LE VIE DELL’IDROGENO NON SONO INFINITE
Si è tenuta a Bruxelles il 17 giugno, ad iniziativa della Commissione Esecutiva dell’UE una conferenza su: “L’economia dell’idrogeno un ponte verso l’energia sostenibile”, importante sia per l’argomento sia per la presenza di personalità come Rifkin, che ha tenuto la relazione introduttiva, o come il premio Nobel, Carlo Rubbia, e gli altri diciotto componenti del “gruppo di alto livello” chiamato dalla UE a studiare la strategia sull’idrogeno e le celle a combustibile. In questa occasione è stato presentato un primo documento di 14 pagine che “disegna il nostro futuro.
Era presente anche Spencer Abraham ministro dell’energia di Bush, il quale ha subito messo le mani avanti dicendo che gli Stati Uniti hanno sì stanziato un miliardo e rotti di dollari in 5 anni (mentre ne spendono 400 ogni anno per le spese militari e 250 per progettare un nuovo cacciabombardiere e altre centinaia per mettere a punto le mini bombe atomiche, etc.) per studi destinati a ricavare l’idrogeno esclusivamente dal petrolio e dal metano di cui loro dispongono, non tanto sul loro territorio, dove le notevoli risorse dilapidate in un secolo di consumismo sfrenato sono in via di esaurimento nei prossimi anni quanto per le risorse più longeve del M.O. sottoposte sempre più al loro controllo. Dopo l’occupazione dell’Iraq, del Kuwait, del Qatar anche l’Arabia Saudita prima o poi sarà messa in riga.
L’impostazione dell’Europa è diversa.
Dice Rubbia: “L’Europa ha una concezione più pensierosa e ambientalista del problema e tende ad arrivare alla produzione di idrogeno soprattutto passando per le fonti energetiche rinnovabili, come vento e sole senza emissione di CO2. Si tratta di filosofie diverse e di situazioni economico energetiche diverse”.
La posizione di Rubbia non è neutrale “io credo che estrarre idrogeno dal gas e dal petrolio e poi imprigionare la CO2 sia una cosa né carne né pesce” “ io credo nel sole, paesi come Italia, Grecia, Portogallo, Spagna devono credere nelle tecnologie legate al sole. Ci sono problemi legati ad esempio dal tasso di variabilità dato dalle giornate senza sole. Ma questo è un limite che non vale, ad esempio, in territori desertici come il Sahara”.
La strada europea è certo più accettabile e si ricollega all’atteggiamento tenuto dall’UE e dai principali paesi che la compongono, a partire da Rio de Janeiro fino agli accordi di Kyoto, in cui gli Stati Uniti di Clinton condizionarono la loro firma alla riduzione dal 10 al 5% delle emissioni di gas serra. Accordi che com’è noto dall’amministrazione Bush sono stati del tutto rinnegati.
Fin qui tutto sembra procedere bene ma ci sono alcune osservazioni da fare.
La prima è che parlare di grande alleanza tra USA ed UE come fa Prodi a proposito della ricerca per l’idrogeno è esagerato e fuorviante. Il governo americano non ha nessuna intenzione di diminuire di un grammo il consumo di petrolio nei prossimi anni dopo che ha sfidato l’opinione pubblica mondiale nell’ultimo conflitto in Medio Oriente. Il petrolio del Medio Oriente è indispensabile agli Stati Uniti non solo per il consumo interno ma anche perché venduto agli altri paesi più o meno industrializzati permette di rastrellare verso gli USA le risorse finanziarie necessarie per fronteggiare il deficit crescente della bilancia commerciale. Gli USA consumano da decenni a ritmo sempre crescente molte più merci di quanto riescano a produrne.
La seconda osservazione riguarda alcune delle organizzazioni chiamate a fornire i “cervelli” per il gruppo di lavoro. Tra queste si trovano multinazionali come la Shell, la Rolls Royce, la Renault, la Daimler-Crysler, Siemens, Solvay, etc. tutte finora impegnate, fino ai capelli, nella ricerca, nella produzione di macchine e combustibili derivanti dal petrolio. Certamente queste cercheranno di salvaguardare i loro interessi (dei loro giacimenti, brevetti, attrezzature industriali) che verrebbero azzerate o compromesse dal passaggio rapido all’idrogeno.
E difatti, e siamo alla terza osservazione, il percorso previsto è molto diluito nel tempo, dal 2003 al 2020 l’avvio della produzione e la distribuzione dell’idrogeno fino a coprire il 20% delle automobili in circolazione, ma che dovrebbe entrare nel pieno della commercializzazione entro il 2040 fino a diventare maggioritarie nei trasporti nel 2050. A questa data dovrebbe poi iniziarsi ad usare l’idrogeno nell’aviazione. Con questi ritmi è chiaro che non si potranno fronteggiare né i rischi ambientali dovuti all’aumento del consumo di petrolio (e comunque di energia) nel mondo né tanto meno i rischi della guerra permanete che, a partire dall’Iraq, man mano si estenderà a tutti gli altri paesi che hanno ancora riserve di combustibili fossili e di petrolio in particolare a cominciare dall’Iran e poi via via Venezuela, Nigeria. Rifkin ha tenuto a ribadire anche in questa occasione: “Lo sfruttamento dell’idrogeno modificherà il nostro modus vivendi drasticamente, proprio come avvenne con l’introduzione dell’energia prodotta dal carbone e dal vapore nel XIX secolo, o con la transizione all’energia prodotta dal petrolio e dal motore a combustione interna del XX secolo. Assumendo il ruolo di comando nella costruzione delle infrastrutture legate all’idrogeno per il continente europeo nel suo complesso, e sviluppando fonti di energia rinnovabile, l’Unione Europea potrà determinare l’agenda economica del XXI secolo per tutto il pianeta”. Perché ciò accada però è necessario che si creino alcune condizioni.
La prima è che l’UE smetta di guardare soltanto ad ovest ed affronti, non in termini eurocentrici e neoliberisti come finora è stato fatto a partire dalla Conferenza di Barcellona del ’95, il problema della collaborazione con i popoli, con i regimi della fascia meridionale del Mediterraneo. Bisogna arrivare ad una vera e propria associazione finalizzata alla realizzazione di un nuovo modello energetico che sposti verso sud il baricentro dello sviluppo industriale dell’area. Oggi a livello della tecnica attuale un pannello fotovoltaico da un Kwh piazzato a Berlino produce 851 Kwh l’anno di elettricità, a Milano 971, a Roma 1198, a Palermo 1389, a Malaga 1481 sulla costa meridionale del Mediterraneo queste cifre raddoppiano. E’ chiaro quindi che le industrie energivore, a cominciare da quella per la costruzione delle lastre di silicio necessarie per coprire i tetti delle nostre case in modo che ognuno di noi produca l’energia necessaria per il consumo devono essere piazzate lì dove, non solo l’energia costa meno ed esistono sterminate quantità di ossido di silicio (la sabbia) ma soprattutto grandi masse di lavoratori che se non troveranno in uno sviluppo moderno e civile nelle loro regioni occasioni di lavoro continueranno, malgrado le cannonate, a varcare il mare.
Bisogna poi che il problema del nuovo modello energetico diventi centrale nel dibattito politico europeo e nazionale. Da quando è cominciata, con la CECA di Jean Monnet, la vicenda dell’UE da Bruxelles sono arrivate sempre, sotto forma di direttive o di impugnative, spinte che hanno bloccato le aspirazioni e le conquiste sociali che a volta nei vari paesi ed anche in Italia si andavano proponendo e sono state imposte e sostenute pratiche neoliberiste.
Qui per la prima volta sembra arrivare da Bruxelles sia pure con i limiti che abbiamo sottolineato, una spinta al rinnovamento ed una contraddizione di fondo con i gruppi dominanti dell’impero americano su un tema come quello dell’ambiente. Questa tematica dovrà interessare certamente la prossima campagna elettorale europea e unificare le forze della sinistra alternativa. In Italia siamo entrati in una fase in cui si cerca una base programmatica che unifichi tutte le forze che si oppongono al blocco berlusconiano. Mi pare che questo sia uno dei temi su cui è più facile realizzare un accordo sui basi molto avanzate e certamente non improntate a pratiche neoliberiste tra forze della sinistra alternativa, forze cattoliche, sindacati, movimenti, etc.
Ma soprattutto su questo tema deve svilupparsi la mobilitazione del movimento dei movimenti sia a livello globale sia in occasione dei due incontri programmati di Parigi (S.F. Europeo) nel novembre prossimo e di Barcellona (S.F. del Mediterraneo) nel 2004. Un altro mondo è possibile e può essere costruito a condizione che sia modificato il modello di sviluppo energetico che per due secoli il capitalismo industriale ha imposto al mondo portando a grandi sviluppi tecnologici ma anche ad immani, insopportabili disastri di guerre, di stragi, di dominazioni fino a mettere in pericolo l’esistenza stessa della vita come noi la conosciamo su questo pianeta.
Nicola Cipolla