.

 

Nella proposta del governo  si accenna pure a modestissimi stanziamenti di   diversificazione energetica in settori puramente marginali mentre su questo problema bisogna fare un discorso valido per l’attualità e per la prospettiva.

Prima di tutto bisogna dire che per quanto riguarda l’uso di energie alternative e rinnovabili (soprattutto solare ed eolico) l’Italia è in coda ad altri paesi dell’Europa che in questi campi dalla Svezia, Germania, Olanda, Spagna, Danimarca  e persino Grecia, hanno fatto paesi avanti tali da uscire, come ancora siamo in Italia, dal campo sperimentale e dimostrativo ed entrare invece nella piena applicazione industriale  dell’utilizzazione di queste risorse.  Chi viaggia per l’Europa si imbatte in un paesaggio dominato non più dai mulini a vento olandesi tradizionali, o di quelli di  Don Chisciotte ma da macchine colossali collocate in serie che producono l’energia necessaria  per intere comunità. Io inviterei tutti i ministri del centro-sinistra ma in particolare quelli che provengono dal movimento ambientalista di interrogarsi su questa incredibile disattenzione e ritardo del centro-sinistra.

Ad esempio la rivendicazione del movimento ambientalista degli anni ’80 dell’utilizzazione del solare in tutti gli edifici pubblici e nelle seconde case non ha avuto un’attuazione. Eppure si tratta di una tecnologia ormai consolidata che permette non solo in Grecia ma in Germania, che ha insolazioni meno forti della nostra, di provvedere ai servizi igienico-sanitari di intere popolazioni.

Ma vorrei soffermarmi su un altro aspetto della diversificazione energetica: la sostituzione del petrolio con il metano.

Il metano (CH4) può sostituire il petrolio e cioè una miscela di idrocarburi complessi con forti residui di zolfo ed altri minerali  e i suoi derivati in tutti gli usi.

Il  metano cioè può essere utilizzato nelle centrali elettriche, negli autotrasporti, per usi domestici e nell’industria  come base di processi chimici.

Il metano è  di origine minerale o di origine organica, (biogas). I contadini cinesi da millenni nell’economia della risaia, che costituisce uno dei maggiori esempi di ecosistema artificiale sostenibile, con canne di bambù perforate ricavavano, e credo ricavino ancora, dalla fermentazione dei rifiuti organici dei letamai il gas per cuocere il riso e scaldare l’acqua per il te.

Il suo impatto ambientale non è soltanto minore in termini di emissioni inquinanti nell’atmosfera (0 particolato, 0 composti solforici, 20% in meno di anidride carbonica, principale responsabile dell’effetto serra)  rispetto al petrolio e 40 % rispetto al carbone ma lo è anche in termini di trasporto e di utilizzazione industriale. Basta pensare ai disastri ecologici provocati dalle petroliere e dal loro uso improprio che fanno ad esempio del Mediterraneo una pattumiera, alle autobotti per la distribuzione di benzina, gasolio, etc. all’impatto ambientale delle raffinerie e degli impianti petrolchimici.

Il metano viaggia per migliaia di chilometri sottoterra dentro i metanodotti e viene distribuito sempre attraverso una rete sotterranea fino all’ultimo utente domestico o industriale senza provocare intralci alla circolazione.

In questo momento di crisi dell’offerta di petrolio nessuno ha ricordato, tra l’altro, che le riserve minerali di metano accertate su scala mondiale, sono di 65 anni rispetto ai 40 delle riserve di petrolio.

Ho voluto ricordare questi enormi vantaggi del metano rispetto al petrolio per porre una domanda fondamentale: perché è così lento il processo di sostituzione del petrolio con il metano?

Certo un processo di sostituzione è in corso. Il metano che nell’89 rappresentava il 23% della copertura del fabbisogno energetico nazionale è passato nel ‘99 al 31%. Mentre il petrolio è sceso dal 58% al 50%. Ciò si deve sia ad un’azione quasi semi secolare dell’ENI in Italia sia all’introduzione di nuove tecnologie per la produzione di energia elettrica che permettono una migliore utilizzazione e rendimento termico della fonte energetica.

Questo ritardo nella sostituzione è dovuta all’ostilità di forze politiche a livello nazionale e internazionale e di forze economiche interessate al mantenimento della dipendenza energetica dal petrolio.

La distribuzione territoriale a livello mondiale delle risorse petrolifere e metanifere è geopoliticamente diversa. La cosa che spicca di più è che il paese che ha le risorse metanifere accertate più elevate (il 33%  del totale) è la Russia che in questo campo ha il ruolo che ha l’Arabia Saudita nel campo del petrolio. Anche nel Medio Oriente, l’Iraq e l’Iran, singolarmente considerati, hanno più risorse metanifere dell’Arabia Saudita, del Kuwait e degli Emirati messi assieme.

Nel Mediterraneo l’Algeria è grosso produttore di metano e produttore modesto di petrolio, la Libia ha imponenti risorse metanifere che finora, a  causa dell’embargo, non sono state utilizzate se non molto parzialmente.

Anche in Europa ci sono risorse di metano in Italia ma soprattutto in Olanda e nel Mare del Nord. L’Italia e l’Europa che sono grandi consumatori di energia si trovano rispetto a queste fonti in una condizione di vantaggio in quanto sia con la Russia sia con l’Algeria, sia con l’Olanda e con il Mare del Nord sono collegate con un sistema di metanodotti che rende il trasporto molto più economico rispetto al costo che Stati Uniti e Giappone devono sostenere per importare metano con il sistema delle navi metaniere che prevede la liquefazione e la successiva rigassificazione del prodotto.

I paesi produttori di metano sono tutti paesi che hanno bisogno di forti investimenti per l’industrializzazione  e lo sviluppo delle loro economie più o meno disastrate e quindi disponibili a compensare l’esportazione di  metano con l’esportazione di prodotti industriali dall’Italia e dall’Europa. 

Infine il sistema dei metanodotti rende necessari  accordi di lunga durata, sottratti alle quotazioni del “giorno per giorno” dei cosiddetti mercati, per quanto riguarda le quantità e i prezzi anche se questi possono variare attraverso forme di indicizzazione sui prezzi del petrolio. Non c’è dubbio che la sostituzione di quantitativi di petrolio con il metano renderebbe meno efficace la minaccia e il potere dell’OPEC nell’immediato oltre che naturalmente in prospettiva.

Le forze che si oppongono e che ritardano  questo processo di sostituzione sono chiaramente da un lato gli Stati Uniti che perderebbero tutti i vantaggi del loro rapporto privilegiato con paesi come l’Arabia Saudita e satelliti, le grandi compagnie monopolistiche petrolifere e tutte le forze che ruotano attorno all’industria petrolchimica.

Invece gli interessi nazionali, gli interessi dell’economia, gli interessi della difesa dell’ambiente e del lavoro spingono ad una rapida e possibile riduzione del peso del petrolio nel bilancio energetico nazionale a vantaggio del metano minerale e del  biogas.

Occorre a riguardo promuovere un’azione di governo e una pressione popolare per ottenere risultati anche a breve termine.

Vorrei indicarne alcuni.

1.      Si possono introdurre nella legislazione e nella pratica di governo italiana le stesse norme che hanno prodotto negli altri paesi dell’Europa l’avanzata dell’energia eolica e solare?

2.      Per quanto riguarda il metano è possibile modificare rapidamente la situazione. Faccio alcuni esempi. 

Sono pronti da anni tutti i piani e i progetti tecnici e finanziari per realizzare il metanodotto tra la Libia e l’Italia che porterebbe in Italia 8 miliardi di m3 di metano l’anno cioè il 6-7%  di tutti i consumi energetici nazionali. Fino a l’anno scorso questi progetti erano bloccati dall’embargo contro la Libia. Ora che questo è caduto perché non si realizza questa infrastruttura che fra l’altro darebbe lavoro, commesse e valute all’industria nazionale meccanica e siderurgica?

Tutti i servizi pubblici urbani hanno cominciato a sostituire con il metano il gasolio in una modesta parte ancora dei trasporti urbani. Visto che i nuovi acquisiti di autobus sono finanziati con contributi statali è possibile stabilire il principio che i nuovi acquisti si riferiscano soltanto a metanbus?

Per quanto riguarda il trasporto privato è tecnicamente possibile trasformare gli attuali motori a benzina e gasolio in motori a gas. Però non esiste una rete di distribuzione  del gas per uso autotrazione. Due anni fa la Fiat aveva annunciato il lancio di prototipi direttamente previsti per il consumo di gas. L’iniziativa in questo campo avrebbe dato un vantaggio enorme  alla Fiat rispetto agli altri concorrenti. Non si parla più di questo  perchè l’unica grande catena di stazioni di servizio, l’AGIP, che potrebbe avere in casa il fornitore di gas, cioè la SNAM, non ha voluto pigliare nessuna iniziativa in questo senso.

E qui il discorso va all’attuale fase dell’ENI la cui dirigenza in vista della privatizzazione si comporta come un fedele soldato del cartello delle società petrolifere nessuna delle quali ha interesse a differenziare la sua offerta e che invece tutte hanno interesse a ritardare l’inevitabile processo di sostituzione del petrolio con il metano e le energie alternative.

A questo punto sorge una domanda.

Di fronte alla gravità della situazione analoga a quella che Mattei dovette affrontare per permettere all’Italia con la distribuzione di carburante a basso prezzo di diventare un paese dal punto di vista industriale moderno o a quella che si verificò dopo la prima .

guerra del Kippur  e successivamente all’inizio degli anni ’80.

Lo sceicco Yamani non si stancava di ricordare che l’età della pietra non è finita per mancanza di pietra.

Si può chiedere di sospendere il processo di privatizzazione?

Processo che si svolge finora nel silenzio quasi assoluto dei “media”, con la disattenzione del Parlamento, delle organizzazioni ambientaliste e delle cosiddette parti sociali.

E domandandosi finalmente, oltre ogni liberismo stalinista, se il processo di privatizzazione dell’industria di Stato in questo settore dominato dai monopoli invece di stimolare una impossibile libera concorrenza non può portare ad un rafforzamento del cartello.

Può l’azionista di maggioranza domandare ai gestori dell’ENI di considerare in primo luogo non già l’utile di bilancio eccessivo (nessuno chiede bilanci in passivo) per secondare, nell’interesse dell’economia nazionale, processi di risparmio energetico di difesa ambientale e di sicurezza degli approvvigionamenti.

E’ su tutto questo ed oltre a questo può il governo italiano assumere un ruolo sia autonomamente sia in sollecitazione dell’Unione Europea perché questa si sottragga al ricatto dell’OPEC, dominato dai paesi militarmente occupati dagli USA e si rivolga si paesi produttori di metano e di petrolio interessati a stabilire un rapporto di fruttuosa collaborazione con l’Italia e con l’Europa.

Ma questo significa anche cambiare molto nella linea di acquiescenza del nostro paese e dell’Europa agli interessi e dalle direttive degli Stati Uniti. In ogni caso le forze della sinistra alternativa e le forze ambientaliste, ed anche l’ala ambientalista del PDS, devono avviare una riflessione, come negli anni ’80, sulla questione energetica che promuova piattaforme, alleanze, mobilitazioni capaci di invertire il corso attuale delle corse.

 

 

Nicola Cipolla